Nei giorni scorsi Stefan Tangermann, direttore del dipartimento Alimenti, Agricoltura e Pesca dell’Ocse, ha annunciato che la sua organizzazione ha quantificato l’entità dei trasferimenti totali dai governi al settore agricolo, nel 2003, a 92 miliardi di dollari negli Stati Uniti, lo 0.84 per cento del prodotto interno lordo. Per l’Unione Europea a 15 membri tale dato è ammontato, nello stesso anno, a 132 miliardi di dollari, ben l’1.26 per cento del prodotto interno lordo dell’Area. Tali trasferimenti includono i servizi governativi complessivi al settore agricolo, quali ricerca ed infrastrutture e, negli Stati Uniti, i sostegni alimentari rappresentati dai food stamps erogati ai meno abbienti. In particolare, il sostegno diretto ai coltivatori è stato pari, sempre nel 2003, a 36 miliardi di dollari negli Stati Uniti (il 15 per cento del reddito agrario), e a ben 118 miliardi di dollari nell’Euro-15, il 36 per cento del reddito di categoria. Si tratta, soprattutto relativamente all’Unione Europea, di un dato folle, che falsa pesantemente i mercati internazionali e rappresenta il principale ostacolo ai tentativi di favorire il decollo economico dei paesi poveri, produttori di commodities agricole.

Agghiacciante descrizione degli effetti del taglio dei trasferimenti agli enti locali, disposto dalla Finanziaria, sull’operatività del comune di Roma. Dopo la pavloviana premessa circa “una manovra che mette a repentaglio la coesione sociale e civile di questo Paese“, il sindaco Veltroni spiega che, se il governo non farà marcia indietro, l’amministrazione sarà costretta a spegnere 20 mila lampioni sui 150 mila esistenti in città, partendo da questa cifra curiosa per dare il via a un elenco lunghissimo di tagli.

Caro Federico, posso essere d’accordo (anzi, lo sono certamente) con il giudizio che esprimi su questo centrodestra. Non è liberale, non è liberista. E’ dirigista, colbertiano, inetto, protettore dei poteri forti (Fiat e sindacati in primis), incline ad un clericalismo pavloviano e compulsivo, incapace di sviluppare un qualsivoglia riformismo liberale, sia esso debole o forte. La domanda (frusta e banale, lo so) sorge spontanea: e dall’altra parte? Ieri Mastella, noto liberale, ha dichiarato (davanti alle telecamere): “Pannella PORTA IELLA“. E Rosy Bindi ha detto che occorre aspettare, prima di considerare i radicali come parte integrante dell’Unione, forse perché i radicali hanno “contaminato” uno dei soci fondatori dell’Ulivo.

José Manuel Durao Barroso, presidente sedicente liberista della Commissione Europea, ha deciso di dichiarare guerra alla iper-regolamentazione: questa settimana il commissario europeo all’Industria e Impresa, Guenther Verheugen, presenterà una lista di 69 proposte legislative in corso di elaborazione, individuate in una lista di oltre 200 bozze di direttiva, che verranno eliminate prima di raggiungere lo stadio di approvazione finale.

Sul Washington Post giorni addietro è stato pubblicato un articolo, scritto da Richard Rhodes e Gwyneth Cravens, che mette a confronto la reazione delle autorità di fronte a due eventi catastrofici, avvenuti in epoche e, soprattutto, regimi di governo differenti: Chernobyl e Katrina.
Gli autori del confronto, che non è ancora disponibile sulla versione online del Post, ma di cui si può leggere sul blog Café Hayek, esaminano la differente reazione di autorità e popolazione civile nelle due circostanze.

La Francia è l’unico paese del G7 a tassare i patrimoni. Fin qui, nulla di male. Ma molti francesi, grazie al brillante andamento del mercato immobiliare negli ultimi anni, si stanno scoprendo benestanti. Nemmeno il tempo di congratularsi con il proprio ego per questa brillante riuscita sociale, ed ecco la tegola: a plusvalenze teoriche corrispondono tasse reali, che spingono sempre più contribuenti a vendere parte o tutta la proprietà immobiliare per poter soddisfare le richieste del fisco. Per molti di loro, che spesso sono anche imprenditori, il passo successivo consiste nell’espatriare in Svizzera o in altri paesi fiscalmente meno ottusi.