Ci siamo a lungo domandati quali siano le caratteristiche qualificanti del polemista di sinistra. Azzardiamo: lo spirito pedagogico, lo snobismo, il moralismo, l’indulgenza ed il perdonismo compulsivo verso amici e “compagni che sbagliano”, il rigorismo forcaiolo e l’irrefrenabile pulsione alla “rieducazione” del “nemico”, cioè di chiunque impedisca all’umanità di evolvere verso le proprie magnifiche e progressive sorti; l’unidimensionalità nella descrizione delle caratteristiche psicologiche di chi è “altro” dalla propria tribù, talvolta la tendenza, assai poco politically correct, alla derisione dei difetti fisici o di dizione dell’avversario, il revisionismo liofilizzato ed il sillogismo aristotelico: il primo caso è quello in cui si riabilitano (preferibilmente post mortem,) tutti coloro che nel passato avevano osato opporsi o anche solo innescare una qualche dialettica nei confronti del Progresso, il secondo caso, dando prova di indefettibile realismo, è quello per cui “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Nelle ultime variazioni sul tema, pare persino affiorare (ma questo punto è ancora oggetto di dibattito) l’utilizzo di tecniche dialettiche machiste e più generalmente da destra becera.

BERTINOTTI:VOGLIO ANCORA LA FINE DELLA PROPRIETA’ PRIVATA

(ANSA) – ROMA, 3 MAR – ”In questo tempo – dice il leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, intervistato dal CORRIERE DELLA SERA, ritoccando la relazione con cui oggi al Lido di Venezia aprirà il congresso – ho corso dei rischi pazzeschi”. La rottura con Prodi e la scissione. ”Non una scissione laica, come le altre. Una crociata. La fecero per distruggerci. Delenda Carthago. Un’operazione eterodiretta con un unico obiettivo: cancellarci”, dai tg dell’Ulivo a Nanni Moretti, il quale dopo le elezioni del 2001 disse da Cannes: ”Non capisco perché Berlusconi ringrazi tutti gli italiani quando dovrebbe ringraziarne uno solo. Bertinotti”.
”Rispetto al ’96 – spiega Bertinotti – è cambiato tutto. Allora c’era la desertificazione sociale, il silenzio della piazza, la stasi dei movimenti. E c’erano due forze distinte, lontanissime, ognuna con il suo programma. Stavolta è diverso. Al centro della scena ci sono i movimenti. Le politiche neoliberiste sono fallite. Il governo Berlusconi ha riacceso la lotta sociale. Stavolta il programma si farà insieme. E non ci accontenteremo di simboli, di bandiere, come l’altra volta: le 35 ore, la scala mobile, la patrimoniale. Stavolta non si tratta di influenzare alcune scelte, ma di dare l’ispirazione generale, di improntare tutta la politica del governo. (…) La lealtà al programma è importante. Ma il programma lo scriveremo anche noi. E i movimenti non saranno messi di fronte al fatto compiuto; saranno interpellati prima. Il patto sarà aggiornato, corretto, revisionato nel tempo. Sempre ascoltando i movimenti, i sindacati. Vivremo nel clima della riforma. Produrremo democrazia e partecipazione: una, dieci, mille Puglie; mille Vendola. E poi stavolta al governo ci saremo anche noi”. Lei? “No, non io. E’ escluso. Ci saranno politici, e personalità”.
Lei sogna ancora il comunismo ideale? Chiede il quotidiano.
“No. La mia è l’utopia concreta di Bloch. L’ispirazione a essere liberi e uguali. La critica alle basi materiali dell’ineguaglianza e dell’alienazione, che hanno assunto le forme della globalizzazione ma portano ancora il nome terribile di capitalismo. E la base da rimuovere restano i rapporti di proprietà. Certo: la proprietà privata non si può abrogare per decreto. Ma è un obiettivo”, conclude Bertinotti.

La costante perdita di competitività dell’Italia, evidenziata anche dal saldo della bilancia commerciale, per la prima volta in rosso dal 1993, ultima svalutazione della lira, ha provocato un ampio dibattito (quasi sempre sterile e ideologizzato, come nella migliore tradizione italiana) su cause e rimedi per quello che appare ormai come la fine di un modello di crescita dell’economia italiana.

