Ha certamente ragione, il presidente della Camera, quando afferma:

“Al di là che sia sacrosanta o inutile, la manifestazione è il disagio di una parte del movimento dei lavoratori e va sempre rispettato”.

Ha un pò meno ragione quando afferma:

“Credo che una classe dirigente seria, come noi siamo si dovrà far carico delle ragioni di chi protesta. Questa è la democrazia, che è fatta da chi va in piazza e da chi governa. Chi governa deve assumere le proprie decisioni, chi va in piazza è bene sia ascoltato”.

Questa affermazione, sulla falsariga delle dichiarazioni di altri esponenti democristian-centristi (Rotondi, Cesa), sembra far trasparire la nostalgia per i bei tempi andati della “concertazione”, quella magica congiuntura astrale che ha regalato al paese un rapporto tra debito e prodotto interno lordo pari al 108 per cento (e non al 120 per cento come scrive, nel numero in edicola da oggi, lo strombazzatissimo Economist nel suo non meno strombazzato dossier sull’Italia). In una democrazia compiuta, i voti auspicabilmente si contano e non si pesano, men che meno nelle piazze.

L’acquisto da parte della Provincia di Milano del 15 per cento della società Milano-Serravalle, che gestisce l’autostrada A7 e le tangenziali milanesi, non ha avuto sui media l’eco che meritava, forse perché trattasi di evento “locale”, oppure perché i nostri occhiuti watchdogs della libera stampa, quando si tratta di fare le pulci ai propri “referenti culturali”, vengono colti da improvvisa afasia e proprio non riescono a tener dritta la schiena. Proviamo quindi a riassumere e a tentare di trarre qualche insegnamento, fuor di moralismo.

All’indomani della definitiva approvazione di una riforma costituzionale che l’opposizione ha, come da copione, ribattezzato dissolution e dipinto come portatrice di sciagure bibliche, è utile fare una piccola epitome.
La riforma prevede, in estrema sintesi, l’attenuazione del bicameralismo perfetto, retaggio dell’arcaismo istituzionale italiano, e l’introduzione di un Senato federale che dovrà legiferare, secondo un principio di sussidiarietà verticale (che non garantisce affatto contro il centralismo), sulle materie di competenza comune tra Stato e Regioni. La Camera legifererà sulle materie relative alla competenza statale, con alcuni correttivi a favore della richiesta di revisione da parte del Senato. I punti centrali della riforma sono rappresentati da devolution e poteri di Primo ministro e capo dello Stato.

Il Cancelliere designato, Angela Merkel, si appresta ad ottenere il via libera dai propri partner di coalizione per un programma di governo che, secondo gli imprenditori, non riuscirà a stimolare la crescita tedesca. Dopo sei settimane di defatiganti trattative, l’accordo siglato tra socialdemocratici e cristiano-democratici prevede l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, dal 16 a 19 per cento entro il 2007, la maggiorazione dal 42 al 45 per cento dell’aliquota massima sul reddito personale, ed un pacchetto di 25 miliardi di euro di nuove spese, finalizzate a permettere alle piccole imprese abbattimenti dell’imponibile sui beni strumentali, agevolare ristrutturazioni edilizie e finanziare progetti infrastrutturali. Con una crescita stimata per il 2006 intorno all’1 per cento, e con un trend ormai in atto di tagli agli organici e delocalizzazioni industriali, Merkel si troverà a dover combattere contro l’ostilità delle imprese, di ampia parte degli economisti e dei consumatori.

Questo nostro Paese assomiglia a un bellissimo Meccano. Purtroppo è montato male. Ci sono qua e là negli ingranaggi dei sassi che ne bloccano i movimenti… Non c’è altro da fare che smontarlo e rimontarlo pezzo per pezzo. (Francesco Giavazzi)

Quando venne presentato il progetto dell’Istituto italiano di tecnologia ai ricercatori di Harvard e del MIT, si presentarono ad ascoltare in un centinaio: chimici, biologi, astronomi, medici, ingegneri. Tutti italiani. Se entriamo nella sala cambi di una banca d’affari londinese ci accorgiamo che un dipendente su tre è italiano. Gli italiani suscitano ammirazione; l’Italia molto meno. Francesco Giavazzi raccoglie gli articoli di una lunga battaglia a favore del merito, della concorrenza e del mercato. Spiega che il declino è solo colpa nostra. Un’Italia dove c’è molto credito ma poco capitale, più rendite che profitti, troppa ricchezza rispetto al reddito; dove contano più le relazioni dei risultati, le paure dei progetti. Un Paese in grigio, prigioniero di se stesso. Che non sa cosa si perde. Avesse solo un po’ più di coraggio… (Ferruccio de Bortoli)