Protesta, il senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, dopo aver appreso del ricorso alla Corte Costituzionale, “contro governo e parlamento” da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, in merito al provvedimento legislativo, che ha forza di legge ordinaria, che permette ai magistrati, assolti a titolo definitivo al termine di un procedimento penale a loro carico, di tornare al lavoro. Come noto, il Csm ritiene, forzando in senso estensivo una norma della Costituzione, di avere competenza esclusiva su promozioni e trasferimenti dei magistrati e quindi anche sulla reimmissione in servizio degli stessi, al termine di un procedimento giudiziario. Tesi tutt’altro che pacifica ed acquisita, ma che rappresenta l’ennesimo tentativo di esorbitare dalle proprie attribuzioni. Di fatto, il Csm vorrebbe avere l’ultima parola sul ritorno in servizio di Corrado Carnevale, in modo da poter esercitare la propria “giustizia suprema” (cioè politica), al di fuori e aldilà delle norme di legge. Abbiamo già avuto modo di segnalare la bulimia del Csm nell’attribuirsi funzioni, ben oltre quanto stabilito dalla Costituzione.

Ipotizziamo pure che l’articolo de l’Unità di ieri, nel quale un ebreo romano deportato accusava il padre del governatore del Lazio, Storace, di averlo bloccato per strada, portato in una Casa del Fascio e percosso, non fosse un tentativo premeditato di gettare palate di fango, a pochi giorni da elezioni regionali sempre più nevrotizzate, su un avversario; ipotizziamo pure che la linea editoriale di un quotidiano urlato, costantemente sopra le righe, sguaiato, ideologicamente malato, quale è l’Unità, non sia mai stata viziata da notizie inventate di sana pianta; ipotizziamo anche che questo giornale non abbia ormai come unico obiettivo editoriale e missione politica quello di additare al pubblico ludibrio, o più propriamente all’odio, i politici ed i giornalisti “nemici”, berciando quotidianamente di complotti, colpi di stato striscianti o manifesti, morte della Costituzione (nientemeno), in un climax di slogan sempre più simili a quelli che si sentivano per strada e si leggevano sui muri nel disgraziato 1977 italiano.

E così, il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria ed Abn Amro hanno rotto gli indugi e, a pochi giorni dalla lettera del commissario europeo Mc Creevy, riguardante la richiesta di chiarimenti alla Banca d’Italia circa la reale apertura ed integrazione comunitaria del sistema bancario italiano, hanno depositato i documenti per l’avvio della procedura d’Opa, rispettivamente su Banca Nazionale del Lavoro e Antonveneta. Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’approvazione della legge sulla tutela del risparmio che, al termine di una gestazione che eufemisticamente definiremmo laboriosa, è diventata di fatto la legge per mantenere in carica a vita il governatore della Banca d’Italia. I prossimi giorni diranno se queste offerte pubbliche d’acquisto sono effettivamente mirate a sviluppare il proprio business in Italia, o a trovare il modo di disimpegnarsi da investimenti che rischiano di diventare scarsamente produttivi. Alcune considerazioni tuttavia si impongono.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90:

