Su AsiaNews un interessante e condivisibile articolo sulla tendenza, ormai assurta a riflesso condizionato, ad attribuire la colpa della mancata autosufficienza alimentare di alcune aree del pianeta alla “dottrina del mercato” elaborata dal ricco Occidente. Abituale vessillifero di questa critica è l’avvocato svizzero Jean Ziegler, che nel corso degli anni è riuscito a ritagliarsi una comoda nicchia di mercato quale censore del medesimo e delle sue imperfezioni. Oggi Ziegler, esperto per il Consiglio dei diritti umani ed ex relatore per il diritto all’alimentazione, reitera il suo mantra:

(…) l’errore fondamentale sarebbe da ricercare nelle disposizioni del Fondo monetario internazionale che ha costretto a sacrificare l’agricoltura di sussistenza alla produzione per il mercato.

Una specie di “piccolo mondo antico”, insomma. Una visione bucolica e agreste di un metodo di produzione autarchico che poco o nulla ha fatto per combattere la fame nel mondo, con la sua fragilità e precarietà strutturale.

Il rabbioso rialzo di oggi del prezzo del greggio è avvenuto nella assoluta assenza di elementi perturbatori “reali” (leggasi non finanziari) dell’offerta, quelli che impattano più rapidamente sulla formazione dei prezzi, per ovvi motivi: nessun uragano che percuote una regione costiera dove sono concentrate le raffinerie del maggiore consumatore del pianeta; nessun attentato terroristico ad impianti petroliferi; nessun improvviso prosciugamento del supergiant Gawar, in Arabia Saudita, o di altri giacimenti; nessun meteorite piombato su Tunguska; nulla di nulla. E nessuno venga a dire che la reazione dei prezzi è imputabile alle frasi del vicepremier ed ex ministro della Difesa israeliano, Mofaz, circa l'”inevitabilità” di un attacco di Tel Aviv all’Iran. Dichiarazioni di questo tenore sono parte del “business as usual” nella guerra di nervi che si sta giocando in Medio Oriente, e un incremento di dieci dollari al barile in una sola giornata sembra difficilmente giustificabile con questo argomento.

Un recente report di ricerca della divisione fixed income di Morgan Stanley, rilanciato da Naked Capitalism, evidenzia il ruolo fortemente distorsivo che i sussidi sui carburanti stanno giocando nei paesi in cui sono applicati e sull’economia globale. Secondo le stime degli autori del report, oggi circa un quarto del consumo mondiale di benzina è sussidiato e, in termini di popolazione, metà del pianeta “beneficia” (o così crede) di sussidi all’energia. In Cina (dove vigono i sussidi, anche se in progressiva riduzione) la benzina costa l’equivalente di 64 centesimi di dollaro il litro, contro 1 dollaro negli Stati Uniti e l’equivalente di circa 2,16 dollari nel Regno Unito. In molti paesi produttori i sussidi sono ancora più elevati. La benzina in Arabia Saudita costa 12 centesimi di dollaro il litro, solo 5 centesimi in Venezuela. Mentre i tre quarti del consumo mondiale di benzina sono soggetti a tassazione, il livello di tassazione “netta” è diminuito, per effetto della crescita dei sussidi al consumo, passati dal 10,4 per cento del consumo mondiale di benzine a fine 2006 al 22,2 per cento attuale, in evidente parallelo alla crescita del prezzo del barile. Ma cosa implica il crescente ricorso a sussidi ai prezzi dei carburanti?

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

Con buona pace degli ultimi giapponesi dell’easy money, quelli che continuano a invocare tagli ai tassi d’interesse della Banca Centrale Europea, il mondo sta lentamente ma inesorabilmente prendendo coscienza della nuova era inflazionistica che stiamo vivendo. Con tutti i rischi che ciò implica. Abbiamo già segnalato il fatto che oggi i tassi reali d’interesse di mercato monetario sono negativi: ciò rappresenta un forte stimolo a consumi ed investimenti finanziati a credito (dove il credito esiste ancora, s’intende). Ma vi sono aree del pianeta, segnatamente le economie emergenti (o emerse) esportatrici di materie prime, che hanno le proprie valute agganciate in modo totale o parziale al dollaro statunitense, che sono entrate in un pericoloso circolo vizioso.