Tra le pieghe della torrenziale requisitoria compiuta da Luca Cordero di Montezemolo all’assemblea annuale di Confindustria, tutta improntata alla strenua difesa dell’imprenditoria italiana e dei suoi atrofizzati animal spirits, si segnala il grido di dolore sull’Irap, che va abolita d’urgenza, per recuperare competitività. In sala, un diligente Romano Prodi prende appunti. Al termine della relazione di Montezemolo, il Professore scolpisce:

«La relazione di Montezemolo è forte e bella. Non ha nascosto i problemi del paese. E’ però responsabilità della classe politica di questo paese essere uniti. E proprio per questo “ ha continuato il Professore – ho chiesto l’unità dell’Ulivo. La sua forza è indispensabile per salvare l’Italia».

Su LaVoce.info appare un solenne ed inacidito “appello” della redazione al ministro dell’Economia, Siniscalco. Più che di un appello, si tratta di un esplicito invito a dimettersi. Fin qui, non si tratta di un avvenimento destinato a lasciare profonde tracce nelle nostre esistenze. In Italia, per tradizione ancestrale, l’iniziazione alle tecniche dialettiche e retoriche avviene di norma chiedendo le dimissioni di qualcuno, come insegna l’unità primigenia di socializzazione politica del nostro paese, il condominio, dove abitualmente si svolge il rito di passaggio della richiesta di dimissioni dell’amministratore. Quello che tuttavia colpisce è il tono dell’”appello”, molto simile ad un anatema, e le argomentazioni utilizzate. Si parte con un incipit da Fine dei Tempi:

Si riapre pericolosamente lo spread fra Btp e Bund e, con la decisione Eurostat, il rapporto fra debito pubblico e Pil torna ad aumentare dopo 10 anni. Ci vorrebbero mani salde alla conduzione della politica economica. Ma non c’è spazio per i tecnici in questo governo. E non c’è controllo democratico su chi davvero decide. Inquietante.

E si sviluppa il tema, peraltro con scarsa coerenza:

Che volete farci, siamo assuefatti e spossati, dicono i pacifinti…

IMBARAZZO TRA I PACIFISTI. «I CORTEI? SIAMO STANCHI»
Il manifesto : «Giuliana aveva dietro una famiglia»

ROMA – Non è il momento di chiedere a che ora, e dove, e quando, ci sarà un corteo per invocare la liberazione di Clementina, perché i grandi capi del movimento pacifista italiano non sanno cosa risponderti, perché allargano le braccia e scuotono la testa: perché non hanno organizzato ancora niente, nemmeno un sit-in, nemmeno una fiaccolata.

Come ampiamente previsto, l’esito delle elezioni comunali di Catania sta provocando due esiti convergenti: un piccolo bradisisma nell’Unione e puntualissime accuse di brogli elettorali. Riguardo il primo, leggiamo che Prodi, dal suo sito, ritiene opportuno reiterare l’invito a serrare le fila e proseguire nell’esperienza unitaria di Ulivo e Unione, non prima di aver ribadito che

Voglio dire, innanzi tutto, che il centrosinistra si sta attrezzando per governare sulla base di una unità raggiunta e solidificata in forme del tutto nuove. Rispetto al 1996 c’è una differenza molto forte. Quella di allora fu una semplice intesa elettorale, oggi l’Unione è costruita attorno a un programma che ognuno sentirà come proprio, un programma impegnativo per governare cinque anni. E all’interno dell’Unione c’è la Federazione dell’Ulivo, che si pone come baricentro dell’alleanza di governo.

Quindi, dopo “la banca costruita intorno a te”, ecco l’Unione costruita attorno ad un programma. Quale, non è ancora dato sapere.

Non conosciamo Umberto Scapagnini, sindaco uscente e rientrante di Catania, né conosciamo le problematiche specifiche della città etnea, o le piattaforme elettorali dei concorrenti alle elezioni. Di questa elezione, però, ci hanno colpiti alcune circostanze. In primo luogo, la presenza di 31 liste elettorali che, in una città di nemmeno 350.000 abitanti indica, come dire?, una vivace partecipazione democratica. La stessa scheda elettorale, lunga 97.5 centimetri, pare abbia provocato un considerevole numero di voti nulli. Potremmo immaginare una proliferazione di liste (soprattutto civiche) indotta da single-issues (un parco, un parcheggio, dei sussidi comunali, gli asili, etc.), ma per quanto ci sforziamo non riusciamo ad interpretare l’esercizio del voto a Catania come una improvvisa metamorfosi in senso elvetico delle dinamiche politiche di quella città. Per essere crudi, a noi questo florilegio di liste ricorda i primi, incerti passi dei paesi dell’est europeo dopo la caduta del Muro, quando alle prime elezioni libere si presentarono partiti degli automobilisti, dei bevitori di birra e degli amici del gatto persiano. Sfortunatamente, Catania è in Italia, paese di democrazia matura o sedicente tale, liberato (dagli odiati yankees) sessant’anni fa, e passato attraverso varie fasi di sviluppo economico e (in misura assai minore) civile e sociale.

Mentre in quel di Bologna (gran bella città, con un sindaco piuttosto in gamba…), tra fumo (soprattutto quello), clangore e sferragliamenti vari, ferve l’attività della Fabbrica del Programma, un altro illustre bolognese, presidente di Confindustria e Fiat tratteggia, in un’intervista a Repubblica, il programma degli imprenditori per il governo che verrà. E lo fa partendo da alcune premesse ampiamente condivisibili. Dapprima criticando un governo sedicente liberale e liberista, che ha fatto sparire nottetempo dal leggendario “pacchetto competitività” (che meglio sarebbe definire pacco), una riforma delle libere professioni peraltro già ampiamente annacquata:

Finalmente, dopo mesi di pervicace e surreale ottimismo, il premier prende atto che qualcosa non funziona nel profondo dell’economia italiana. Attendiamo gli sviluppi operativi, con l’abituale disincanto. Nel frattempo, pare che il consiglio dei ministri di ieri abbia rappresentato qualcosa di molto simile ad un gruppo di autocoscienza, con la malintesa “socialità” (leggasi ciclo elettorale di spesa) dei Baccini e degli Alemanno finalmente silenziata. E’ un buon viatico. Non ha tutti i torti il governatore della Banca d’Italia quando afferma che, per individuare un trend, occorrono non meno di tre trimestri, anche se queste regolette numeriche di solito servono a opinionisti e polemisti da osteria (figure che spesso tendono a coincidere) per riprodurre gli abituali schemi biscardiani sui quali il paese da sempre galleggia.