Uno degli inequivocabili presagi dell’imminente dissoluzione di una coalizione di governo (a livello nazionale o locale) è la “migrazione” di personale politico (parlamentari, consiglieri di enti locali) verso lo schieramento che si ritiene abbia le maggiori possibilità di vincere le successive consultazioni elettorali. Nelle scorse settimane abbiamo assistito, in giro per l’Italia, ad un fenomeno del genere, soprattutto con trasmigrazione da Udc e Forza Italia verso Udeur e Margherita.
Oggi, Francesco Rutelli tenta di incoraggiare gli aspiranti transfughi con un’interessante intervista al Corriere. L’intendimento di Rutelli, che si rivolge soprattutto ai centristi della Casa delle Libertà, è soprattutto quello di irrobustire la gracile componente moderata dell’Unione, che rischia di essere travolta dall’ordalia estremista di quello schieramento. Rutelli è notoriamente allergico al concetto di lista unitaria, nominargliela equivale ogni volta a causargli diffuse orticarie, e possiamo ben capirlo. Spingendo lo sguardo un po’ più in là degli eventi contingenti, potremmo addirittura ipotizzare, per il dopo-Berlusconi, uno schieramento moderato-centrista, con Rutelli e Follini (o chi per loro), che si contrapporrebbe ad una sinistra egemonizzata dal massimalismo. Lo schieramento neo-centrista potrebbe agevolmente prevalere, in tale scenario, perché verrebbero meno (forse…) tutti i dossier giudiziari e giornalistici con i quali la sinistra da oltre dieci anni a questa parte sta cercando di avvelenare i pozzi del principio dell’alternanza. Ma questi sono scenari futuribili, e ad essere sinceri non riusciremmo a trovare dell’autentico liberalismo neppure in essi, così come al presente ne rinveniamo tracce residuali.

La sera della vittoria di Nichi Vendola alle regionali pugliesi, una legittimamente raggiante Lucia Annunziata ha affermato che, con la vittoria dell’esponente di Rifondazione comunista, si è compiuto un fatto storico, perché Vendola rappresenta il “primo omosessuale dichiarato che diventa governatore”. Affermazione vagamente americaneggiante, che ci riporta alla mente le distorsioni e i guasti prodotti in quel paese dalla Affirmative Action, cioè la possibilità per le minoranze (nel caso americano quelle etniche, razziali e di genere) di poter beneficiare di un’ampia gamma di programmi finalizzati a correggere gli effetti delle passate discriminazioni, in prevalenza attraverso un sistema di quote riservate all’occupazione.
L’affermazione della Annunziata a noi è parsa del tutto fuori luogo: quello che dovrebbe contare, in una elezione, è la capacità amministrativa e progettuale del candidato, non le sue inclinazioni sessuali e più in generale la sua vita privata. Vedremo a breve Vendola alla prova dell’amministrazione della quotidianità, e della dura legge della copertura finanziaria, quando tenterà di tradurre in pratica concetti quali il reddito di ultima istanza. Per il momento, vorremmo segnalare il processo di canonizzazione in vita di Vendola, compiuto dai media di progresso. Vendola il fervente cattolico, Vendola il poeta, Vendola che soffre fisicamente per i mali del mondo, Vendola ritratto nei manifesti elettorali con la sua mamma. Una sorta di Zelig ad alto tasso glicemico, la rappresentazione vivente delle virtù tipiche di un paese di eroi, santi e navigatori, siano essi gay o etero. Poiché il tratto distintivo di questo sito è l’insofferenza per i luoghi comuni, e soprattutto per la loro perniciosa variante, il luogocomunismo, vorremmo ripubblicare un commento di qualche mese fa, apparso sul Bestiario di Giampaolo Pansa, esempio di elettore ulivista intelligente, raziocinante, non settario né dogmatico, candidato naturale ad essere additato al pubblico ludibrio progressista per conclamata intelligenza col nemico:

Tony Blair ha chiesto alla Regina di sciogliere il parlamento britannico ed ha ottenuto la convocazione delle elezioni politiche generali per il 5 maggio. Una prima constatazione: in un paese di lunghissima tradizione democratica, quale è il Regno Unito, il primo ministro “manda a casa” il parlamento. In Italia, la sola idea di questa eventualità, inserita in una riforma costituzionale, fa gridare al golpe, ed invocare le “specificità” culturali italiane.
Ad oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il Labour risulterebbe in vantaggio sui Conservatori per soli 3 punti percentuali (37 per cento contro 34 per cento, con i Liberaldemocratici buoni terzi al 21 per cento), margine in apparente, costante erosione, e statisticamente molto dubbio, potendo anche occultare una sostanziale parità.
Quali sono i motivi della scelta di Blair, e quali sono i rischi che egli corre?

