In un articolo comparso oggi sul Financial Times Martin Feldstein, direttore del National Bureau of Economics Research (l’organizzazione privata e no-profit che si occupa di datare inizio e termine delle fasi recessive statunitensi), conferma e rinforza quanto da noi segnalato giorni addietro: non solo è prematuro affermare che gli Stati Uniti si sono lasciati la recessione alle spalle, ma esistono addirittura elementi per ritenere che la fase recessiva sarà ben più profonda e protratta di quanto si immagina ed auspica. Feldstein prende le mosse dalla prima stima del pil statunitense nel primo trimestre 2008.

di Mario Seminerio- © Libero Mercato

Da più parti si leggono commenti circa la possibilità che l’economia americana sia riuscita a sfuggire alla recessione. A sostegno di questa tesi si citano, in questi giorni, il dato sulla prima stima del pil del primo trimestre 2008 e quello sugli occupati non agricoli in aprile. Il primo ha evidenziato una crescita annualizzata del pil pari allo 0,6 per cento, il secondo una distruzione netta di occupati pari a 20.000 unità, meno delle stime di consenso. E’ certamente vero che l’economia statunitense possiede caratteristiche di flessibilità e resilienza molto elevate, ma questo non vuol dire che si debba suonare la sirena dello scampato pericolo. I dati vanno letti in controluce.

Dopo la Norvegia, quello che potremmo definire il “virus dell’italianità” sembra essere stato isolato anche negli Stati Uniti, nel ceppo noto come “demagogia politica” ibridato con “analfabetismo economico”. In queste settimane il dibattito pubblico tra i candidati alla Casa Bianca si sta focalizzando sulla proposta di John McCain di sospendere l’imposta federale sulla benzina (gas tax) durante la summer driving season. Proposta bizzarra e controproducente, ma immediatamente ripresa con entusiasmo da Hillary Clinton, mentre Barack Obama si è detto contrario. Ma, come vedremo tra poco, questo non è esattamente un merito.

di Mario Seminerio

La drammatica implosione di Bear Stearns rappresenta l’esito (o meglio, una tappa) del processo di deleveraging di cui abbiamo scritto giorni addietro su Libero Mercato. In altri termini i prestatori, sempre più inquieti, stringono ulteriormente le maglie del credito richiedendo ai debitori di aumentare i margini di garanzia per finanziare le proprie posizioni o di ridurre l’esposizione debitoria. Da qui, ha preso avvio il processo che viene definito “acceleratore finanziario”: i debitori vendono le attività ancora liquidabili (ad esempio i titoli di stato italiani), i creditori temono che i debitori non dicano tutta la verità riguardo la loro effettiva salute finanziaria, e tentano di cautelarsi alzando nuovamente i margini. Le banche smettono di prestarsi fondi, o richiedono tassi crescenti per difendersi dal rischio di improvvisi annunci di insolvenza. Ciò causa un rialzo dei tassi sul mercato interbancario che finisce col vanificare le ricorrenti iniezioni di liquidità da parte della Fed (e delle altre banche centrali).

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

La scorsa settimana Barack Obama ha delineato le scelte di politica economica che intende compiere in caso di elezione a presidente degli Stati Uniti. Si tratta di 43 proposte suscettibili di ampio impatto sulla vita dei cittadini (non solo negli Stati Uniti) e sulle scelte degli investitori. Proviamo ad analizzarle nelle linee guida.

di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).