A noi, tutto sommato, Alessandra Mussolini sta simpatica. Portatrice di un interessante femminismo, che spesso l’ha vista in rotta di collisione con l’integralismo cattolico di ampia parte della Casa delle Libertà, ci è sempre parsa un caso di “anomalia” politica nel senso di assenza di calcolo e passione spesso naif. Per questo crediamo che, nella vicenda delle firme di lista falsificate, sia rimasta vittima di una delle tante, troppe porcherie che caratterizzano la politica italiana. Quello che della Mussolini non ci è mai piaciuto è l’orgoglio con il quale parla della figura del nonno, quasi rappresentasse ancora oggi un modello politico da seguire. Se è vero che le colpe dei nonni non dovrebbero ricadere sulle nipoti, è altresì vero che Alessandra avrebbe potuto fare politica da posizioni lievemente meno estremiste. Invece, la sua passionalità ed ingenuità (lo diciamo in senso positivo) l’hanno fatta entrare in rotta di collisione con i vertici di An, partito che, non senza astuzie, si è definitivamente lasciato alle spalle il Ventennio. Ora, ci risulta davvero incomprensibile il motivo per cui, dopo essere stata truffata da personaggi interessati e da occasionali e mefitici compagni di strada, abbia deciso di invocare “la democrazia”, concetto verosimilmente alieno alla cultura politica di suo nonno. Ci sono state irregolarità? Pare di si, quindi di cosa stiamo discutendo? E’ opportuno e necessario avviare delle verifiche in tutto il paese, ma che c’entra tutto questo con la democrazia? Forse che una che di cognome fa Mussolini deve necessariamente poter violare le regole, altrimenti è segno che è scattata la conventio ad excludendum? E poi, ecco l’abituale riflesso italico del “tengo famiglia”: mia zia (la Loren) non ci dorme la notte, i bambini (le creature) piangono e vogliono la mamma, etc etc. La Mussolini ringrazi soprattutto la sinistra, che ha dato per l’ennesima volta prova della propria “eticità”, quella di cui il professor Prodi si riempie la bocca ad ogni piè sospinto, raccogliendo firme (pure false) per mettere un cuneo nello schieramento avversario. Vistisi scoperti con le mani nella marmellata, ecco Marrazzo e Violante uscirsene dicendo che si tratta di “beghe interne alla destra”. Impareggiabili.

Nella sua consueta messa domenicale, l’economista-filosofo Eugenio Scalfari si lancia nell’ennesima enciclica su come rilanciare l’economia e la competitività italiane. E lo fa da par suo, con l’abituale iattanza e disonestà intellettuale che lo caratterizzano, unite ad alcuni buchi di memoria che non sapremmo se ricondurre a malizia o agli effetti del tempo che passa. Vediamo in dettaglio lo Scalfari-pensiero: il declino della competitività del paese è iniziato da almeno dieci anni, cioè più o meno dall’avvio della manovra di convergenza all’Euro attuata dai governi Amato, Ciampi e Prodi, con il fortissimo inasprimento della tassazione, ordinaria e straordinaria, e il sistematico rinvio di spesa per investimenti pubblici ed infrastrutture, unito al blocco del “tiraggio di tesoreria” imposto agli enti locali ed alla pubblica amministrazione. Ma, secondo Scalfari, è dal 2002 (casualmente, primo anno di governo completo da parte dell’attuale maggioranza) che esso ha assunto i connotati di una rovinosa caduta del paese verso la deindustrializzazione. Secondo il Nostro, il governo avrebbe sconsideratamente privilegiato gli sgravi fiscali a vantaggio dei redditi medio-alti, a scapito di consumi ed investimenti. Sul congelamento ormai ultradecennale degli investimenti pubblici abbiamo già detto. Sulla fiscalità, esistono sufficienti evidenze che gli sgravi fiscali sui redditi medio-alti esercitano uno stimolo sui consumi maggiore rispetto ad interventi di uguale natura applicati ai redditi più bassi. Inoltre, aggiungiamo che questo governo ha introdotto e ampliato il concetto e la platea di beneficiari della no-tax area, mentre nella precedente legislatura i tre premier di sinistra, succedutisi a suon di colpi di palazzo, strutturalmente agevolati da un assetto istituzionale che impediva la “dittatura del premier”, avevano ridotto la fiscalità quasi esclusivamente sugli scaglioni d’imposta più elevati, cosa che si tende troppo spesso a dimenticare. Inoltre, il governo rossoverde di Gerhard Schroeder, che pensiamo rappresenti per Scalfari ed i suoi amici progressisti un pericoloso darwinista sociale neo-reaganiano, ha da quest’anno ridotto tutta la struttura delle aliquote dell’imposta sul reddito, ed in modo evidentemente asimmetrico. L’aliquota massima passa infatti dal 45 al 42 per cento, la minima dal 16 al 15 per cento

Le nuove avventure di Bocca Giorgio, partigiano antisemita Sant’Anna di Stazzema – Domenica 13 marzo 2005
MANIFESTAZIONE NAZIONALE
IERI IN ITALIA, OGGI IN IRAQ
STESSI I CRIMINI, STESSA LA RESISTENZA

