Aderire o non aderire? Oppure aderire selettivamente? Oppure ancora, aderire magari facendo propria la considerazione di chi titola il proprio post sull’argomento “Meglio che niente”?
Ci siamo già in parte espressi in materia, in giro per gli altrui blog. La nostra posizione è magistralmente sintetizzata da uno dei migliori blogger italiani. Diciamo quindi che aderiamo al suo “manifesto”, che tuttavia non è e non vuol essere un contromanifesto, anche perché l’indole del suo estensore non è quella del settario disseminatore di divisioni artificiose per amore di polemica.
Vorremmo tuttavia aggiungere altro.

La vicenda Enel-Suez, o meglio Italia-Francia, sta scatenando una ridda di dichiarazioni, proclami e idiozie assortite, tutte rigorosamente bipartisan, che rientrano a pieno titolo nell’impotente logorrea nazional-popolare. Per riassumere: a nostro giudizio, il governo francese ha agito da broker, esercitando una “moral suasion” (eufemisticamente parlando) per indurre una società privata quale è Suez, a fondersi con una pubblica, quale è Gaz de France, attualmente controllata all’80 per cento dallo Stato francese. E’ poi innegabile che, se Enel avesse proceduto a depositare il prospetto dell’Opa su Electrabel (controllata belga di Suez e casus belli dell’intera vicenda) anziché annunciare alla stampa le proprie intenzioni, il numero di gradi di libertà di Palais Matignon sarebbe stato fortemente ridotto. Nei fatti, appare altrettanto ineccepibile la presa di posizione del Commissario Ue alla Concorrenza, Charlie McCreevy che ieri, per bocca del proprio portavoce, ha dapprima detto che non ravvisa violazione alla normativa europea sulla libera circolazione dei capitali, e successivamente ha precisato che il comportamento francese è contrario allo spirito (sic) che dovrebbe guidare la liberalizzazione dei mercati europei.

Scrive Piero Fassino, in una letterina colma di spirito natalizio inviata al Corriere:

Caro Direttore, vi è chi rimprovera ai politici occidentali e italiani (lo hanno fatto sul Corriere Ernesto Galli della Loggia, Magdi Allam e Angelo Panebianco) una sorta di passività politica e subalternità culturale che impedirebbe di vedere i pericoli gravi insiti nelle manifestazioni che scuotono i Paesi islamici. E si chiede maggiore e più visibile fermezza contro chi assalta ambasciate e chiese, aggredisce occidentali, brucia bandiere di nazioni democratiche.
Ora non vi può essere dubbio sulla condanna netta ed esplicita di ogni violenza, tanto più quando colpiscono istituzioni e simboli del tutto pacifici. Così come netta deve essere la condanna verso chi in Italia brucia bandiere americane o israeliane.
Ma la condanna da sola può non bastare. Serve individuare con quale strategia rispondere.L’ondata di manifestazioni dice quanto profondo sia diventato il solco che divide l’Islam dall’Occidente. Dall’11 settembre — che fu salutato in molte capitali islamiche con manifestazioni di giubilo — ad oggi la situazione si è fatta via via più critica: la guerra in Iraq — comunque la si giudichi — è stata vissuta da gran parte dell’opinione pubblica islamica come una guerra occidentale contro l’Islam. E le vittorie elettorali di Hamas in Palestina, dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ahmadjnejad in Iran hanno reso visibile l’espandersi di consenso all’integralismo. Un diffuso rancore antioccidentale non riconducibile solo più a ristretti gruppi e che va molto al di là della querelle sulla opportunità delle vignette satiriche.
L’Islam però non è un tutto omogeneo e compatto. L’Islam non è solo Al Qaeda; né i Fratelli Musulmani rappresentano la complessità del mondo islamico.

L’ormai ex ministro Calderoli è stato iscritto d’ufficio nel registro degli indagati della Procura di Roma, con l’ipotesi di reato di offesa a confessione religiosa mediante vilipendio. Piuttosto bizzarri gli articoli del codice penale invocati quali ipotesi di reato: “offesa alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose” (art. 404 cp) e “delitti contro i culti ammessi nello Stato” (art. 406 cp). Si tratta della vecchia normativa, che distingueva l’offesa alla religione dello Stato (punita con la reclusione da uno a tre anni) da quella ai culti ammessi (con pena minore fino a due anni). A giorni, però, dovrebbe essere pubblicata la riforma dei reati di opinione che contempla, tra l’altro, proprio l’offesa a una confessione religiosa, ma limita la pena a una multa da mille a cinquemila euro. Cosa c’è di meglio e di più tempestivo di una cara, vecchia sana forzatura delle leggi da parte dei sacerdoti del politically correct a senso unico? A quanto pare, in questo paese la Legge Mancino e tutta la legislazione che punisce l’incitamento all’odio etnico e religioso (che già di per sé operano sul crinale scivoloso dei reati d’opinione) sembrano avere modalità di applicazione del tutto asimmetriche. Ciò deriva dal fatto che abbiamo un corpus legislativo inadeguato alle nuove emergenze internazionali, o al ben noto bias dell’altrettanto nota magistratura militante? In fondo, la legge deve costantemente essere “reinterpretata” per poter incidere sulla società, questo è il caposaldo del pensiero strategico di Magistratura Democratica (e non solo), e qualche piccola forzatura è del tutto veniale rispetto al glorioso cammino verso il costruttivismo…

Quando otto paesi dell’ex impero sovietico entrarono nell’Unione Europea, nel maggio 2004, la retorica prevalente parlava di fine delle divisioni storiche. Oggi, gli attriti tra Est ed Ovest Europa si stanno moltiplicando. Una nuova cortina di ferro sta calando sul continente: la precedente era politica, la nuova è economica. I paesi dell’Europa occidentale mostrano crescenti reazioni protezionistiche nei confronti degli ultimi arrivati, i quali ricambiano mostrandosi sempre più insofferenti verso norme che, nominalmente, dovrebbero essere frutto di valori condivisi. Sta divenendo sempre più evidente che l’approccio centralista ed integrazionista dell’Unione Europea avrà crescenti problemi a tenere uniti due blocchi economici che tendono a muoversi in direzioni opposte.

PROPOSTA DI PATTO FEDERATIVO TRA
“RIFORMATORI LIBERALI-RADICALI PER LE LIBERTÀ” E FORZA ITALIA

I Riformatori Liberali-“Radicali per le Libertà” (RL) e Forza Italia convengono sulle scelte di politica internazionale compiute dal governo Berlusconi nel quadro dello stretto rapporto col governo Bush e i suoi alleati, e sulla necessità di svilupparle nella chiave di una costante promozione della democrazia e delle libertà civili nei paesi soggetti a dittatura e perciò promotori attivi o passivi del terrorismo internazionale.

Convengono inoltre sulla necessità di procedere ad una forte accelerazione sul cammino delle riforme liberali nei campi della concorrenza economica, del mercato del lavoro, dello stato sociale e delle privatizzazioni anche a livello locale, volte a promuovere mercati aperti in ogni settore, compreso quello bancario e quello dei servizi, mettendo al centro della politica economica del governo la libertà di scelta dei consumatori.