Ieri il ministro portoghese dell’Economia, Alvaro Santos Pereira ha “svelato” (rigorosamente senza fornire uno straccio di numeri) le linee guida di un programma di rilancio della competitività del sistema delle imprese portoghesi, indicando l’esigenza di ridurre la tassazione aziendale, promettendo crediti agevolati agli esportatori e vagheggiando la creazione di un habitat favorevole all’insediamento nel paese di imprese estere. Il tutto mentre il bilancio pubblico si sbriciola, dal sistema delle imprese di stato emergono nuovi buchi potenziali di dimensioni inquietanti e nel futuro non troppo lontano del paese si profila una ristrutturazione dei termini dei prestiti ottenuti dalla Troika, che peraltro rischia di non servire.

Su Bloomberg, un articolo (link non disponibile) che evidenzia un timore molto diffuso tra gli analisti di mercato: la Spagna non riuscirà a farsi bastare i 41 miliardi di euro di fondi europei sinora utilizzati per la ristrutturazione del proprio sistema bancario, su un accordato totale di cento miliardi. Come commenta un analista, quanto più l’economia si deteriora, tanto più la base di capitale delle banche viene erosa, e servono nuove ripuliture e risorse.

La premier slovena Alenka Bratusek ha dichiarato che il suo governo necessita di più tempo per consolidare le finanze pubbliche, e che il piano di rientro stilato dal precedente esecutivo sarebbe semplicemente “ridicolo”. Nel frattempo, l’asta di titoli di stato della settimana scorsa è riuscita a collocare solo la metà dell’importo previsto, ed il piano di riacquisto della emissione a diciotto mesi in scadenza il prossimo 6 giugno (quella che potrebbe costringere il paese alla capitolazione ed a chiedere assistenza sovranazionale) ha una elevata probabilità di fallimento. Finirà tutto come sappiamo.

Ripetiamolo alla nausea: non c’è nulla di sconvolgente nella campagna di stampa in atto in Germania sulle ricchezze (vere o presunte) dei paesi del Sud Europa che sono in assistenza o che potrebbero finirvi, come il nostro. Nessuna sorpresa, quindi, che anche lo Spiegel di questa settimana dica la sua, con toni da giornale popolare anziché da “autorevole” magazine dedito alle analisi. Questa reazione è verosimilmente (ma non esclusivamente) frutto dell’affermarsi di correnti anti-euro della società tedesca che prendono la forma partitica e divengono particolarmente vocali. Il problema è nell’immediato metodologico, in termini di qualità dei dati utilizzati, ma ha anche importanti ricadute politiche, nell’accidentato percorso che dovrebbe portarci all’unione bancaria europea.

Oggi e domani, a Dublino, un vertice informale dell’Eurogruppo dovrebbe fare il punto del salvataggio cipriota ma, soprattutto, decidere ulteriori agevolazioni finanziarie per Portogallo ed Irlanda. E’ il solito copione, già visto più volte: le previsioni sono sistematicamente errate per eccesso di ottimismo ed alla fine si giunge, a colpi di aggiustamenti successivi, ad accomodare margini di manovra per evitare che il malcapitato paese si schianti. Ma il punto vero è che ci stiamo avvicinando a scoprire se le OMT di Mario Draghi sono solo un bluff o se vengono tenute in serbo per non meglio precisati “altri momenti”.

Il governatore della banca centrale francese, Christian Noyer, si è espresso oggi a favore di misure di taglio della spesa pubblica per raggiungere l’obiettivo del 3 per cento del rapporto deficit-Pil entro il prossimo anno, ammesso (e quasi certamente concesso) di riuscire ad ottenere da Bruxelles un rinvio di un anno nel percorso di consolidamento fiscale. Partendo dalla premessa che agire sulla leva di nuove entrate è improponibile, a meno di essere aspiranti suicidi ed aver comunque capito assai poco di cosa serva realmente per fare gettito, Noyer indica soprattutto un’area di risparmio di spesa pubblica: quella che condurrà François Hollande all’appuntamento col destino cinico e baro.