Il neo-ministro della Salute, Francesco Storace, fedele alla propria storia e cultura, ha una concezione “virile” anche della salute e della prevenzione:

«Preferisco impegnarmi più sulla malattia che sugli stili di vita. Viceversa c’è il rischio reale che si arrivi a quella società terapeutica che Barbara Spinelli ha ben descritto su La Stampa, parlando di tirannide sanitaria e di medici e ministro come gli unici abilitati a dire in cosa consistano il viver-bene, la convivenza sociale, e perfino l’ultima roccaforte dell’individuo: l’intimità».

Anche quest’anno si compie la liturgia dell’anniversario della Liberazione del paese dal nazifascismo. Parliamo di liturgia perché, da sempre, questo giorno è stato sequestrato dall’egemonia culturale della sinistra, e scagliato contro il “nemico” di turno. Nemico che anni addietro era rappresentato dalla Dc e dal suo sistema di potere, oggi è incarnato da Berlusconi e dalla sua coalizione. Né mancano temi “evergreen” come l’odio antiamericano ed antisionista, e la difesa intransigente degli abituali temi del terzomondismo autoritario, siano essi Cuba, Chavez, i palestinesi o le tematiche no-global.
Non stupisce, quindi, che anche oggi la sinistra abbia colto l’occasione per celebrare il proprio 25 aprile di divisione e di guerra civile dialettica. Quest’anno il tema dominante è rappresentato dalla difesa della Costituzione del 1948, contro il progetto di riforma federalista approvato in prima lettura dal precedente governo Berlusconi. Romano Prodi, da navigato arruffapopolo, ha subito colto l’occasione per galvanizzare le proprie truppe, acquisendo l’aria grave e pensosa dei tempi migliori, quella della superiorità morale ed antropologica che rappresenta il migliore collante per una coalizione tuttora priva di un programma e di temi condivisi che non siano l’ossessione antiberlusconiana.
Sulla premessa che noi consideriamo atto moralmente dovuto la pietà per i morti, di qualsiasi ideologia, ma consideriamo parimenti inaccettabile la parificazione, morale e anche materiale, tra i due schieramenti, vorremmo ricordare questo 25 aprile parlando del contributo fornito dalla Brigata Ebraica alla liberazione del nostro paese, e lo facciamo al contempo per denunciare l’intolleranza e l’uso strumentale che una parte non minoritaria della sinistra fa del 25 aprile, divenuto ormai il contenitore universale della mistificazione ideologica, ma anche per tenere viva una pagina di storia che troppo spesso viene sepolta da quella furia revisionista che la sinistra tende abitualmente ad attribuire ai propri avversari.

E così, nasce il governo Berlusconi bis. Quello che dovrebbe affrontare, in meno di un anno, il problema del “recupero del potere d’acquisto delle famiglie”, dopo aver sostenuto che non vi è stato nessun depauperamento del medesimo; quello che dovrebbe puntare allo “sviluppo del Mezzogiorno”, dopo aver affermato che il Mezzogiorno ha conosciuto, negli ultimi quattro anni, uno sviluppo senza precedenti; quello che in definitiva dovrebbe restaurare l’approccio social-corporativo alla gestione della cosa pubblica, come ben illustrato da JimMomo. Quello che tenterà di ripartire “con rinnovato slancio”, per confutare dalle fondamenta il programma approssimativamente liberale con il quale questa stessa maggioranza aveva vinto le elezioni del maggio 2001. Siamo quindi di fronte ad una maggioranza schizofrenica, con un premier che è costretto (?) a cedere alle pressioni degli alleati più statalisti per tentare di sopravvivere fino alla scadenza naturale della legislatura, ma al contempo cerca di resistere con ogni mezzo e preservare i contenuti politici di quattro anni fa, reintroducendo nel governo, pressoché nottetempo, quel Tremonti che era stato all’origine della “verifica” interna alla coalizione, durata oltre un anno e terminata con la sua defenestrazione, la scorsa estate. Un esercizio di strabismo, o forse uno sberleffo agli “strateghi” Fini e Follini, che finirà con l’accentuare il bipolarismo tutto interno a quello che ormai è solo l’ologramma di una maggioranza.

La Banca Popolare di Lodi è stata nei giorni scorsi autorizzata dalla Banca d’Italia a salire fino al 33 per cento del capitale azionario di Banca Antonveneta, di cui attualmente possiede il 27 per cento, dopo un rastrellamento estremamemente oneroso. La Popolare di Lodi punta al 29,9% e probabilmente potrà contare sul supporto di Unipol (2%), del finanziere Emilio Gnutti (2%) e dell’immobiliarista Stefano Ricucci (4,9%), che però ha presentato una lista di consiglieri autonoma. Abn ha presentato la scorsa settimana un esposto alla Consob per denunciare un’azione di concerto tra la Lodi e i suoi alleati.

Nel frattempo, la Banca d’Italia non ha ancora autorizzato gli olandesi di Abn Amro a salire al 33 per cento, né ha comunicato ai medesimi la propria posizione relativa all’Opa sul 100 per cento di Antonveneta, al prezzo cash di 25 euro per azione.

