Ipotizziamo pure che l’articolo de l’Unità di ieri, nel quale un ebreo romano deportato accusava il padre del governatore del Lazio, Storace, di averlo bloccato per strada, portato in una Casa del Fascio e percosso, non fosse un tentativo premeditato di gettare palate di fango, a pochi giorni da elezioni regionali sempre più nevrotizzate, su un avversario; ipotizziamo pure che la linea editoriale di un quotidiano urlato, costantemente sopra le righe, sguaiato, ideologicamente malato, quale è l’Unità, non sia mai stata viziata da notizie inventate di sana pianta; ipotizziamo anche che questo giornale non abbia ormai come unico obiettivo editoriale e missione politica quello di additare al pubblico ludibrio, o più propriamente all’odio, i politici ed i giornalisti “nemici”, berciando quotidianamente di complotti, colpi di stato striscianti o manifesti, morte della Costituzione (nientemeno), in un climax di slogan sempre più simili a quelli che si sentivano per strada e si leggevano sui muri nel disgraziato 1977 italiano.

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.

E così, il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria ed Abn Amro hanno rotto gli indugi e, a pochi giorni dalla lettera del commissario europeo Mc Creevy, riguardante la richiesta di chiarimenti alla Banca d’Italia circa la reale apertura ed integrazione comunitaria del sistema bancario italiano, hanno depositato i documenti per l’avvio della procedura d’Opa, rispettivamente su Banca Nazionale del Lavoro e Antonveneta. Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’approvazione della legge sulla tutela del risparmio che, al termine di una gestazione che eufemisticamente definiremmo laboriosa, è diventata di fatto la legge per mantenere in carica a vita il governatore della Banca d’Italia. I prossimi giorni diranno se queste offerte pubbliche d’acquisto sono effettivamente mirate a sviluppare il proprio business in Italia, o a trovare il modo di disimpegnarsi da investimenti che rischiano di diventare scarsamente produttivi. Alcune considerazioni tuttavia si impongono.

Scrive Charles Krauthammer, in un editoriale sul Washington Post:

“(…) Quando un editoriale di Le Monde, intitolato “Primavera Araba” riconosce “i meriti di George W.Bush”, quando il titolo principale dell’Independent di Londra è “Bush aveva ragione dopo tutto”?, e quando un editoriale su Der Spiegel si chiede “George W.Bush potrebbe aver ragione”?, allora tu senti che qualcosa di radicale è accaduto.

Non è solo una breccia nelle trincee dello snobismo europeo. L’Iraq e, in senso lato, la dottrina Bush, sono sempre state più di una semplice materia intellettuale. Il paternalismo e la visione quasi colonialista della sinistra verso i barbari arabi non è solo analiticamente sbagliata. E’ anche una bancarotta morale.

Dopo tutto, andando a ritroso almeno fino alla Guerra Civile spagnola, la sinistra si è sempre orgogliosamente considerata il grande campione internazionale di libertà e diritti umani. Eppure, quando l’America propose di rimuovere l’uomo responsabile di aver torturato, gassato e ucciso decine di migliaia di iracheni, la sinistra si è improvvisamente trasformata nel campione dell’inviolabile sovranità westfaliana.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90:

America, 1940. Charles A. Lindbergh, eroe della trasvolata sull’Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente sconfiggendo Franklin D. Roosevelt. Da quel momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare gli inglesi e i francesi contro le potenze dell’Asse, e dietro un’apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente e inizia a temere che anche il proprio paese possa trasformarsi in un regno del terrore. Tra controstoria e autobiografia, il ritratto dell’America in forma di incubo.

