In un recente articolo Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute ed ex-consigliere economico del candidato repubblicano John McCain alle presidenziali del 2000, analizza le circostanze che in anni recenti hanno condotto al dominio repubblicano sulla scena politica americana, a confronto con l’elaborazione culturale e programmatica che i Democratici (non) sono riusciti a compiere. I Repubblicani sono diventati, nel bene e nel male, il partito delle idee, i Democratici quello della reazione. I primi stabiliscono l’agenda, politica e culturale, i secondi passano il tempo a demonizzarla agli occhi degli elettori. Forse anche per contrastare questo declino culturale e progettuale, alcuni facoltosi liberals (circa ottanta, come segnalato dal Washington Post) hanno deciso di contribuire per almeno un milione di dollari a testa, allo scopo di finanziare una rete di think tanks attraverso un’organizzazione nota come Democracy Alliance, con lo scopo di rivitalizzare l’intellighenzia di sinistra. Ma il loro tentativo sembra destinato a fallire dall’origine.

Nei giorni scorsi, Unipol ha depositato in Consob il prospetto relativo alla propria offerta pubblica d’acquisto su Bnl. Abbiamo letto, durante tutto il mese di agosto, le sdegnate dichiarazioni di Fassino, che ha replicato stizzito agli “alleati” (dagli amici mi guardi iddio…) che rimproveravano ai diessini l’eccessiva spregiudicatezza e disinvoltura negli affari economici, e la contiguità ad alcuni ambienti affaristici. Il rimbrotto era originariamente partito da Arturo Parisi, braccio destro e longa manus di Prodi nella Margherita e, secondo osservatori come Emanuele Macaluso, rappresentava una sorta di pubblica manifestazione di dissenso per la gestione delle nomine ai vertici Rai. In particolare, secondo Macaluso, Claudio Petruccioli, pur ulivista della prima ora, non rientrava nel novero dei famigli di Prodi, e questo avrebbe profondamente irritato il “bambino della politica”, che avrebbe mandato avanti Parisi, in una singolare sequenza di messaggi criptati (che altri, e non noi, definirebbero paramafiosi). Tornando a Fassino, egli ha rivendicato il diritto della cooperazione a “fare impresa” ed entrare in un settore, come quello creditizio, che a suo giudizio è pertinente ed attinente all’oggetto sociale dell’azienda bolognese.

A metà settembre il governo italiano dovrà fornire risposte al Commissario Ue alla concorrenza, McCreevy, in merito a due procedure di messa in mora con le quali l’Unione Europea sta meritoriamente tentando di assestare una picconata al sistema dei tariffari minimi obbligatori di avvocati, architetti ed ingegneri italiani, nell’inane sforzo di aumentare il grado di concorrenza nel mercato dei professionisti di questo disgraziato paese.
Secondo McCreevy, la normativa italiana in materia sarebbe in violazione dell’articolo 49 dei trattati Ue, che tutela la libera prestazione dei servizi in Europa. Nel caso di ingegneri ed architetti si ipotizza anche la violazione dell’articolo 43, che tutela la libertà di stabilimento.
Nel caso degli avvocati, Mc Creevy osserva che i tariffari italiani sulle attività stragiudiziali (previsti dalla legge 794/ 1942 e dalla 31/ 1982) costituiscono “un ostacolo alla libera prestazione di servizi rispetto sia al destinatario del servizio (il cliente) che al prestatore (l’avvocato)”.

Ospitiamo con piacere un intervento dell’amico M N sul tema delle rendite finanziarie, e sulla faciloneria con cui molti “esperti” discettano di esse. M N è economista di formazione, imprenditore per professione, consulente finanziario indipendente per hobby 🙂

    Tutto lo straparlare di tassazione delle “inaudite” rendite finanziarie non permette alla semplice ragione di emergere e di razionalizzare qualcosa di intrinsecamente semplice.
    Il sistema fiscale italiano, ma più in generale i sistemi fiscali mondiali, hanno una vistosa tendenza a tassare il capitale di rischio (l’investimento azionario) a tutto vantaggio del capitale di debito (il prestito bancario/obbligazionario). Infatti, per ogni euro di reddito prodotto dal capitale investito dalle aziende, il primo subisce decurtazioni barbare, mentre il secondo viene invece addirittura detassato, perché gli interessi passivi abbattono l’utile.

Il 12 agosto l’Istat ha reso noto il dato sulla variazione dell’indice dei prezzi al consumo nel mese di luglio. L’incremento registrato, riferito all’indice nazionale per l’intera collettività, comprensivo dei tabacchi, è stato pari allo 0.4 per cento mensile, mentre su base tendenziale annua (cioè rispetto allo stesso mese dello scorso anno) il costo della vita è aumentato del 2.1 per cento. Questo dato è stato reso noto all’indomani della pubblicazione, sempre da parte dell’Istat, di quello sulla variazione del prodotto interno lordo nel secondo trimestre, che ha visto un incremento dello 0.7 per cento sul trimestre precedente. Non commentiamo il dato sul pil, nel senso che non intendiamo unirci al coro di trionfalismi provenienti dalle fila della maggioranza. Le statistiche macroeconomiche dovrebbero essere sottratte per legge ai commenti politici, tali e tante sono le scemenze che si possono leggere ed ascoltare al riguardo. Questo rimbalzo è frutto della ripresa manifatturiera continentale, legata principalmente al precedente deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro, null’altro. Sul piano metodologico, poi, pur considerando che il dato è ottenuto attraverso destagionalizzazione e correzione per il numero di giorni lavorati nel trimestre, non si può mai escludere a priori una qualche distorsione indotta proprio dal trattamento delle informazioni. Attendiamo il dato definitivo del 9 settembre. Ma ci corre l’obbligo di segnalare l’ennesima impresa de l’Unità.

Giorni addietro ci è capitato di ascoltare un podcast prodotto dall’Associazione Articolo 21, la creatura di quell’impareggiabile agit-prop che è Beppe Giulietti. In 21 non casuali minuti, vi si narravano le ultime avventure di Vauro. Il Nostro era stato denunciato per aver detto “ricordati che devi morire” al conduttore di “Punto e a capo”, Giovanni Masotti. Vauro si è difeso affermando di essersi limitato ad una citazione medievale e millenaristica, il noto memento mori, e di esservi stato ispirato dall’incontenibile vanità di Masotti che, come noto, va in trasmissione con un’imbarazzante acconciatura ampiamente phonata, e fa largo uso di una gestualità che ricorda molto da vicino quella di Johnny Depp ne “La maledizione della Prima Luna”. Masotti ha letto nella singolare boutade una sorta di minaccia trasversale, ed è partita la carta bollata. Prosciolto dall’Ordine dei Giornalisti per la battuta, Vauro è stato nuovamente inquisito dal medesimo, per essersi presentato alla relativa audizione vestito da fraticello.

Venticinque anni dopo, il ricordo della strage alla stazione di Bologna è sempre una ferita dolorosamente viva per quanti desiderano che questo paese possa finalmente contare su una democrazia matura, fatta di pesi e contrappesi, senza inquinamenti della vita civile, da qualsiasi parte essi provengano. Si è scritto e detto molto, troppo. Sul sangue delle vittime si sono anche costruite più o meno brillanti carriere politiche. Sfortunatamente, anche questa ricorrenza è stata sequestrata dalla solita fazione tribale, che ne ha fatto l’ennesimo feticcio della propria ideologia di divisione, e l’ennesimo capitolo di quella “guerra civile fredda” che contamina la nostra vita pubblica non meno di quanto fece lo stragismo dell’epoca.