Secondo un analista di JPMorgan, una decurtazione di “solo” il 20 per cento del valore di rimborso di titoli di stato greci, irlandesi, spagnoli e portoghesi determinerebbe l’azzeramento del capitale proprio delle banche francesi. E’ sempre più drammaticamente chiaro che fare ciò che andrebbe fatto (colpire gli obbligazionisti senior) determinerebbe il crollo del sistema bancario europeo.

Da dove cominciamo, volendo peraltro essere sintetici? Da una circostanza che ci ha colpito nei giorni scorsi: un numero ampio e crescente di cittadini irlandesi si dicono favorevoli al default dello stato nei confronti degli obbligazionisti bancari, in luogo di un devastante programma di austerità che lascerà il paese in condizioni di prostrazione per molti anni a venire. Eppure, le idee di Unione europea e FMI sono molto chiare: nessuna ristrutturazione per le obbligazioni bancarie senior.

Da questo articolo di Simon Johnson, un paio di utili spunti di riflessione:

«Almeno il 20 per cento del Pil irlandese è fatto da “imprese-fantasma” che hanno poca o nessuna attività reale in Irlanda. Le imposte sulle società sono fissate al 12,5 per cento, ma le maggiori imprese globali riescono a costruire complicati schemi che coinvolgono paradisi fiscali offshore, in tal modo riducendo le loro aliquote d’imposta effettive ad una grandezza in singola cifra (sotto il 10 per cento)»

Ora capite il motivo della resistenza estrema a non toccare le aliquote d’imposta sulle società?

Evidentemente non pago della profezia di marzo (rileggetela attentamente), Romano Prodi si rimette il mantello del mago Otelma anche per l’Irlanda. L’ex premier non vede “una espansione a catena” della crisi da Dublino agli altri Paesi dell’area euro. L’ex presidente della Commissione Ue lo ha detto oggi in una intervista a Radio Popolare.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Con la capitolazione dell’Irlanda, che riceverà aiuti da Unione europea, Fondo Monetario Internazionale e Regno Unito, si apre la seconda fase della crisi di euro-debito, dopo le misure adottate mesi addietro per isolare la Grecia dai mercati per un triennio, nell’attesa che il risanamento proceda. La radice della crisi irlandese è data dal peso delle perdite su crediti immobiliari sul bilancio del sistema bancario del paese. Non è servito a nulla avere creato una struttura (la NAMA) preposta a rilevare i crediti dalle banche a prezzo scontato e successivamente ricapitalizzare le banche, per salvarle dall’insolvenza indotta dalle minusvalenze causate dai crediti tossici.

Il governatore della banca centrale irlandese, Patrick Honohan, quasi due anni addietro aveva già perfettamente identificato le cause del crack creditizio del suo paese. Tecnocrate posto alla guida della banca centrale di Dublino interrompendo (ma solo a causa di una drammatica emergenza) una consolidata tradizione di docili esponenti del Tesoro chiamati a ricoprire quel ruolo, Honohan a inizio 2009 realizzò un paper per la World Bank dal titolo What Went Wrong in Ireland?, nel quale spiegava che la crescita del paese, originariamente sana e basata su robuste ricette di supply side, è stata dirottata dalla hubris di un istituto di credito (Anglo Irish Bank), presto imitato dalle consorelle, al quale è stato consentito di crescere in modo patologico ed “islandese”.