Gli euroburocrati sono attualmente impegnati, tra le altre cose, a scrivere un codice di condotta linguistica politicamente corretta, che verrà sottoposto alla valutazione dei leader europei, il prossimo giugno. Nella revisione terminologica, si sollecitano i governi ad evitare l’espressione “terrorismo islamico”, ed a sostituirla con “terroristi che invocano abusivamente l’Islam”.

L’attuale modello sociale europeo si è dimostrato palesemente incapace di affrontare le moderne sfide della globalizzazione, ed ha lasciato l’Europa con enormi problemi: un insormontabile debito pubblico, una popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. Le cifre della disoccupazione possono essere tranquillamente raddoppiate per tenere conto della disoccupazione occultata. La realtà non detta è che la reale consistenza della disoccupazione europea si trova ai livelli della Depressione del 1932.
Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale è superiore al 4 per cento, per effetto della crescita in doppia cifra (o prossima ad essa) di Cina e India, e della crescita degli Stati Uniti, pari anch’essa a circa il 4 per cento, per effetto della maggiore capacità a sfruttare le dinamiche della globalizzazione. L’Unione Europea cresce ad un passo di circa l’1.5 per cento. Perché questa avvilente performance, prodotta tra l’altro dal più grande mercato unico del pianeta, e in un’area che potrebbe godere della propria imponente dotazione infrastrutturale, di alti standard formativi e di etica del lavoro, di un clima favorevole e, non ultimo, dal grande potenziale creato dalla caduta della Cortina di Ferro?

Torniamo a divulgare il pensiero di Vaclav Klaus, perché pensiamo che esso rappresenti una grande fonte di ispirazione e di speranza per quanti ritengono che “un’altra Europa è possibile”. Quella che segue è la trascrizione di alcuni passi del discorso tenuto dal presidente ceco all’annuale riunione della Mont Pelerin Society, a Reykjavik, lo scorso agosto. Particolarmente godibile il riferimento critico al prepotere degli intellettuali, per inclinazione naturale mosche cocchiere del neo-costruttivismo. Concetti di grande rilevanza, soprattutto per noi italiani, da sempre sotto la cappa mefitica dell’egemonia culturale progressista, di cui abbiamo pressoché quotidiane, demenziali esternazioni. Contro tutti i “costruttori di felicità”: (nostra traduzione)

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca, si scaglia contro il totem illiberale dell’ultimo europeismo. In un recente discorso tenuto presso l’ambasciata del proprio paese in Lussemburgo, Klaus ha espresso concetti impressionanti, per portata culturale ed ampiezza della riflessione filosofica, che squarciano il velo di euroconformismo ipocrita tanto caro alle cariatidi della Vecchia Europa, Romano Prodi su tutti. Il presidente ceco ha espresso seri dubbi circa il futuro “sempre più unificato” dell’Unione Europea. E colpisce il fatto che questi dubbi siano condivisi dai leader di quella che fu la dissidenza dell’Est Europa, come Vladimir Buchowsky, che tempo fa a Bruxelles ha ammonito contro la trasformazione dell’Europa in una nuova Unione Sovietica, la EURSS, il superstato totalitario.

La vicenda Enel-Suez, o meglio Italia-Francia, sta scatenando una ridda di dichiarazioni, proclami e idiozie assortite, tutte rigorosamente bipartisan, che rientrano a pieno titolo nell’impotente logorrea nazional-popolare. Per riassumere: a nostro giudizio, il governo francese ha agito da broker, esercitando una “moral suasion” (eufemisticamente parlando) per indurre una società privata quale è Suez, a fondersi con una pubblica, quale è Gaz de France, attualmente controllata all’80 per cento dallo Stato francese. E’ poi innegabile che, se Enel avesse proceduto a depositare il prospetto dell’Opa su Electrabel (controllata belga di Suez e casus belli dell’intera vicenda) anziché annunciare alla stampa le proprie intenzioni, il numero di gradi di libertà di Palais Matignon sarebbe stato fortemente ridotto. Nei fatti, appare altrettanto ineccepibile la presa di posizione del Commissario Ue alla Concorrenza, Charlie McCreevy che ieri, per bocca del proprio portavoce, ha dapprima detto che non ravvisa violazione alla normativa europea sulla libera circolazione dei capitali, e successivamente ha precisato che il comportamento francese è contrario allo spirito (sic) che dovrebbe guidare la liberalizzazione dei mercati europei.

Quando otto paesi dell’ex impero sovietico entrarono nell’Unione Europea, nel maggio 2004, la retorica prevalente parlava di fine delle divisioni storiche. Oggi, gli attriti tra Est ed Ovest Europa si stanno moltiplicando. Una nuova cortina di ferro sta calando sul continente: la precedente era politica, la nuova è economica. I paesi dell’Europa occidentale mostrano crescenti reazioni protezionistiche nei confronti degli ultimi arrivati, i quali ricambiano mostrandosi sempre più insofferenti verso norme che, nominalmente, dovrebbero essere frutto di valori condivisi. Sta divenendo sempre più evidente che l’approccio centralista ed integrazionista dell’Unione Europea avrà crescenti problemi a tenere uniti due blocchi economici che tendono a muoversi in direzioni opposte.

Sul New Perspectives Quarterly una interessante intervista a Milton Friedman su benefici e rischi dell’euro.
Il premio Nobel per l’economia ha le idee molto chiare sul nocciolo duro della Vecchia Europa:

NPQ | The so-called “old Europe” of France, Germany and Italy has been stagnating with high levels of unemployment. Germany—one of the last bastions of the Cold War Keynesian welfare state—now has a conservative leader, Angela Merkel.What should be done to get Germany, and by extension old Europe, back on track?

Friedman | They all ought to imitate Margaret Thatcher and Ronald Reagan; free markets in short.

Friedman attribuisce il merito dell’apparente sconfitta dell’inflazione all’azione delle banche centrali, segnatamente della Fed.

Secondo il ministro polacco per gli Affari Europei, Jaroslaw Pietras, l’assenza di chiarezza sulla legislazione lavoristica dell’Unione Europea sta aiutando i vecchi stati membri a sfruttare i nuovi:

“We are dealing with a situation of hypocrisy. To an extent, the existence of a black market in workers is tolerated because companies in this way supplement deficits in the elasticity of the labour market.”

L’attuale legislazione comunitaria consente ai lavoratori dei nuovi stati membri solo una limitata libertà di movimento, ma secondo il ministro polacco l’adozione di una direttiva meno protezionista sui servizi servirebbe a rimuovere le barriere amministrative che oggi costringono gli immigrati nell’area grigia del lavoro nero.