Alcuni osservatori sostengono che la responsabilità di questa situazione sarebbe dell’euro, sia in relazione all’adozione della divisa unica europea, che impedisce le abituali (per l’Italia) svalutazioni competitive, sia riguardo all’ultima fase di rivalutazione contro dollaro, e parallelamente contro le valute asiatiche che mantengono un cambio più o meno fisso con la divisa statunitense. In realtà, questa sembra essere un’interpretazione errata, perché il saldo della bilancia commerciale relativo all’interscambio con paesi esterni all’area euro mostra ancora un surplus, per quanto significativamente ridotto ed in costante declino, pari nel 2004 a 1.3 miliardi di euro. Ma è rispetto agli altri partner europei, che condividono quindi la stessa moneta, che il surplus italiano si è trasformato in un pesante deficit, pari lo scorso anno a 1.7 miliardi di euro.Vale la pena sottolineare che l’inizio del declino del canale delle esportazioni italiane risale alla fine degli anni Novanta, ben prima della recente ondata di rivalutazioni dell’euro. Secondo altre analisi, la responsabilità dei cattivi risultati del commercio estero sarebbe da attribuire alla specializzazione geografica delle nostre produzioni, cioè al fatto che avremmo partner commerciali “sbagliati??, ed opereremmo in mercati esteri in contrazione, anche se con quote di mercato costanti. Anche questa interpretazione è fallace, perché l’Italia ha perso costantemente quote di mercato dal 1995, dopo l’ultima grande svalutazione della lira.

I problemi veri sono altrove: una sfavorevole specializzazione di prodotto e un’esplicita perdita di competitività dal versante dei costi.

I più masochisti tra i nostri lettori potranno gustare l’abituale pastone filosofico domenicale di Eugenio Scalfari. Vi troveranno scritto il manifesto del perfetto realista. Occorre fare attenzione a non aprire il vaso di Pandora della storia, i popoli sono affamati di libertà, e la libertà acquisita in modo eccessivamente rapido e caotico porta spesso allo sviluppo di perniciose forme di nazionalismo. Come diceva Michail Gorbaciov (sic), “la storia del mondo sarebbe stata molto diversa se l’America di Reagan lo avesse aiutato a riformare anzi a rifondare il comunismo anziché puntare su Eltsin e sul suo liberismo fasullo e mafioso”. Ottimo, Metternich sarebbe orgoglioso di Scalfari, campione del realismo westfaliano. Ecco allora la ricetta scalfariana: un’America naif e ottusamente imperiale, che diffonde nel pianeta “per etrogenesi dei fini” (perché gli yankees sono così stupidi da diventare rapidamente degli apprendisti stregoni) il culto pagano della democrazia della quale, come direbbe Putin, “non esiste una sola versione”.

Il professor Prodi sta progressivamente avvicinandosi a quella cultura dell’immagine che tanto ama esecrare nello schieramento avversario. Prima lo abbiamo visto all’opera nella cerimonia di disvelamento del simbolo dell’Unione, ieri lo abbiamo ammirato mentre, dopo aver intonato a squarciagola l’Inno di Mameli e ascoltato compunto e vagamente commosso l’Inno alla Gioia di Beethoven, si è esibito nella cerimonia della firma dell’atto costitutivo della Federazione dell’Ulivo.

Non potendo anch’egli firmare “contratti con gli italiani”, per evidente mancanza di notai mediatici in circolazione, si è però esibito in alcuni solenni e vagamente comici enunciati, del tipo “l’Italia ha bisogno di una nuova classe politica”, che evidentemente lui ritiene di incarnare, soprattutto riguardo l’aggettivo ad essa riferito. In attesa della promessa rinascita, notiamo che Prodi continua ossessivamente a ripetere che l’elaborazione del programma procede, e che questa volta non è come nel passato, enunciato esorcizzante a vagamente iettatorio.

