Gli Stati Uniti hanno offerto di ridurre del 60 per cento la “misura aggregata di supporto” ai propri agricoltori, purché Unione Europea e Giappone taglino i propri sussidi dell’83 per cento: l’offerta dell’Unione Europea è per un taglio del 70 per cento. Le apparentemente generose offerte hanno suscitato aspettative di un esito positivo dei negoziati in corso a Ginevra questa settimana. Tuttavia, grattando sotto la superficie, si scopre che miliardi di dollari in sussidi verranno rimossi dalla cosiddetta amber box, che è l’etichetta con cui la WTO classifica i sussidi pesantemente distorsivi della concorrenza, ma solo per rientrare dalla finestra della blue box, la specie di sussidi meno dannosi. In cambio di queste “generose” offerte, che non riusciranno ad incidere significativamente sulle condizioni di accesso ai mercati internazionali da parte dei coltivatori dei paesi asiatici (Cina, India e Vietnam) viene richiesta la possibilità, per le istituzioni finanziarie globali, di poter accedere alle classi medie di quei paesi ed al loro vastissimo potenziale di domanda.

L’istituto della fatwa, opinione legale proclamata dagli studenti islamici, ha conosciuto vasta diffusione nel mondo musulmano a partire dagli anni Ottanta, favorita da crescenti tassi di alfabetizzazione e dallo sviluppo di internet. La proliferazione di tali opinioni, alcune delle quali contraddittorie, sta alimentando un dibattito su chi sarebbe legittimamente abilitato ad emetterle, oltre ad allarmare i governi del Medio Oriente, poiché spesso tali decreti sono in aperto contrasto con le interpretazioni ufficiali dell’Islam che tali governi emanano. In un articolo comparso sulla versione online del NYT (è richiesta la registrazione gratuita al sito), l’analista politico Geoff D. Porter commenta una fatwa relativa al gioco del calcio. Tutto il testo dell’opinione è impegnato a rimuovere le “contaminazioni” occidentali (cioè create da quelli che vengono definiti eretici e politeisti) dalle regole del calcio. Dalla traduzione del decreto cogliamo fior da fiore:

Quando si discetta amabilmente di produttività del settore pubblico, magari legando ad essa incrementi retributivi, come nel più classico specchietto per le allodole dell’elettorato, occorrerebbe sempre avere sottomano dei dati statistici, che permetterebbero di esprimersi con maggiore cognizione di causa. Nel Regno Unito, da un’analisi delle statistiche ufficiali effettuata da una casa d’investimento emerge che, nel secondo trimestre di quest’anno, costi e prezzi riferiti al settore pubblico sono cresciuti del 5.5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2004, mentre l’inflazione riferita ai consumi domestici è stata del 2 per cento e quella calcolata sul più generale indice dei prezzi al consumo è stata del 2.4 per cento. Se l’inflazione prodotta dal settore pubblico avesse eguagliato quella del settore privato la crescita economica britannica, in termini reali, sarebbe stata superiore dello 0.7 per cento, dall’esile 1.5 per cento rilevato ad un più confortante 2.2 per cento.

La richiesta di amministrazione controllata (negli Stati Uniti la procedura si chiama Chapter 11) da parte di Delphi, il fornitore di componentistica nato nel 1999 dallo spin-off di General Motors, ha avviato un dibattito tra economisti e politici su squilibri e rischi del sistema-paese Stati Uniti. Secondo i pessimisti, il 2005 segna l’inizio dell’era dell’allontanamento dei flussi finanziari internazionali dalle attività denominate in dollari. Nell’anno in cui la Cina ha iniziato la tanto attesa (e temuta) Lunga Marcia verso la rivalutazione della propria valuta, sarebbe stato razionale attendersi che gli investitori internazionali si tenessero alla larga dalle attività espresse in dollari. Il riscontro è contraddittorio: mentre il dollaro ha retto molto bene, giungendo addirittura ad apprezzarsi, non altrettanto si può dire per azioni ed obbligazioni statunitensi.

Oggi rutilante manifestazione di piazza per l’Unione. Vedere un vecchio boiardo democristiano come Prodi trasformato in arruffapopolo suscita […]