Alan Greenspan prende posizione sulla crisi di credito e solvibilità delle istituzioni finanziarie, ed approfitta dell’opportunità per rilanciare il suo manifesto pro-mercato:

“We may not easily confront or accept the price dynamics of home and equity prices, but we can fend off cries of political despair which counsel the containment of competitive markets. It is essential that we do so. The remarkably strong performance of the world economy since the near universal adoption of market capitalism is testament to the benefits of increasing economic flexibility.”

Il capitalismo di mercato come veicolo di flessibilità che agevola la resistenza alle crisi. Stavamo per sottoscrivere entusiasticamente il principio quando una notizia passata quasi inosservata ha richiamato la nostra attenzione.

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

Il rapporto sul mercato del lavoro statunitense in luglio, pubblicato venerdì scorso, mostra dati di occupazione e disoccupazione complessivamente coerenti con l’attuale fase del ciclo economico. Quello che occorre indagare è tuttavia la possibilità che l’andamento dell’occupazione possa davvero aver toccato il fondo. Il dato più eclatante dell’ultimo employment report è quello relativo al totale delle ore lavorate, diminuite in luglio dello 0,4 per cento, maggior flessione quest’anno. La durata della settimana lavorativa media si è ulteriormente ridotta di 6 minuti, a 33 ore e 36 minuti, il peggior risultato dall’inizio delle rilevazioni di questa serie storica, nel 1964. L’aggregato delle ore lavorate include sia gli impieghi soppressi che la riduzione di orario, per esigenze congiunturali. Sono i cosiddetti part-timers involontari, il cui numero in luglio è aumentato di 300.000 persone, portando il totale a 5,6 milioni, un incremento di quasi un milione e mezzo di unità nell’ultimo anno. I lavoratori part-time sono quasi il 4 per cento del totale degli occupati, dal 3 per cento di un anno fa, nuovo massimo dal 1993. La riduzione del numero di ore lavorate ha colpito soprattutto nel settore delle costruzioni (28 per cento degli impieghi coinvolti), seguito dal commercio al dettaglio (14 per cento) e dal settore dei servizi professionali ed alle imprese (13 per cento).

Barack Obama ha rilanciato oggi la proposta di una windfall-tax (cioè di una Robin Hood Tax) sulle compagnie petrolifere per finanziare un pacchetto di stimolo fiscale aggiuntivo che prevede un energy rebate di 1000 dollari a famiglia. Un ulteriore intervento di 50 miliardi di dollari dovrà poi essere destinato, in parti uguali, agli stati per far fronte ai deficit di bilancio che la recessione sta facendo emergere, ed alla realizzazione e manutenzione di infrastrutture, anche per sostenere l’occupazione.

La California si trova a dover gestire un deficit di bilancio di 15 miliardi di dollari ed i Democratici, che controllano l’assemblea legislativa statale, hanno proposto un aumento di tassazione per 9,7 miliardi di dollari a carico delle aziende e dei “ricchi”. Secondo il Wall Street Journal il piano dovrebbe aumentare l’aliquota marginale statale sul reddito dal 10,3 al 12 per cento, la più alta della nazione e il doppio della media nazionale. Inoltre verrebbe eliminata l’indicizzazione all’inflazione (cioè la restituzione del fiscal drag sulle imposte statali sul reddito personale): si tratta del solito modo truffaldino con il quale i politici fanno crescere il gettito fiscale ogni anno, come anche noi italiani ben sappiamo.