E adesso chi glielo dice, a quel vecchio compagno che è intervenuto nel dibattito, in una sala di provincia, per dire che appare sospetto tutto questo sequestrare giornaliste di sinistra e pacifiste, chiediamoci a chi giova, non è che dietro c’è la Cia? Chi glielo dice che Raida al Wazan, 36 anni, non è di sinistra e pacifista, e si limita a condurre l’edizione regionale di Mosul del telegiornale Al Irakiya? Chi glielo dice, alle donne in nero, che il fatto che sia stata sequestrata mentre guidava l’auto con a bordo la figlioletta di dieci anni, dovrebbe farci sentire tutti a lutto? E chi dice a Bifo di immaginare quale disperazione possa aver armato la forza dei decapitatori, e chi avverte Giorgio Bocca che l’incompresa resistenza irachena ha aggiunto un nuovo fiore all’occhiello delle sue imprese? Chi fa notare ai commentatori delle elezioni truffaldine del 30 gennaio che il coraggioso Zapatero ha raccolto alle urne, nel referendum europeo, meno concorso del disincantato e pauroso elettorato iracheno? E chi chiosa i titoli – l’avevamo detto noi… – sulla sharia destinata a diventare unica fonte di un governo oscurantista, adesso che c’è un dibattito, uno scontro politico che non pretendiamo appassionante, ma che è autentico, nella candidatura alla premiership tra Ibrahim Al Jaafari a Yiad Allawi? Giorni fa, dopo il video che ritraeva Giuliana Sgrena, si è innescato un profetico dibattito sulle pagine internet di un sito-bandiera del giornalismo politicamente corretto, il Barbiere della Sera. Uno dei frequentatori si è chiesto se non fosse il caso, in risposta a quel passaggio in cui Giuliana invitava i giornalisti italiani a non venire in Iraq, di ritirare i reporter, se non era possibile ritirare le truppe, in un gran gesto da refusnik, da dissidenti, da coraggio civile. I fatti hanno preso alla lettera l’auspicio, e il Palestine è deserto. A chi giova? Alla Cia, che così eviterà fastidiose ricostruzioni della battaglia di Fallujah o analisi attente alla minaccia sciita, o interviste anticonformiste ai leader degli ulema? O giova a una resistenza, chiamiamola pure così, se l’Anpi non ha niente da ridire – che non ha mai invitato un giornalista a raccontare un solo straccio di programma, a mostrare un solo asilo o una sola scuola in un villaggio liberato, che non ha mai dimostrato di voler prefigurare nella lotta, e nei metodi di lotta, un solo assaggio del mondo nuovo, non fosse per quei tre incauti rivenditori di alcol messi alla gogna nella Fallujah libera dove si organizzavano i sequestri, dove le vittime venivano appese ai ponti, dove l’unica bandiera era quella del terrore per il terrore, condito da un po’ di nostalgia per i fasti di Saddam, e da un po’ di versetti del Corano recitati prima della decapitazione di turno? Ora e sempre, questa resistenza che non vuole giornalisti tra i piedi, scomodi o pronti a raccogliere le loro testimonianze, che vogliono bene al popolo iracheno aggredito da Bush, o che vogliono bene al popolo iracheno, e alle donne e ai bambini, anche quando vengono straziati dalle autobomba del terrore.

L’articolo 105 della Costituzione recita:

“Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.”

Come definire, allora, la deliberazione del plenum del Csm del 23 febbraio, che ha espresso una posizione di forte contrasto nei confronti di un progetto di legge ancora in discussione da parte del parlamento, la cosiddetta legge Cirielli sulla riforma degli istituti di prescrizione e recidiva?

Non sarà (domanda retorica) che il Csm agisce ed opera come un organo di rappresentanza politica, al di fuori delle proprie attribuzioni costituzionali?

“Brillante” esempio di giornalismo investigativo, Punto e a capo, il programma di Raidue dei “separati in casa” Giovanni Masotti (sempre più phonato) e Daniela Vergara, ora addirittura ridotti a condurre due distinte trasmissioni con lo stesso titolo e logo pur di non interagire, fa saltare i nervi all’Unità e a larga parte della sinistra, quella che ha sempre visto in Michele Santoro il campione del giornalismo investigativo e dell’impegno civile. A noi Masotti, in tutta franchezza, non è mai piaciuto, troppo inamidato e vagamente illividito nella conduzione, tenderemmo ad equipararlo ad un esponente della “maggioranza silenziosa” di reazionaria memoria. Ma quello che ci ha colpito, nell’aggettivazione utilizzata dall’Unità, è l’impressionante somiglianza con le tecniche di conduzione televisiva di Santoro.