chirac_merkel.jpgInattesa (ma non troppo) aggressione della realtà ai danni del governo italiano, dopo che le ultime nomine di funzionari della Commissione europea hanno penalizzato il nostro paese a tutto vantaggio del “dinamico duo”, Francia e Germania. Sfuriata del ministro per il Commercio estero e le politiche europee, Emma Bonino, che rimembra il bel tempo andato, quando vigevano quote nazionali nell’assegnazione delle nomine, in un contesto dove la meritocrazia deve cedere il passo ad accordi politici che riflettono l’interesse nazionale dei paesi membri. L’Italia (o meglio l’egemonia culturale di sinistra ed il suo internazionalismo alla Mulino Bianco) è da sempre assai poco avvezza a quest’ultimo concetto, sacrificato sull’altare di una politica estera vacuamente declamatoria, che trova la propria massima espressione e gratificazione nella partecipazione a power breakfast dove tutto è già stato deciso.

Se volete avere una illustrazione molto sintetica ed altrettanto efficace dei meccanismi perversi che determinano la lievitazione del costo del personale nelle università italiane, leggete qui.

Se volete avere alcuni suggerimenti operativi sul modo di aumentare le risorse a disposizione degli atenei e della ricerca in generale, reperite il già citato libro di Alesina e Giavazzi, Goodbye Europa. Troverete, tra le altre cose, un breve elenco di ciò di cui necessita l’Europa per uscire dalla propria stagnazione, che è culturale prima che economica. Noi di seguito vi riproduciamo il punto dell’esalogo relativo ad università e ricerca:

“Non ho mai raccomandato ad alcuno Stato membro di ridurre le tasse o la spesa pubblica”: lo ha detto il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia, per il quale ciò che conta per Bruxelles è “ridurre il deficit e fare attenzione all’evoluzione del debito pubblico”.

”Ci sono alcuni – ha spiegato Almunia – che hanno sempre in bocca la raccomandazione di ridurre le tasse e la spesa pubblica. Ma non ascolterete mai dalla mia bocca questo tipo di indicazione, perchè ciò che conta per noi è riportare i deficit e i debiti pubblici a livelli sostenibili”.

E bravo Almunia. Poiché la Commissione non può certo spingersi a suggerire un mix ottimale di politica economica, perché ciò avrebbe un impatto devastante sulla già problematica coesione dell’Unione Europea, oltre a rappresentare la forma suprema e definitiva di cessione di sovranità, meglio limitarsi ad un approccio ragionieristico: quello che conta è la bottom line, il rapporto tra deficit e pil, ottenuto non importa come. Perché, come noto, il rapporto deficit/pil al 3 per cento e quello debito/pil al 60 per cento sono parte integrante delle Sacre Scritture.

La bocciatura del Trattato costituzionale europeo da parte degli elettori francesi ed olandesi, un anno fa, ed i sondaggi d’opinione in altri paesi dell’Unione Europea mostrano che il grado di accettazione della costruzione unitaria è in declino. Tra i motivi vi è certamente il basso livello di conoscenza del funzionamento dell’Unione Europea. Il processo di allargamento a passo rapido suscita inoltre timori di un eccesso di istanze politiche; allo stesso modo, la crescente burocratizzazione e regolamentazione proveniente da Bruxelles gioca un ruolo non marginale nell’acuire il malessere. I cittadini non comprendono il bisogno di tutta questa regolamentazione, e non ne vedono il valore aggiunto. La radice di tale involuzione può essere individuata nella violazione del principio di sussidiarietà. Il Bundesrat tedesco, la camera alta ove sono rappresentati i Laender, tiene nota dei progetti di direttiva europea suscettibili di violare il principio di sussidiarietà, cioè del principio in base al quale l’Unione Europea dovrebbe agire solo quando il risultato conseguibile dalla propria azione è migliore, per efficacia ed efficienza, rispetto all’intervento dei singoli stati nazionali. Dall’inizio del 2004 il Bundesrat ha segnalato oltre 30 violazioni alla sussidiarietà ed in molti casi ha criticato l’eccesso di regolamentazione. Nel maggior numero di casi, le violazioni non sono relative ad un progetto dell’Unione nella sua interezza, ma a suoi singoli aspetti ed alle specifiche disposizioni in essi contenute.

Invece di riposare durante il fine di settimana, i medici polacchi sempre più spesso si recano all’estero, in particolare in Gran Bretagna e in Irlanda, non per svagarsi ma per offrire assistenza sanitaria al posto dei colleghi locali, che non sono disposti a lavorare nel weekend. Lo ha scritto oggi il quotidiano Gazeta Wyborcza affermando che il nuovo fenomeno riguarda ormai alcune centinaia di medici in Polonia, i quali cercano così di migliorare la loro pessima situazione economica.

Gli euroburocrati sono attualmente impegnati, tra le altre cose, a scrivere un codice di condotta linguistica politicamente corretta, che verrà sottoposto alla valutazione dei leader europei, il prossimo giugno. Nella revisione terminologica, si sollecitano i governi ad evitare l’espressione “terrorismo islamico”, ed a sostituirla con “terroristi che invocano abusivamente l’Islam”.

L’attuale modello sociale europeo si è dimostrato palesemente incapace di affrontare le moderne sfide della globalizzazione, ed ha lasciato l’Europa con enormi problemi: un insormontabile debito pubblico, una popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. Le cifre della disoccupazione possono essere tranquillamente raddoppiate per tenere conto della disoccupazione occultata. La realtà non detta è che la reale consistenza della disoccupazione europea si trova ai livelli della Depressione del 1932.
Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale è superiore al 4 per cento, per effetto della crescita in doppia cifra (o prossima ad essa) di Cina e India, e della crescita degli Stati Uniti, pari anch’essa a circa il 4 per cento, per effetto della maggiore capacità a sfruttare le dinamiche della globalizzazione. L’Unione Europea cresce ad un passo di circa l’1.5 per cento. Perché questa avvilente performance, prodotta tra l’altro dal più grande mercato unico del pianeta, e in un’area che potrebbe godere della propria imponente dotazione infrastrutturale, di alti standard formativi e di etica del lavoro, di un clima favorevole e, non ultimo, dal grande potenziale creato dalla caduta della Cortina di Ferro?