Il frastuono mediatico, provocato dalle idiozie di Pat Robertson, ha finito col distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale dalle ultime imprese di Hugo Chavez e del suo regime. L’ultima, in ordine di tempo, è il tentativo di imporre la presenza di due funzionari dello stato nei consigli d’amministrazione delle banche che operano in Venezuela, siano esse domestiche o estere. La misura coinvolgerebbe anche istituti spagnoli, quali il Bbva ed il Banco Santander che in Venezuela controllano, rispettivamente, Banco Provincial e Banco De Venezuela. La mossa fa parte della strategia chavista per la realizzazione del “socialismo nel Ventunesimo secolo”, che prevede il progressivo controllo e condizionamento sull’erogazione del credito, come in ogni progetto rivoluzionario che si rispetti. La presenza di funzionari governativi permetterebbe di orientare l’erogazione del credito, e di rafforzare il sistema di premi e sanzioni per le aziende che tardassero ad introdurre il nuovo precetto chavista, che prevede che almeno il 20 per cento degli organismi aziendali di indirizzo e controllo debba essere riservato ai lavoratori. Ma questa è solo la punta dell’iceberg:

Fine settimana di interessanti esternazioni per Romano Prodi. Tra il workshop Ambrosetti di Cernobbio e la Festa dell’Unità di Milano, il Professore ha compiuto qualche timido passo avanti verso l’agognato disvelamento del programma unionista. Proviamo a spigolare in ordine sparso: dapprima, rispondendo a Berlusconi, che aveva detto che in caso di sconfitta avrebbe prenotato un bel giro in barca a Tahiti, Prodi afferma che lui la barca non ce l’ha. In attesa di essere imbarcato da D’Alema, che pure nel 1998 lo aveva più propriamente sbarcato, il Professore si lancia nell’abituale tirata moralistica sui costi della politica, proprio mentre in quel momento, parecchie centinaia di chilometri più a sud, il “figlio prediletto del Mezzogiorno” (al secolo Clemente Mastella), suo cosiddetto partner di coalizione, afferma che il tir giallo di Prodi, utilizzato per le primarie, non è un bel messaggio rispetto all’esigenza di ridurre i costi della politica.

Il titolo di questo post, oltre a non rappresentare fedelmente il nostro pensiero, è volutamente provocatorio. Lo utilizziamo per gettare un sasso nella piccionaia delle adesioni entusiastiche, e spesso acritiche, con cui il tema della tassazione proporzionale del reddito personale viene accolto in questo periodo da quella parte di opinione pubblica che si definisce di orientamento liberale, liberista o più genericamente antistatalista.
E’ d’obbligo una premessa, per meglio inquadrare il contesto originario in cui la flat-tax è stata proposta per la prima volta, anni addietro, da Steve Forbes. Non ci soffermeremo sulle qualità attribuite a questo tipo di tassazione, che avremo comunque modo di analizzare tra poco, per evidenziare che non sempre di qualità si tratta. Vogliamo sottolineare che la proposta di Forbes era esplicitamente mirata alla tassazione del reddito da parte del governo federale. Ciò, se da un lato è coerente con la dottrina conservatrice dello “stato minimo”, quella che prevede il taglio della spesa pubblica durante le espansioni e la riduzione della tassazione durante le recessioni, è tuttavia soprattutto funzionale all’ideologia federalista, che mira a ricondurre la tassazione il più vicino possibile alle comunità locali, in modo che ad esse sia effettivamente demandata la scelta del sistema fiscale.

Ieri l’Istat ha pubblicato il dato preliminare relativo all’inflazione italiana in agosto. I prezzi al consumo, dato nazionale per l’intera collettività (NIC) crescono del 2 per cento su base annua, contro il 2.1 per cento di luglio. Pubblicata anche la variazione dell’indice dei prezzi alla produzione, in rialzo del 3.6 per cento annuale. Anche questo mese non siamo sfuggiti all’abituale teatrino: se l’inflazione rallenta, ecco sindacati e associazioni di consumatori che si stracciano le vesti, sostenendo che ciò avverrebbe perché i consumi sono fermi; se l’inflazione accelera, anche di un decimo di punto percentuale, ecco l’invito perentorio al governo a “fare qualcosa, perché la popolazione è allo stremo”. Nessun dubbio circa la possibilità che non si tratti di una tendenza ma più semplicemente di rumore statistico di fondo: comunque la si giri, è sempre carestia biblica. Interessante, a nostro giudizio, questo commento del segretario di Adiconsum:

In un recente articolo Kevin Hassett, direttore degli studi di politica economica dell’American Enterprise Institute ed ex-consigliere economico del candidato repubblicano John McCain alle presidenziali del 2000, analizza le circostanze che in anni recenti hanno condotto al dominio repubblicano sulla scena politica americana, a confronto con l’elaborazione culturale e programmatica che i Democratici (non) sono riusciti a compiere. I Repubblicani sono diventati, nel bene e nel male, il partito delle idee, i Democratici quello della reazione. I primi stabiliscono l’agenda, politica e culturale, i secondi passano il tempo a demonizzarla agli occhi degli elettori. Forse anche per contrastare questo declino culturale e progettuale, alcuni facoltosi liberals (circa ottanta, come segnalato dal Washington Post) hanno deciso di contribuire per almeno un milione di dollari a testa, allo scopo di finanziare una rete di think tanks attraverso un’organizzazione nota come Democracy Alliance, con lo scopo di rivitalizzare l’intellighenzia di sinistra. Ma il loro tentativo sembra destinato a fallire dall’origine.

Nei giorni scorsi, Unipol ha depositato in Consob il prospetto relativo alla propria offerta pubblica d’acquisto su Bnl. Abbiamo letto, durante tutto il mese di agosto, le sdegnate dichiarazioni di Fassino, che ha replicato stizzito agli “alleati” (dagli amici mi guardi iddio…) che rimproveravano ai diessini l’eccessiva spregiudicatezza e disinvoltura negli affari economici, e la contiguità ad alcuni ambienti affaristici. Il rimbrotto era originariamente partito da Arturo Parisi, braccio destro e longa manus di Prodi nella Margherita e, secondo osservatori come Emanuele Macaluso, rappresentava una sorta di pubblica manifestazione di dissenso per la gestione delle nomine ai vertici Rai. In particolare, secondo Macaluso, Claudio Petruccioli, pur ulivista della prima ora, non rientrava nel novero dei famigli di Prodi, e questo avrebbe profondamente irritato il “bambino della politica”, che avrebbe mandato avanti Parisi, in una singolare sequenza di messaggi criptati (che altri, e non noi, definirebbero paramafiosi). Tornando a Fassino, egli ha rivendicato il diritto della cooperazione a “fare impresa” ed entrare in un settore, come quello creditizio, che a suo giudizio è pertinente ed attinente all’oggetto sociale dell’azienda bolognese.