Non ci sono ancora certezze sulle relazioni di causa-effetto tra presenza di discariche e patologie, ma di certo in 104 comuni della provincia di Caserta e 92 della provincia di Napoli i dati epidemiologici mostrano un “eccesso significativo”, rispetto quanto si attendeva a livello regionale, di mortalità generale, di mortalità per varie cause tumorali e di malformazioni. Lo dice uno studio pilota sul “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana” condotto dall’Oms, l’Istituto superiore di sanità, il Cnr, l’assessorato alla Sanità e l’Osservatorio epidemiologico della Campania. Il rapporto, presentato oggi dal commissario straordinario per i rifiuti Corrado Catenacci e dal responsabile della Protezione civile Guido Bertolaso, analizza il periodo compreso tra il 1994 e il 2002. Sono state studiate 20 cause di morte, tra cui la mortalità per tutte le cause, quella legata ai tumori più diffusi (esofago, stomaco, retto, polmoni, mammella, vescica, rene e leucemie) e le cause maldefinite.

Non conosciamo il gup di Milano, Clementina Forleo, che ha mandato assolti dall’accusa di terrorismo internazionale cinque maghrebini accusati (accuse confermate) di avere organizzato campi militari nel nord dell’Iraq e di avere svolto attività di arruolamento di aspiranti kamikaze. Si tratta di fatto della sconfessione della linea investigativa dell’ex pm Stefano D’Ambruoso, da poco diventato consulente presso la sede di Vienna dell’Onu per le questioni giuridiche legate al terrorismo internazionale. Colpisce la motivazione utilizzata dal gup per il proscioglimento. Riconoscendo che gli imputati “avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell’Iraq“, e anche che, a tal scopo

“erano organizzati sia la raccolta e l’invio di somme di denaro, sia l’arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista”, ma “non risulta invece provato – aggiunge il giudice – che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico”.

Singolare capziosità o interpretazione stilisticamente elegante e logicamente ineccepibile dell’attuale quadro legislativo italiano, tuttora caratterizzato dalla sostanziale assenza di una legislazione che recepisca le nuove situazioni internazionali?

Che cosa rappresenta, in sostanza, la vittoria di Niki Vendola alle primarie pugliesi della Gad? Le interpretazioni si sprecano, come ovvio in un paese come il nostro, dove ogni innovazione, vera o presunta, viene vissuta, soprattutto dai media, con lo stesso spettro di reazioni che deve aver accompagnato i nostri progenitori alla scoperta del fuoco. Di questo evento è possibile dare un’interpretazione psico-sociale, come quella, francamente troppo intimista, agiografica e sopra le righe, fatta da Francesco Merlo su Repubblica, con Vendola dipinto come una sorta di San Francesco benedicente, che cammina, lieve e leggiadro come il soggetto di un quadro naif, attraverso le miserie mondane. Grattando sotto la superficie di tale agiografia è però fin troppo facile leggere l’abituale riflesso pavloviano del quotidiano di largo Fochetti, ancora pateticamente convinto di essere una mosca cocchiera della “grande” politica e l’unico vero king maker della sinistra, e per questo motivo sempre piuttosto critico verso l’oligarca D’Alema. Ma altre e meno misere considerazioni si impongono.

Anche quest’anno si è ripetuto il logoro rituale nazional-popolare della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, con relazioni ponderose e allarmate dei procuratori generali, e proteste fatte di ipocriti simbolismi, come la toga nera indossata in segno di “lutto” e l’ostentazione di quella coperta di Linus che per molti giudici è diventata la Costituzione. Resta un unico punto fermo: la pervicace resistenza della corporazione giudiziaria a qualsivoglia ipotesi di riforma. Ricordate le estenuanti discussioni, ai tempi della Bicamerale di dalemiana memoria, sulla “bozza Boato”, un progetto di riforma certo non suscettibile di essere etichettato come berlusconiano? L’argomentazione più articolata che la magistratura, o la parte più conservatrice di essa, riesce ad esprimere è l’abituale niet ad ogni e qualsiasi ipotesi di riforma, anche le più impalpabili ed amichevoli, come quelle degli anni del governo dell’Ulivo, quando il guardasigilli era Giovanni Maria Flick.

E’ quello scagliato da Francesco Rutelli il quale, durante un convegno organizzato a Firenze dalla Margherita, rompe uno dei tabù più cari alla sinistra.

“Dico no alla socialdemocrazia e all’egualitarismo. No alla socialdemocrazia perché si è esaurita. Il mondo è cambiato e le risposte politiche della metà del secolo scorso non sono più possibili. E no all’egualitarismo, perché una società di uguali è povera, finta, retta da poteri oscuri che si basano sulla sopraffazione”.

Posizione interessante, che suscita immediate, sdegnate reazioni da parte della sinistra, anche di quella sedicente “riformista”, e proprio nel giorno in cui si riuniscono gli Stati Generali della sinistra onirico-antagonista, per mettere a punto una delle abituali, logore formule di onanismo politichese per “coordinare” le proprie obnubilazioni vetero-marxiste e illiberali. Bertinotti, ad esempio, giunge ad una conclusione illuminante: “Se si fa a meno dell’egualitarismo, vuol dire che si è liberali (orrore!, ndr), di centro oppure di destra”, mentre Fabio Mussi, esponente del correntone Ds, ricorre al caro, vecchio aggettivo “inquietante” per commentare la sortita di Rutelli.

La decisione della Corte costituzionale di giudicare ammissibili 4 referendum su 5, escludendo quello promosso dai radicali, mirato ad ottenere l’abrogazione totale della legge sulla fecondazione assistita, induce ad alcune riflessioni, in attesa della pubblicazione delle decisioni della corte.