Il 12 agosto 1944, a Sant’Anna di Stazzema, 4 compagnie di SS comandate dal maggiore Walter Reder e spalleggiate dalle autorità fasciste e collaborazioniste italiane, trucidarono 560 persone innocenti. Fu uno dei tanti massacri compiuti dai nazisti tedeschi nel corso della loro guerra imperialista.
Il nazismo e il fascismo furono battuti, ma i loro metodi sanguinari e le loro ambizioni imperiali no.
Già durante la seconda guerra mondiale gli eserciti angloamericani si macchiarono di crimini orrendi, con bombardamenti a tappeto che sterminarono milioni di civili, soprattutto in Germania e in Italia. Per non parlare di Hiroshima e Nagasaki dove gli americani, compiendo il più grave crimine di guerra di tutti i tempi, giunsero ad usare le bombe atomiche nonostante il Giappone fosse già in ginocchio.
Il disegno hitleriano di un dominio totale sul mondo è infatti lo stesso che gli U.S.A. hanno perseguito incessantemente sino ad oggi. Ovunque sono andati, gli eserciti a stelle e strisce si sono lasciati appresso una interminabile scia di sangue.

l quotidiano francese Liberation esprime in un editoriale un dubbio e una certezza. Il dubbio che il governo italiano paghi sistematicamente un riscatto per i propri rapiti, o che ciò rappresenti perlomeno la prassi “operativa” di Roma; la certezza che il rapimento di Giuliana Sgrena e quello di Florence Aubenas non abbiano nulla in comune. Liberation (di cui Florence Aubenas è inviata) si chiede perché Georges Malbrunot e Christian Chesnot siano rimasti prigionieri per quattro mesi, mentre Simona Torretta e Simona Pari lo siano state solo per tre settimane, e perché Giuliana Sgrena sia stata liberata dopo un mese, mentre per la propria inviata non vi siano, da due mesi, indicazioni diverse dall’oscura richiesta d’aiuto rivolta dalla prigioniera al deputato Didier Julia, vecchio arnese della realpolitik di Parigi verso il regime saddamita. Il quotidiano osserva: “A priori, l’Italia sembra male posizionata per salvare la vita ai propri ostaggi perché, con 3000 soldati, fa parte della coalizione che occupa l’Iraq”. Nell’editoriale si cerca di spiegare i periodi di detenzione relativamente brevi degli ostaggi italiani sulla base del pagamento di un riscatto, citando la notizia, mai smentita dal governo italiano, del pagamento di un milione di dollari per liberare le due cooperanti di “Un ponte per…”. Oggi invece la Francia non sarebbe ormai più in grado di esercitare alcuna influenza in Iraq, perché venute meno le proprie reti di relazione dei tempi di Saddam (e Parigi ne aveva moltissime, a tutti i livelli della precedente dittatura, come dimostra la pervicace resistenza dell’Eliseo al regime change chiesto da Bush), e al contempo non fidandosi delle attuali forze politiche di Baghdad, sentimento verosimilmente reciproco, proprio per i motivi sopra citati.

Ci siamo a lungo domandati quali siano le caratteristiche qualificanti del polemista di sinistra. Azzardiamo: lo spirito pedagogico, lo snobismo, il moralismo, l’indulgenza ed il perdonismo compulsivo verso amici e “compagni che sbagliano”, il rigorismo forcaiolo e l’irrefrenabile pulsione alla “rieducazione” del “nemico”, cioè di chiunque impedisca all’umanità di evolvere verso le proprie magnifiche e progressive sorti; l’unidimensionalità nella descrizione delle caratteristiche psicologiche di chi è “altro” dalla propria tribù, talvolta la tendenza, assai poco politically correct, alla derisione dei difetti fisici o di dizione dell’avversario, il revisionismo liofilizzato ed il sillogismo aristotelico: il primo caso è quello in cui si riabilitano (preferibilmente post mortem,) tutti coloro che nel passato avevano osato opporsi o anche solo innescare una qualche dialettica nei confronti del Progresso, il secondo caso, dando prova di indefettibile realismo, è quello per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Nelle ultime variazioni sul tema, pare persino affiorare (ma questo punto è ancora oggetto di dibattito) l’utilizzo di tecniche dialettiche machiste e più generalmente da destra becera.