A noi, tutto sommato, Alessandra Mussolini sta simpatica. Portatrice di un interessante femminismo, che spesso l’ha vista in rotta di collisione con l’integralismo cattolico di ampia parte della Casa delle Libertà, ci è sempre parsa un caso di “anomalia” politica nel senso di assenza di calcolo e passione spesso naif. Per questo crediamo che, nella vicenda delle firme di lista falsificate, sia rimasta vittima di una delle tante, troppe porcherie che caratterizzano la politica italiana. Quello che della Mussolini non ci è mai piaciuto è l’orgoglio con il quale parla della figura del nonno, quasi rappresentasse ancora oggi un modello politico da seguire. Se è vero che le colpe dei nonni non dovrebbero ricadere sulle nipoti, è altresì vero che Alessandra avrebbe potuto fare politica da posizioni lievemente meno estremiste. Invece, la sua passionalità ed ingenuità (lo diciamo in senso positivo) l’hanno fatta entrare in rotta di collisione con i vertici di An, partito che, non senza astuzie, si è definitivamente lasciato alle spalle il Ventennio. Ora, ci risulta davvero incomprensibile il motivo per cui, dopo essere stata truffata da personaggi interessati e da occasionali e mefitici compagni di strada, abbia deciso di invocare “la democrazia”, concetto verosimilmente alieno alla cultura politica di suo nonno. Ci sono state irregolarità? Pare di si, quindi di cosa stiamo discutendo? E’ opportuno e necessario avviare delle verifiche in tutto il paese, ma che c’entra tutto questo con la democrazia? Forse che una che di cognome fa Mussolini deve necessariamente poter violare le regole, altrimenti è segno che è scattata la conventio ad excludendum? E poi, ecco l’abituale riflesso italico del “tengo famiglia”: mia zia (la Loren) non ci dorme la notte, i bambini (le creature) piangono e vogliono la mamma, etc etc. La Mussolini ringrazi soprattutto la sinistra, che ha dato per l’ennesima volta prova della propria “eticità”, quella di cui il professor Prodi si riempie la bocca ad ogni piè sospinto, raccogliendo firme (pure false) per mettere un cuneo nello schieramento avversario. Vistisi scoperti con le mani nella marmellata, ecco Marrazzo e Violante uscirsene dicendo che si tratta di “beghe interne alla destra”. Impareggiabili.

Nella sua consueta messa domenicale, l’economista-filosofo Eugenio Scalfari si lancia nell’ennesima enciclica su come rilanciare l’economia e la competitività italiane. E lo fa da par suo, con l’abituale iattanza e disonestà intellettuale che lo caratterizzano, unite ad alcuni buchi di memoria che non sapremmo se ricondurre a malizia o agli effetti del tempo che passa. Vediamo in dettaglio lo Scalfari-pensiero: il declino della competitività del paese è iniziato da almeno dieci anni, cioè più o meno dall’avvio della manovra di convergenza all’Euro attuata dai governi Amato, Ciampi e Prodi, con il fortissimo inasprimento della tassazione, ordinaria e straordinaria, e il sistematico rinvio di spesa per investimenti pubblici ed infrastrutture, unito al blocco del “tiraggio di tesoreria” imposto agli enti locali ed alla pubblica amministrazione. Ma, secondo Scalfari, è dal 2002 (casualmente, primo anno di governo completo da parte dell’attuale maggioranza) che esso ha assunto i connotati di una rovinosa caduta del paese verso la deindustrializzazione. Secondo il Nostro, il governo avrebbe sconsideratamente privilegiato gli sgravi fiscali a vantaggio dei redditi medio-alti, a scapito di consumi ed investimenti. Sul congelamento ormai ultradecennale degli investimenti pubblici abbiamo già detto. Sulla fiscalità, esistono sufficienti evidenze che gli sgravi fiscali sui redditi medio-alti esercitano uno stimolo sui consumi maggiore rispetto ad interventi di uguale natura applicati ai redditi più bassi. Inoltre, aggiungiamo che questo governo ha introdotto e ampliato il concetto e la platea di beneficiari della no-tax area, mentre nella precedente legislatura i tre premier di sinistra, succedutisi a suon di colpi di palazzo, strutturalmente agevolati da un assetto istituzionale che impediva la “dittatura del premier”, avevano ridotto la fiscalità quasi esclusivamente sugli scaglioni d’imposta più elevati, cosa che si tende troppo spesso a dimenticare. Inoltre, il governo rossoverde di Gerhard Schroeder, che pensiamo rappresenti per Scalfari ed i suoi amici progressisti un pericoloso darwinista sociale neo-reaganiano, ha da quest’anno ridotto tutta la struttura delle aliquote dell’imposta sul reddito, ed in modo evidentemente asimmetrico. L’aliquota massima passa infatti dal 45 al 42 per cento, la minima dal 16 al 15 per cento