Ieri, l’agenzia internazionale Moody’s, che valuta il merito di credito, ha confermato il rating per la Popolare di Lodi, sottolineando tuttavia che l’aumento della quota in Antonveneta espone Bpl a «rilevanti rischi di mercato potenziali» nonchè a un indebolimento del «capitale economico e di vigilanza».
Certo è, conclude Moody’s, che l’aumento della partecipazione in Antonveneta ha portato a un «deterioramento del profilo di rischio di Banca Popolare di Lodi». Questo deterioramento, comunque, non comporta almeno per il momento una revisione del rating.

Da l’Unità online:

L’Unione si è presentata a Carlo Azeglio Ciampi con un documento molto duro contro la maggioranza e la richiesta di elezioni anticipate: «È impensabile che i problemi del paese vengano risolti da un governo uguale o simile a quello precedente o da un qualsiasi governo non fondato sulla volontà popolare». Queste le parole scandite dal leader dell’Unione Romano Prodi al termine del colloquio con il Capo dello Stato. Prodi, che ha guidato la delegazione della Federazione dell’Ulivo di cui facevano parte tra gli altri tutti i segretari dei quattro partiti ulivisti ed alcuni dei capigruppo parlamentari, ha sottolineato che «se il centrodestra non è in grado di dare vita ad un esecutivo capace di superare la crisi del paese, tutta l’Unione chiede, per il bene dell’Italia, che subito la parola torni agli elettori». L’ex Commissario europeo ha anche aggiunto che è «impossibile che i problemi del paese siano risolti da un governo uguale o simile al precedente o comunque non fondato sulla volontà popolare». Per quello che riguarda l’ipotetico programma del nuovo governo l’Unione ha chiesto che non continui «lo stravolgimento della Costituzione e dell’ordinamento giudiziario»; non introduca modifiche della legge elettorale e cambi radicalmente il contenuto della politica economica.

A beneficio di Ezio Mauro e di tutti i republicones dotati di scarso discernimento ed assai minore onestà intellettuale, che continuano a vedere neocon ad ogni angolo (rigorosamente oscuro) di strada, ecco un bell’articolo su Ann Coulter scritto da Alessandro Tapparini su Notizie Radicali. Speriamo possa essere utile nella titanica opera tassonomica intrapresa dalla nostra brillante intellighenzia progressista per meglio individuare e demonizzare il nuovo nemico.

PERCHE’ NON C’E’ UNA ANN COULTER DI SINISTRA?

di Alessandro Tapparini

“Simbolo Sexy dei neo-con”: così lunedì 18 aprile La Repubblica, con un articolo di Arturo Zampaglione, etichettava l’opinionista americana Ann Coulter nel dar conto della copertina, a lei dedicata, dell’ultimo numero di TIME.

A Repubblica non sono nuovi a codesti svarioni: già nel luglio 2003 in un articolo di Federico Rampini sulla Coulter la stessa veniva ripetutamente etichettata come “neocon”.

E invece, la bionda polemista del Connecticut è ed è sempre stata, più semplicemente, una classica, becera conservatrice: nulla a che vedere, quindi, con i famigerati neo-con (che per definizione sono quella anomala destra venuta da sinistra portandosi dietro una parte rilevante del bagaglio culturale radical). Per rendersene conto basterebbe considerare i giudizi (“volgare demagogo”, “fenomeno disgustoso”) che Irving Kristol, supremo maitre-à-penser neo-con, scrisse a suo tempo su quel mitico senatore McCarthy che la Coulter è invece da anni impegnata a riabilitare.

Per chi, come noi, si dichiara laico ma non laicista, l’elezione a papa di Joseph Ratzinger suscita interesse soprattutto per un motivo: l’orgogliosa rivendicazione della cristianità ed il tentativo di porre un punto fermo nei confronti del relativismo morale che, per l’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rischia di minare dalle fondamenta l’edificio del cattolicesimo. Abbiamo già evidenziato la critica molto aspra nei confronti di un’Europa che alcuni definirebbero scristianizzata, altri secolarizzata, altri ancora laica e liberale e che noi tenderemmo a definire affetta da anti-spiritualità. Non abbiamo certo l’arroganza intellettuale di voler cogliere fior da fiore e utilizzare “a’ la carte” frammenti del pensiero di Ratzinger, piegandoli a nostri utilitarismi: ci sarà tempo e modo di criticare, anche aspramente, da posizioni laiche e liberali, l’intero corpus dottrinario di Benedetto XVI. Ciò con cui ci sentiamo in sintonia è proprio la critica ad un’idea di Europa che promuove, quasi compulsivamente, il dialogo interreligioso con fedi che non siano il cattolicesimo e più in generale il cristianesimo, mentre a quest’ultimo riserva solo disprezzo intellettuale ed aggressività nichilista.

“Vorrei mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere a Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà d’opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani. C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.