di Mario Seminerio

Giorni addietro abbiamo ricevuto una singolare email:

“Aumentando il numero dei taxi i prezzi devono per forza aumentare perché il tassista fa meno corse, e i tempi di attesa sono sempre gli stessi a causa del traffico. L’unico modo per abbassare i prezzi è quello di aumentare le corsie preferenziali in modo che il tassista può fare più corse. Ma questo ormai a Roma non è più possibile perché ci sono troppi taxi e l’unica cosa che si può fare è alzare i prezzi del tassametro in modo da riuscire a fare l’incasso con le poche corse che si riescono a fare.”

Questa email è altamente paradigmatica di una certa concezione dell’attività economica autonoma che esiste in Italia.

Come nel 1986, sono in corso le procedure di privatizzazione di un carrozzone di Stato decotto (il carrozzone e lo stato). Come nel 1986, Romano Prodi si trova ad uno snodo strategico del processo decisionale. Allora a capo dell’Iri, oggi del governo. Nel 1986 l’offerta più vantaggiosa venne bocciata, a difesa della maledizione dell’italianità. Oggi, per la privatizzazione Alitalia concorrono un operatore estero, di sana e robusta costituzione, ed un operatore domestico gracile e sotto tutela delle banche. Prodi, da convinto liberalizzatore, si è già espresso in materia, quasi un anno fa. In politica, un’era geologica:

“Non sarei contrario, ma non sono sicuro che Air France acquisterà Alitalia. Ci sono state trattative per anni, ma Air France ha sempre tergiversato. Se noi riceviamo una proposta chiara e forte io sono d’accordo. Le scelte italiane sono molto semplici: abbiamo deciso di mettere Alitalia sul mercato e se i francesi fanno un’offerta e quella sarà la migliore, allora sarà di Air France. Altrimenti vedremo”

La produzione industriale italiana è inaspettatamente calata in ottobre per il secondo mese consecutivo. Il calo è dello 0,3 per cento sul mese precedente, nel quale si era registrata una flessione dell’1,2 per cento (rivista al ribasso dall’originario calo dell’1 per cento). Interessante notare che le stime di consenso ipotizzavano un incremento dello 0,4 per cento. L’ascesa dell’euro ha trascinato al minimo da quasi due anni la fiducia delle imprese, con l’aumento dei prezzi delle materie prime che erode il potere d’acquisto di aziende e consumatori. Nel terzo trimestre il commercio estero ha sottratto crescita all’economia italiana, con l’import in aumento più dell’export, mentre il passo della spesa dei consumatori è ulteriormente rallentato, come segnala il dato del prodotto interno lordo pubblicato il 7 settembre.

A noi gli immaginifici termini utilizzati ogni anno dal Censis per affabulare il paese (su cose di cui i sociologi di De Rita hanno peraltro sempre capito assai poco) tutto sommato piacciono, non foss’altro che per l’utilizzo elegante di pennellate linguistiche che fanno del Rapporto una forma letteraria, in evidente supplenza di una cultura dei metodi quantitativi a supporto della ricerca che da sempre è il marchio di fabbrica delle chiacchiere da bar di questo paese. Quest’anno abbiamo la metafora della società-mucillagine e ci è pure andata bene, viste le potenziali alternative disponibili. Che aggiungere riguardo il resto dell’analisi? Di sicuro che non ci sono più le mezze stagioni, signora mia. Non ci siamo neppure accorti che “il boom silenzioso” prosegue, a colpi di revisioni al ribasso di un pil che è già il più ritardatario d’Europa.