L’inchiesta di copertina di questa settimana de l’Espresso è dedicata alle gravi difficoltà in cui si trovano le ferrovie italiane. Problemi relativi alla riduzione del numero di carrozze, alla estemporanea soppressione di convogli, ai persistenti disservizi legati a quella che appare una caduta libera degli standard qualitativi. A ciò si deve aggiungere la ricomparsa di un profondo rosso di bilancio e di serie tensioni di cassa, legate anche all’ambizioso programma di investimenti in ammodernamento e sicurezza. La costante riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato, unita al blocco delle tariffe, voluto nel 2001 da Tremonti, stanno rivelandosi una miscela esplosiva per le ferrovie, che non rischiano una crisi di liquidità simile a quella di Alitalia, ma che stanno tornando a pesare sulle tasche dei contribuenti in modo inaccettabile. E qui sorge l’equivoco: i pendolari si lamentano per la pessima qualità del servizio, le Regioni minacciano di disdettare gli accordi in base ai quali esse corrispondono un contributo chilometrico per sussidiare le tratte locali, eppure le tariffe restano bloccate, per garantire quella malintesa socialità che serve solo a scavare voragini nei conti pubblici, senza migliorare il welfare della popolazione.

Il segretario dei diesse ha deciso di rispondere “colpo su colpo” a quella che egli considera una vile aggressione politica. E così, ha deciso di sottoporsi ad un autentico tour de force di interviste, in ognuna delle quali riesce a balbettare qualche tassello della sua linea difensiva. Ha iniziato ieri con la fidata Repubblica, intervistato dal “watchdog asimmetrico” Massimo Giannini:

Nel suo libro, Ricolfi individua alcune gravi malattie della comunicazione politica della sinistra. In sintesi, esse sono:

L’orgia di schemi secondari: cioè le razionalizzazioni a posteriori, le spiegazioni che non spiegano ma cercano di salvaguardare l’integrità del proprio schema mentale precostituito. Freud le chiamava razionalizzazioni, per Lazarsfeld si tratta di esposizione selettiva all’informazione, mentre per lo psicologo Leon Festinger si tratta di schemi di riduzione della dissonanza cognitiva, la più potente spiegazione della sopravvivenza delle false credenze, nonché dell’ampio ed universale ricorso agli schemi secondari nella vita quotidiana. Festinger cita, a supporto della propria tesi, l’episodio realmente accaduto di una setta americana dei primi anni Cinquanta, che attendeva la fine del mondo. Un giorno, la fondatrice della setta annunciò che un certo giorno si sarebbe verificata un’inondazione enorme, da cui si sarebbero salvati solo i credenti, messi in salvo su dischi volanti. Quando, il giorno indicato, l’inondazione non si verificò, la fondatrice disse che “i Guardiani” avevano deciso di salvare il pianeta come premio per la fede dei credenti, i quali divennero più fedeli che mai. Questa è la prima malattia della sinistra italiana: il rifiuto a confrontarsi con la realtà fattuale, cioè il rifiuto del fallibilismo epistemologico, cioè l’antitesi del pensiero liberale. Superfluo aggiungere che a sinistra, quando la teoria viene disconfermata empiricamente, una delle principali reazioni adottate per ridurre la dissonanza cognitiva non è la revisione della teoria, bensì lo sviluppo di teorie cospirazioniste, la ricerca spasmodica del Grande Vecchio, responsabile del dirottamento della Teoria.

Spigolando tra le pagine dell’interessantissimo libro di Luca Ricolfi “Perché siamo antipatici?”, abbiamo trovato alcuni passaggi illuminanti circa il fatto che la dialettica politica di questo paese è malata, cosa che già sospettavamo, non solo e non tanto per la mancanza di lettura e memoria storica condivisa, che porta al rifiuto della legittimazione dell’avversario, ma perché una parte politica ha scelto, dapprima consapevolmente, poi per stratificazione culturale, infine per coazione a ripetere, di negare in radice la moralità dello schieramento e dell’elettorato “nemico”.

E così, il popolo della sinistra ha scoperto (o riscoperto) la questione morale e la contiguità affaristica dei Ds con una rete di faccendieri di varia estrazione e formazione. Fa tenerezza leggere le lettere dei militanti a l’Unità. C’è la madre di famiglia che ha tre auto (complimenti, signora!) assicurate con Unipol, e solo ora scopre che la compagnia di assicurazione partecipa a pieno titolo al cartello che da sempre determina i prezzi delle polizze. Cartello, certo, perché per il nuovo anno converrebbe chiamare cose e situazioni con il loro nome, senza perifrasi, metafore e circonlocuzioni. Un po’ di sano linguaggio politically incorrect per aprire le finestre e fare entrare un refolo di aria gelida anche nel sepolcro imbiancato della sinistra moralista italiana. Come spiegare ai volenterosi adepti dell’eccezionalismo progressista che di eccezionale, nel loro Partitone del Botteghino, ormai vi è solo l’abilità nell’essere riusciti a mascherare per decenni lo svolgimento di attività affaristiche del tutto identiche a quelle svolte dagli altri partiti della Prima e Seconda repubblica?