Torniamo a divulgare il pensiero di Vaclav Klaus, perché pensiamo che esso rappresenti una grande fonte di ispirazione e di speranza per quanti ritengono che “un’altra Europa è possibile”. Quella che segue è la trascrizione di alcuni passi del discorso tenuto dal presidente ceco all’annuale riunione della Mont Pelerin Society, a Reykjavik, lo scorso agosto. Particolarmente godibile il riferimento critico al prepotere degli intellettuali, per inclinazione naturale mosche cocchiere del neo-costruttivismo. Concetti di grande rilevanza, soprattutto per noi italiani, da sempre sotto la cappa mefitica dell’egemonia culturale progressista, di cui abbiamo pressoché quotidiane, demenziali esternazioni. Contro tutti i “costruttori di felicità”: (nostra traduzione)

Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca, si scaglia contro il totem illiberale dell’ultimo europeismo. In un recente discorso tenuto presso l’ambasciata del proprio paese in Lussemburgo, Klaus ha espresso concetti impressionanti, per portata culturale ed ampiezza della riflessione filosofica, che squarciano il velo di euroconformismo ipocrita tanto caro alle cariatidi della Vecchia Europa, Romano Prodi su tutti. Il presidente ceco ha espresso seri dubbi circa il futuro “sempre più unificato” dell’Unione Europea. E colpisce il fatto che questi dubbi siano condivisi dai leader di quella che fu la dissidenza dell’Est Europa, come Vladimir Buchowsky, che tempo fa a Bruxelles ha ammonito contro la trasformazione dell’Europa in una nuova Unione Sovietica, la EURSS, il superstato totalitario.

La vicenda Enel-Suez, o meglio Italia-Francia, sta scatenando una ridda di dichiarazioni, proclami e idiozie assortite, tutte rigorosamente bipartisan, che rientrano a pieno titolo nell’impotente logorrea nazional-popolare. Per riassumere: a nostro giudizio, il governo francese ha agito da broker, esercitando una “moral suasion” (eufemisticamente parlando) per indurre una società privata quale è Suez, a fondersi con una pubblica, quale è Gaz de France, attualmente controllata all’80 per cento dallo Stato francese. E’ poi innegabile che, se Enel avesse proceduto a depositare il prospetto dell’Opa su Electrabel (controllata belga di Suez e casus belli dell’intera vicenda) anziché annunciare alla stampa le proprie intenzioni, il numero di gradi di libertà di Palais Matignon sarebbe stato fortemente ridotto. Nei fatti, appare altrettanto ineccepibile la presa di posizione del Commissario Ue alla Concorrenza, Charlie McCreevy che ieri, per bocca del proprio portavoce, ha dapprima detto che non ravvisa violazione alla normativa europea sulla libera circolazione dei capitali, e successivamente ha precisato che il comportamento francese è contrario allo spirito (sic) che dovrebbe guidare la liberalizzazione dei mercati europei.

Quando otto paesi dell’ex impero sovietico entrarono nell’Unione Europea, nel maggio 2004, la retorica prevalente parlava di fine delle divisioni storiche. Oggi, gli attriti tra Est ed Ovest Europa si stanno moltiplicando. Una nuova cortina di ferro sta calando sul continente: la precedente era politica, la nuova è economica. I paesi dell’Europa occidentale mostrano crescenti reazioni protezionistiche nei confronti degli ultimi arrivati, i quali ricambiano mostrandosi sempre più insofferenti verso norme che, nominalmente, dovrebbero essere frutto di valori condivisi. Sta divenendo sempre più evidente che l’approccio centralista ed integrazionista dell’Unione Europea avrà crescenti problemi a tenere uniti due blocchi economici che tendono a muoversi in direzioni opposte.

Sul New Perspectives Quarterly una interessante intervista a Milton Friedman su benefici e rischi dell’euro.
Il premio Nobel per l’economia ha le idee molto chiare sul nocciolo duro della Vecchia Europa:

NPQ | The so-called “old Europe” of France, Germany and Italy has been stagnating with high levels of unemployment. Germany—one of the last bastions of the Cold War Keynesian welfare state—now has a conservative leader, Angela Merkel.What should be done to get Germany, and by extension old Europe, back on track?

Friedman | They all ought to imitate Margaret Thatcher and Ronald Reagan; free markets in short.

Friedman attribuisce il merito dell’apparente sconfitta dell’inflazione all’azione delle banche centrali, segnatamente della Fed.

Secondo il ministro polacco per gli Affari Europei, Jaroslaw Pietras, l’assenza di chiarezza sulla legislazione lavoristica dell’Unione Europea sta aiutando i vecchi stati membri a sfruttare i nuovi:

“We are dealing with a situation of hypocrisy. To an extent, the existence of a black market in workers is tolerated because companies in this way supplement deficits in the elasticity of the labour market.”

L’attuale legislazione comunitaria consente ai lavoratori dei nuovi stati membri solo una limitata libertà di movimento, ma secondo il ministro polacco l’adozione di una direttiva meno protezionista sui servizi servirebbe a rimuovere le barriere amministrative che oggi costringono gli immigrati nell’area grigia del lavoro nero.

Nei flussi di immigrazione internazionale si è ormai affermata una chiara tendenza. Gli Stati Uniti attraggono il 54 per cento dei lavoratori a maggiore qualificazione, mentre l’Unione Europea attrae l’84 per cento dei lavoratori privi di specializzazione. Come abbiamo già evidenziato, nel lungo periodo ciò è un male per l’Europa, perché i lavoratori privi di specializzazione tendono a drenare risorse di welfare, mentre i lavoratori qualificati tendono a contribuire alla produzione di gettito fiscale.
Per contrastare questa tendenza, il commissario alla Giustizia ed Immigrazione, Franco Frattini, e quello all’Occupazione, Vladimir Spidla hanno presentato, alla fine dello scorso dicembre, un progetto di direttiva mirata ad armonizzare la politica dell’immigrazione.

Nei giorni scorsi Stefan Tangermann, direttore del dipartimento Alimenti, Agricoltura e Pesca dell’Ocse, ha annunciato che la sua organizzazione ha quantificato l’entità dei trasferimenti totali dai governi al settore agricolo, nel 2003, a 92 miliardi di dollari negli Stati Uniti, lo 0.84 per cento del prodotto interno lordo. Per l’Unione Europea a 15 membri tale dato è ammontato, nello stesso anno, a 132 miliardi di dollari, ben l’1.26 per cento del prodotto interno lordo dell’Area. Tali trasferimenti includono i servizi governativi complessivi al settore agricolo, quali ricerca ed infrastrutture e, negli Stati Uniti, i sostegni alimentari rappresentati dai food stamps erogati ai meno abbienti. In particolare, il sostegno diretto ai coltivatori è stato pari, sempre nel 2003, a 36 miliardi di dollari negli Stati Uniti (il 15 per cento del reddito agrario), e a ben 118 miliardi di dollari nell’Euro-15, il 36 per cento del reddito di categoria. Si tratta, soprattutto relativamente all’Unione Europea, di un dato folle, che falsa pesantemente i mercati internazionali e rappresenta il principale ostacolo ai tentativi di favorire il decollo economico dei paesi poveri, produttori di commodities agricole.