La linea di condotta di Romano Prodi, da qui alle elezioni politiche del 2006, è ormai compiutamente delineata: da un lato, il tentativo di accreditarsi come leader di una coalizione “etica”, cioè di fatto lo spostamento della logica della competizione politica da confronto sui programmi a radicale delegittimazione dell’avversario; dall’altro lato, la reiterata denuncia di quello che ai suoi occhi appare come il progressivo “sgretolamento” economico del paese, promettendo mirabilie ma -ahimé- omettendo di indicare in modo puntuale gli interventi da effettuare, cioè quella cosa chiamata programma. Anche oggi, Prodi applica questo mix sudamericano (ma per non offendere i sudamericani occorrerebbe ridefinirlo semplicemente prodiano, più calzante) di politica politicante nel corso dell’intervista a Radio anch’io, su RadioRai.

E così, sembra proprio che la via per rilanciare l’agonizzante export europeo sia quella della vendita di armi a regimi autoritari. Dopo la vicenda della eliminazione dell’embargo sulla vendita di sistemi d’arma evoluti alla Cina, che verosimilmente ambirebbe ad utilizzare tali sistemi per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita Taiwan, ecco un’altra geniale trovata, ideata dalla fertile mente del Progressista più trendy del momento: José Luis Rodriguez Zapatero.

Protesta, il senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, dopo aver appreso del ricorso alla Corte Costituzionale, “contro governo e parlamento” da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, in merito al provvedimento legislativo, che ha forza di legge ordinaria, che permette ai magistrati, assolti a titolo definitivo al termine di un procedimento penale a loro carico, di tornare al lavoro. Come noto, il Csm ritiene, forzando in senso estensivo una norma della Costituzione, di avere competenza esclusiva su promozioni e trasferimenti dei magistrati e quindi anche sulla reimmissione in servizio degli stessi, al termine di un procedimento giudiziario. Tesi tutt’altro che pacifica ed acquisita, ma che rappresenta l’ennesimo tentativo di esorbitare dalle proprie attribuzioni. Di fatto, il Csm vorrebbe avere l’ultima parola sul ritorno in servizio di Corrado Carnevale, in modo da poter esercitare la propria “giustizia suprema” (cioè politica), al di fuori e aldilà delle norme di legge. Abbiamo già avuto modo di segnalare la bulimia del Csm nell’attribuirsi funzioni, ben oltre quanto stabilito dalla Costituzione.

Ipotizziamo pure che l’articolo de l’Unità di ieri, nel quale un ebreo romano deportato accusava il padre del governatore del Lazio, Storace, di averlo bloccato per strada, portato in una Casa del Fascio e percosso, non fosse un tentativo premeditato di gettare palate di fango, a pochi giorni da elezioni regionali sempre più nevrotizzate, su un avversario; ipotizziamo pure che la linea editoriale di un quotidiano urlato, costantemente sopra le righe, sguaiato, ideologicamente malato, quale è l’Unità, non sia mai stata viziata da notizie inventate di sana pianta; ipotizziamo anche che questo giornale non abbia ormai come unico obiettivo editoriale e missione politica quello di additare al pubblico ludibrio, o più propriamente all’odio, i politici ed i giornalisti “nemici”, berciando quotidianamente di complotti, colpi di stato striscianti o manifesti, morte della Costituzione (nientemeno), in un climax di slogan sempre più simili a quelli che si sentivano per strada e si leggevano sui muri nel disgraziato 1977 italiano.

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.

E così, il Banco Bilbao Vizcaya Argentaria ed Abn Amro hanno rotto gli indugi e, a pochi giorni dalla lettera del commissario europeo Mc Creevy, riguardante la richiesta di chiarimenti alla Banca d’Italia circa la reale apertura ed integrazione comunitaria del sistema bancario italiano, hanno depositato i documenti per l’avvio della procedura d’Opa, rispettivamente su Banca Nazionale del Lavoro e Antonveneta. Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’approvazione della legge sulla tutela del risparmio che, al termine di una gestazione che eufemisticamente definiremmo laboriosa, è diventata di fatto la legge per mantenere in carica a vita il governatore della Banca d’Italia. I prossimi giorni diranno se queste offerte pubbliche d’acquisto sono effettivamente mirate a sviluppare il proprio business in Italia, o a trovare il modo di disimpegnarsi da investimenti che rischiano di diventare scarsamente produttivi. Alcune considerazioni tuttavia si impongono.

Scrive Charles Krauthammer, in un editoriale sul Washington Post:

“(…) Quando un editoriale di Le Monde, intitolato “Primavera Araba” riconosce “i meriti di George W.Bush”, quando il titolo principale dell’Independent di Londra è “Bush aveva ragione dopo tutto”?, e quando un editoriale su Der Spiegel si chiede “George W.Bush potrebbe aver ragione”?, allora tu senti che qualcosa di radicale è accaduto.

Non è solo una breccia nelle trincee dello snobismo europeo. L’Iraq e, in senso lato, la dottrina Bush, sono sempre state più di una semplice materia intellettuale. Il paternalismo e la visione quasi colonialista della sinistra verso i barbari arabi non è solo analiticamente sbagliata. E’ anche una bancarotta morale.

Dopo tutto, andando a ritroso almeno fino alla Guerra Civile spagnola, la sinistra si è sempre orgogliosamente considerata il grande campione internazionale di libertà e diritti umani. Eppure, quando l’America propose di rimuovere l’uomo responsabile di aver torturato, gassato e ucciso decine di migliaia di iracheni, la sinistra si è improvvisamente trasformata nel campione dell’inviolabile sovranità westfaliana.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90:

America, 1940. Charles A. Lindbergh, eroe della trasvolata sull’Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente sconfiggendo Franklin D. Roosevelt. Da quel momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare gli inglesi e i francesi contro le potenze dell’Asse, e dietro un’apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente e inizia a temere che anche il proprio paese possa trasformarsi in un regno del terrore. Tra controstoria e autobiografia, il ritratto dell’America in forma di incubo.