L’attuale modello sociale europeo si è dimostrato palesemente incapace di affrontare le moderne sfide della globalizzazione, ed ha lasciato l’Europa con enormi problemi: un insormontabile debito pubblico, una popolazione in rapido invecchiamento, 19 milioni di disoccupati, ed un tasso di disoccupazione giovanile del 18 per cento. Le cifre della disoccupazione possono essere tranquillamente raddoppiate per tenere conto della disoccupazione occultata. La realtà non detta è che la reale consistenza della disoccupazione europea si trova ai livelli della Depressione del 1932.
Tutto ciò accade mentre il tasso di crescita medio mondiale è superiore al 4 per cento, per effetto della crescita in doppia cifra (o prossima ad essa) di Cina e India, e della crescita degli Stati Uniti, pari anch’essa a circa il 4 per cento, per effetto della maggiore capacità a sfruttare le dinamiche della globalizzazione. L’Unione Europea cresce ad un passo di circa l’1.5 per cento. Perché questa avvilente performance, prodotta tra l’altro dal più grande mercato unico del pianeta, e in un’area che potrebbe godere della propria imponente dotazione infrastrutturale, di alti standard formativi e di etica del lavoro, di un clima favorevole e, non ultimo, dal grande potenziale creato dalla caduta della Cortina di Ferro?

Anni addietro, dopo l’oscura “Rivoluzione di Timisoara”, che condusse al rovesciamento ed alla eliminazione fisica del dittatore romeno Nicolae Ceausescu e di sua moglie, la Romania iniziò la propria lunga e lenta marcia verso la democrazia e l’Europa, inizialmente guidata da un governo tecnico presieduto da Petre Roman. I primi, timidi tentativi di far evolvere l’economia romena verso assetti di libero mercato, attraverso l’avvio di privatizzazioni, si scontrarono con la fortissima ostilità di larga parte della popolazione. Di quel periodo, ricordiamo ancor oggi nitidamente le parole di un manifestante, intervistato dalla televisione. Rispondendo al giornalista, che gli aveva chiesto cosa pensasse delle privatizzazioni, l’uomo rispose “Sono contrario, perché privatizzare ha lo stesso significato di privare“. Questa frase ci è tornata in mente in queste giornate di grandi proteste francesi contro il Contratto di Primo Impiego, dopo aver letto un lungo articolo dell’International Herald Tribune sull’incultura economica francese.

Chi ha avuto finora la pazienza di seguire Phastidio, sa che non amiamo le atmosfere da curva contro curva. Tra poche ore, nel segreto dell’urna, si fronteggeranno due coalizioni: una di chiaro stampo dirigista, statalista, con elevata propensione ad utilizzare la leva dell’inasprimento fiscale in chiave prevalentemente ideologica. Una coalizione rissosa, il cui unico collante è l’odio classista per Silvio Berlusconi. Una coalizione che ha in sé una componente egemone rappresentata dall’estrema sinistra e dalle sue suicide ricette economiche collettivistiche; una coalizione che preferisce la redistribuzione allo sviluppo, e che per questo stesso motivo s’inscrive a pieno titolo nel mainstream della bancarotta morale e finanziaria del welfare della Vecchia Europa. Una coalizione i cui eletti ed elettori esprimono ad ogni occasione disprezzo venato di razzismo per gli elettori dell’altro schieramento (a questo proposito, dispiace che il premier abbia voluto seguire questa infelice linea di tendenza dell’insulto diretto all’elettorato avversario, dalla quale si era finora meritoriamente tenuto lontano). Un cartello di partiti legato a doppio filo agli autentici poteri forti che da sempre condizionano i destini di questo paese: Confindustria e centrali sindacali. Una coalizione talmente bizzarra da non riuscire ad esprimere il proprio front runner nella persona del segretario politico del principale partito, e da essere costretta ad inventarsi il simulacro di un’investitura popolare per un vecchio arnese della Prima Repubblica, con abituale grancassa mediatica di complemento a spiegarci che si, quello è stato un momento storico per la democrazia.

Con i giovani francesi impegnati a protestare contro il CPE, il contratto di primo impiego che dovrebbe consentire ai datori di lavoro di di licenziare lavoratori di età inferiore a 26 anni senza preavviso entro i primi due anni dall’assunzione, i sondaggi indicano che il pubblico francese è, in maggioranza, favorevole alle ragioni dei manifestanti. Questa resistenza alla rimozione delle protezioni di stato appare correlata ad una più ampia sfiducia: in un recente sondaggio globale, i francesi risultano i più scettici nei confronti del sistema di libero mercato rispetto ai cittadini di altri paesi.

Enrico Letta ha aperto un blog? Abbiamo robusti dubbi al riguardo. O meglio, diciamo che Enrico Letta ha aperto un sito personale, dove tenta di compiere una sua personalissima “operazione verità” sulla politica fiscale del futuribile governo unionista. Si tratta, quindi, di una sorta di “one-issue personal site”, con tutti gli elevati rischi di mortalità infantile che contraddistinguono simili iniziative. Preliminarmente, ci corre l’obbligo di fare i complimenti a Letta per aver scelto WordPress come piattaforma di blogging. Analizziamo allora i contenuti dei post, partendo dal più recente, che proclama stentoreo:

(…) 400 euro in più a fine anno per il singolo lavoratore e altrettanti per l’impresa. Questo il risultato che si otterrà dal taglio del 5% del costo del lavoro proposto dall’Unione, che da solo vale più di tutte le millantate riduzioni fiscali di Berlusconi. Vantaggi immediati per i lavoratori in busta paga e per le imprese, che vedranno sensibilmente ridotti i costi a carico del datore di lavoro. Uno strumento concreto per combattere l’attuale precarietà del mondo del lavoro.