Come anche Monsieur De Lapalisse potrebbe confermare, l’Unione ha inequivocabilmente vinto le elezioni regionali, sia per numero di regioni che, soprattutto, in termini di numero di voti espressi. Proviamo ad elaborare alcuni pensieri in ordine sparso.
In primo luogo, a nostro avviso, occorre rallegrarsi perché il principio cardine della democrazia, quello dell’alternanza, si è potuto confermare anche in questo anno 2005 in cui, secondo il principale messaggio mediatico ulivista, il presunto attacco senza precedenti della maggioranza e del premier ai canali di comunicazione avrebbe dovuto seriamente compromettere l'”agibilità democratica” di questo paese. Evidentemente, l’elettorato è sempre un po’ meno ottuso di come lo immaginano e dipingono i suoi eletti.
Si è trattato di una consultazione a valenza politica nazionale? Certamente si, ed è piuttosto infantile affermare il contrario. Come accade ormai da tempo anche nel resto d’Europa, la perdurante crisi economica del continente sta portando a premiare le opposizioni, di qualunque orientamento politico esse siano, basti per tutti l’esempio dell’agonia politica infinita del governo rossoverde tedesco di Gerhard Schroeder, che ha perso tutte le dieci elezioni regionali che si sono tenute dalla vittoria alle politiche del 2002.

Il pontificato di Karol Wojtyla sarà ricordato in molti modi: come quello della globalizzazione mediatica, del dialogo interreligioso e della solenne offerta di scuse per gli errori di Santa Romana Chiesa, del contributo alla caduta del Muro di Berlino ma anche della critica serrata e stringente alle anomie e alienazioni del capitalismo trionfante. O anche come il pontificato della “restaurazione”, intesa come riforma o controriforma ed allontanamento dalle spinte più “progressiste” del Concilio Vaticano II. Un pontificato di modernità tecnologica e post-conciliare, ma al tempo stesso un pontificato di critica assoluta di quell’Illuminismo che sembrava destinato, nella sua declinazione contemporanea, a mettere in soffitta la dimensione della fede. Ma sarà ricordato anche come il pontificato che ha trasmesso un messaggio profondo e pervasivo con il quale tutti dobbiamo confrontarci: il messaggio di un neo-umanesimo cristiano, quel porre al centro di tutto l’uomo, vero valore supremo dell’azione nella Storia del dio cristiano. Contro ogni alienazione, contro ogni culto materialista, sia esso il materialismo storico di matrice marxista che quello non meno distruttivo della nostra società occidentale, che pure ha meriti storici di affermazione della dignità umana, ma che sempre più spesso rischia di tradirli.

La disoccupazione tedesca cresce in Germania al massimo dal dopoguerra, con il numero delle persone in cerca d’occupazione che in marzo aumenta di 92.000 unità, corretto per la stagionalità, quattordicesimo rialzo mensile consecutivo, contro attese per un aumento di 75.000 unità. Il tasso di disoccupazione si porta così al 12 per cento, dal precedente 11.7 per cento. Quattro dei sei istituti pubblici di ricerca economica hanno tagliato nel corso dell’ultimo mese le proprie previsioni sulla crescita per l’anno in corso fino allo 0.6 per cento, rispetto all’espansione dell’1.6 per cento, fatta segnare nel 2004. Il cancelliere Schroeder, che ha perso tutte le 10 elezioni regionali tenutesi dopo la vittoria alle elezioni politiche del settembre 2002, ha dichiarato il 17 marzo di voler tagliare la tassazione sulle imprese per stimolare la crescita e contrastare la continua perdita di posti di lavoro, causata soprattutto dalle delocalizzazioni verso l’Est europeo, dove la fiscalità sulle imprese è circa la metà di quella tedesca. Dal primo gennaio, il governo rossoverde ha tagliato le aliquote dell’imposta personale sul reddito: la massima è stata portata dal 45 al 42 per cento, la minima dal 16 al 15 per cento.

La linea di condotta di Romano Prodi, da qui alle elezioni politiche del 2006, è ormai compiutamente delineata: da un lato, il tentativo di accreditarsi come leader di una coalizione “etica”, cioè di fatto lo spostamento della logica della competizione politica da confronto sui programmi a radicale delegittimazione dell’avversario; dall’altro lato, la reiterata denuncia di quello che ai suoi occhi appare come il progressivo “sgretolamento” economico del paese, promettendo mirabilie ma -ahimé- omettendo di indicare in modo puntuale gli interventi da effettuare, cioè quella cosa chiamata programma. Anche oggi, Prodi applica questo mix sudamericano (ma per non offendere i sudamericani occorrerebbe ridefinirlo semplicemente prodiano, più calzante) di politica politicante nel corso dell’intervista a Radio anch’io, su RadioRai.

E così, sembra proprio che la via per rilanciare l’agonizzante export europeo sia quella della vendita di armi a regimi autoritari. Dopo la vicenda della eliminazione dell’embargo sulla vendita di sistemi d’arma evoluti alla Cina, che verosimilmente ambirebbe ad utilizzare tali sistemi per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita Taiwan, ecco un’altra geniale trovata, ideata dalla fertile mente del Progressista più trendy del momento: José Luis Rodriguez Zapatero.