Ben consapevoli che i programmi sono fatti per essere disattesi, tentiamo di analizzare il manifesto economico dei due maggiori partiti, iniziando da quello del Partito democratico. Dal versante della spesa, rileviamo l’abituale mantra a “riduzione e riqualificazione”, senza intaccare, ma anzi facendo crescere nel tempo la quota di spesa sociale sul Pil (ça va sans dire). Negli intendimenti del Pd la riduzione della spesa (assieme all’aumento di entrate derivante dalla chimerica lotta all’evasione) sarà strumentale alla riduzione della pressione fiscale su imprese e famiglie. Le indicazioni su come conseguire questa riduzione (mezzo punto nel primo anno, un punto nel secondo e nel terzo) restano largamente indeterminate o al più si richiamano a generiche attività di “alta amministrazione”, come l’introduzione di benchmark contro i quali confrontare le performances dei singoli uffici. Molto suggestivo, ma è lecito nutrire dubbi su dove possa posizionarsi questa asticella di prestazioni nell’ipotesi in cui si cerchi la concertazione con i sindacati. Presente anche l’abituale giaculatoria sui dirigenti “responsabilizzati”, e corrispondente remunerazione “robustamente condizionata” al raggiungimento di predeterminati risultati. Questo significa che i dirigenti (che continueranno ad essere scelti per concorso pubblico, s’intende) saranno anche liberi di scegliere i propri collaboratori, eventualmente liberandosi di quelli ritenuti inidonei al ruolo? Chi può dirlo.

Ma quanti voti spostano, oggi, i radicali? E soprattutto, in che direzione rispetto alla coalizione in cui si trovano: attrattiva o repulsiva? Quanti elettori indecisi voteranno per il Pd veltroniano per effetto dell’accordo con le truppe pannellate? E quanti voteranno altrove proprio a causa della presenza in lista dei radicali? Sarà una deformazione professionale, ma noi tendiamo sempre a valutare azioni e comportamenti in termini di analisi costi-benefici. E in questo caso non riusciamo a capire. Gli ultimi sondaggi accreditano i radicali di circa l’1 per cento delle intenzioni di voto (sondaggio effettuato il 20 febbraio – cioè prima dell’accordo con il Pd- da Crespi Ricerche per conto di Clandestinoweb.com). Partiamo dai benefici: quali vantaggi può trarre il Pd dalla presenza in lista dei radicali?

A seguito della pubblicazione dell’articolo “Collezione primavera-estatesul sito de Il Legno Storto, abbiamo ricevuto la diffida di tal Raffaello Morelli, presidente di una non meglio identificata “Federazione dei Liberali”, che ci intima a non utilizzare la denominazione “Partito della Libertà” con riferimento allo schieramento di centrodestra che ha in Silvio Berlusconi il proprio candidato premier. Il testo della diffida (inviata a suo tempo anche a Michela Vittoria Brambilla e a Sandro Bondi) potete leggerla nei commenti all’articolo su Il Legno Storto. La nostra replica a Morelli potete invece leggerla direttamente qui:

Il nuovismo veltroniano sembra essersi decisamente impossessato anche delle vecchie mummie della nomenklatura post-comunista diessina. Questa mattina, intervenendo a Radioanchio, Massimo D’Alema ha infatti deciso di tirar fuori dal guardaroba della storia tutto lo strumentario dialettico della Scuola delle Frattocchie. Oggi Spezzaferro ha quindi ribadito la presunta obsolescenza di Berlusconi, definendone l’eventuale ritorno “un fatto di archeologia politica”:

“Ho parlato di archeologia politica perché Berlusconi è legato ad una stagione politica che è quella di Bush, dell’intervento unilaterale in Iraq. Oggi il mondo sta voltando pagina, si sta orientando verso una politica multilaterale e il ritorno al governo di chi è stato uno dei protagonisti di quella stagione è un fatto di archeologia politica.”

Non male detto dall’uomo che, già all’età di nove anni, mangiava pane e comunismo, scrivendosi personalmente i discorsetti da “pioniere” della sezione del Pci di Monteverde Vecchio, a Roma, coccolato da Palmiro Togliatti; che all’età di 14 anni era iscritto alla Fgci, da cui scalò diligentemente tutto il cursus honorum del perfetto comunista: inclusa la scampagnata a Cuba, una trentina di anni fa, alla testa di una nutrita delegazione di giovani comunisti all’undicesimo festival mondiale della gioventù e degli studenti, promosso dal dittatore cubano, che proprio ieri ha annunciato il proprio ritiro (dopo un solo mandato, ha chiosato qualcuno).