Pare che, per la quindicesima volta o giù di lì, siamo prossimi ad un accordo per il salvataggio della Grecia. Almeno ciò è quanto emerge da alcuni spifferi artatamente rilasciati dai soliti noti della Ue, dopo l’ultimo meeting viennese dei ministri delle Finanze, la settimana scorsa. In particolare l’idea, assai poco originale, è quella di fare partecipare anche gli investitori privati allo sforzo di reprofiling, inducendoli a concambiare titoli da essi posseduti, con scadenza 2012-2013, con altri titoli a scadenza protratta. E qui sorgono gli abituali problemi metafisici.

(Post tecnico-esoterico su come ristrutturare evitando il default)

Scusate se torniamo sul tema ma, visti gli svarioni che girano, riteniamo possa essere utile. Si diceva, già in questo post, che una ristrutturazione che implichi una riduzione del valore attuale netto (VAN) di un credito implica un default, secondo le agenzie di rating e (soprattutto) secondo il buonsenso. Ebbene, la definizione del problema è molto semplice: come ottenere un allungamento della vita media del debito greco (cioè prendere tempo per tentare di acquisire capacità di rimborso), senza far scattare il default?

(*Post di ingegneria finanziaria, in una giornata di calma festiva sui mercati anglosassoni)

Continuano dibattiti e conciliaboli più o meno pubblici sul destino del debito greco, in una giornata di calma piatta per le festività di Londra e New York. Pare (condizionale d’obbligo, visto che la vicenda assume ogni giorno contorni sempre più surreali ) la prossima mossa potrebbe essere la sostituzione dell’equivalente greco dell’Agenzia delle entrate (o meglio, dei suoi dirigenti) con funzionari della Ue, che come fantasia ammetterete non è male. Perché fidarsi è bene, ma premunirsi è meglio.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da qualche tempo, nel linguaggio degli eurocrati, è emerso un termine piuttosto singolare: reprofiling. E’ riferito alla modifica del profilo temporale dei rimborsi del debito greco. Essendo ormai certo che Atene non riuscirà a tornare autonomamente sui mercati dei capitali nel 2012, come invece illusoriamente previsto all’inizio del salvataggio, si pone ora il problema delle scadenze dei prossimi due anni, e di come reperire altri 30-50 miliardi di euro per coprire deficit aggiuntivo, in attesa dell’entrata a regime dello European Stability Mechanism (ESM).

Tra le cose più psichedeliche apparse all’orizzonte di questo paese di dissociati vi è senz’altro l’ammissione del ministro per la Semplificazione normativa che italiani e padani sono parte della stessa comunità nazionale, e fors’anche razziale, prima che etnica:

La candidatura del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi alla guida della Bce, sostenuta nelle ultime ore anche dalla Germania, è per il ministro Calderoli, «un risultato assolutamente positivo, che contraddice tutti quelli che fino ad oggi hanno detto che la credibilità e l’immagine internazionale del nostro paese è stata danneggiata da questo governo. E’ la prima volta che ci riusciamo, quindi evidentemente all’estero la pensano in maniera differente rispetto ai nostri detrattori, che sono sempre e solo a sinistra» (Ansa, 12 maggio 2011)

Certo, certo.

(Post inevitabilmente tecnico. Se volete slogan e chiacchiere da bar, rivolgetevi a quanti parlano/scrivono di “uscita della Grecia dall’euro”, sarete soddisfatti)

Lentamente ma inesorabilmente stiamo avvicinandoci all’esito della farsa greca: la ristrutturazione del debito sovrano. Partendo dalla premessa che l’uscita dall’euro non è fattibile, e dalla realtà che il costo del debito è insostenibile, l’esito finale è solo uno: una ristrutturazione sufficientemente furba da non innescare un evento di default, e quindi evitare un gigantesco regolamento di conti tramite i credit default swap.