Tony Blair ha chiesto alla Regina di sciogliere il parlamento britannico ed ha ottenuto la convocazione delle elezioni politiche generali per il 5 maggio. Una prima constatazione: in un paese di lunghissima tradizione democratica, quale è il Regno Unito, il primo ministro “manda a casa” il parlamento. In Italia, la sola idea di questa eventualità, inserita in una riforma costituzionale, fa gridare al golpe, ed invocare le “specificità” culturali italiane.
Ad oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il Labour risulterebbe in vantaggio sui Conservatori per soli 3 punti percentuali (37 per cento contro 34 per cento, con i Liberaldemocratici buoni terzi al 21 per cento), margine in apparente, costante erosione, e statisticamente molto dubbio, potendo anche occultare una sostanziale parità.
Quali sono i motivi della scelta di Blair, e quali sono i rischi che egli corre?

Come anche Monsieur De Lapalisse potrebbe confermare, l’Unione ha inequivocabilmente vinto le elezioni regionali, sia per numero di regioni che, soprattutto, in termini di numero di voti espressi. Proviamo ad elaborare alcuni pensieri in ordine sparso.
In primo luogo, a nostro avviso, occorre rallegrarsi perché il principio cardine della democrazia, quello dell’alternanza, si è potuto confermare anche in questo anno 2005 in cui, secondo il principale messaggio mediatico ulivista, il presunto attacco senza precedenti della maggioranza e del premier ai canali di comunicazione avrebbe dovuto seriamente compromettere l'”agibilità democratica” di questo paese. Evidentemente, l’elettorato è sempre un po’ meno ottuso di come lo immaginano e dipingono i suoi eletti.
Si è trattato di una consultazione a valenza politica nazionale? Certamente si, ed è piuttosto infantile affermare il contrario. Come accade ormai da tempo anche nel resto d’Europa, la perdurante crisi economica del continente sta portando a premiare le opposizioni, di qualunque orientamento politico esse siano, basti per tutti l’esempio dell’agonia politica infinita del governo rossoverde tedesco di Gerhard Schroeder, che ha perso tutte le dieci elezioni regionali che si sono tenute dalla vittoria alle politiche del 2002.

Il pontificato di Karol Wojtyla sarà ricordato in molti modi: come quello della globalizzazione mediatica, del dialogo interreligioso e della solenne offerta di scuse per gli errori di Santa Romana Chiesa, del contributo alla caduta del Muro di Berlino ma anche della critica serrata e stringente alle anomie e alienazioni del capitalismo trionfante. O anche come il pontificato della “restaurazione”, intesa come riforma o controriforma ed allontanamento dalle spinte più “progressiste” del Concilio Vaticano II. Un pontificato di modernità tecnologica e post-conciliare, ma al tempo stesso un pontificato di critica assoluta di quell’Illuminismo che sembrava destinato, nella sua declinazione contemporanea, a mettere in soffitta la dimensione della fede. Ma sarà ricordato anche come il pontificato che ha trasmesso un messaggio profondo e pervasivo con il quale tutti dobbiamo confrontarci: il messaggio di un neo-umanesimo cristiano, quel porre al centro di tutto l’uomo, vero valore supremo dell’azione nella Storia del dio cristiano. Contro ogni alienazione, contro ogni culto materialista, sia esso il materialismo storico di matrice marxista che quello non meno distruttivo della nostra società occidentale, che pure ha meriti storici di affermazione della dignità umana, ma che sempre più spesso rischia di tradirli.

La disoccupazione tedesca cresce in Germania al massimo dal dopoguerra, con il numero delle persone in cerca d’occupazione che in marzo aumenta di 92.000 unità, corretto per la stagionalità, quattordicesimo rialzo mensile consecutivo, contro attese per un aumento di 75.000 unità. Il tasso di disoccupazione si porta così al 12 per cento, dal precedente 11.7 per cento. Quattro dei sei istituti pubblici di ricerca economica hanno tagliato nel corso dell’ultimo mese le proprie previsioni sulla crescita per l’anno in corso fino allo 0.6 per cento, rispetto all’espansione dell’1.6 per cento, fatta segnare nel 2004. Il cancelliere Schroeder, che ha perso tutte le 10 elezioni regionali tenutesi dopo la vittoria alle elezioni politiche del settembre 2002, ha dichiarato il 17 marzo di voler tagliare la tassazione sulle imprese per stimolare la crescita e contrastare la continua perdita di posti di lavoro, causata soprattutto dalle delocalizzazioni verso l’Est europeo, dove la fiscalità sulle imprese è circa la metà di quella tedesca. Dal primo gennaio, il governo rossoverde ha tagliato le aliquote dell’imposta personale sul reddito: la massima è stata portata dal 45 al 42 per cento, la minima dal 16 al 15 per cento.

La linea di condotta di Romano Prodi, da qui alle elezioni politiche del 2006, è ormai compiutamente delineata: da un lato, il tentativo di accreditarsi come leader di una coalizione “etica”, cioè di fatto lo spostamento della logica della competizione politica da confronto sui programmi a radicale delegittimazione dell’avversario; dall’altro lato, la reiterata denuncia di quello che ai suoi occhi appare come il progressivo “sgretolamento” economico del paese, promettendo mirabilie ma -ahimé- omettendo di indicare in modo puntuale gli interventi da effettuare, cioè quella cosa chiamata programma. Anche oggi, Prodi applica questo mix sudamericano (ma per non offendere i sudamericani occorrerebbe ridefinirlo semplicemente prodiano, più calzante) di politica politicante nel corso dell’intervista a Radio anch’io, su RadioRai.

E così, sembra proprio che la via per rilanciare l’agonizzante export europeo sia quella della vendita di armi a regimi autoritari. Dopo la vicenda della eliminazione dell’embargo sulla vendita di sistemi d’arma evoluti alla Cina, che verosimilmente ambirebbe ad utilizzare tali sistemi per ricondurre all’ovile la pecorella smarrita Taiwan, ecco un’altra geniale trovata, ideata dalla fertile mente del Progressista più trendy del momento: José Luis Rodriguez Zapatero.

Protesta, il senatore a vita e presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, dopo aver appreso del ricorso alla Corte Costituzionale, “contro governo e parlamento” da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, in merito al provvedimento legislativo, che ha forza di legge ordinaria, che permette ai magistrati, assolti a titolo definitivo al termine di un procedimento penale a loro carico, di tornare al lavoro. Come noto, il Csm ritiene, forzando in senso estensivo una norma della Costituzione, di avere competenza esclusiva su promozioni e trasferimenti dei magistrati e quindi anche sulla reimmissione in servizio degli stessi, al termine di un procedimento giudiziario. Tesi tutt’altro che pacifica ed acquisita, ma che rappresenta l’ennesimo tentativo di esorbitare dalle proprie attribuzioni. Di fatto, il Csm vorrebbe avere l’ultima parola sul ritorno in servizio di Corrado Carnevale, in modo da poter esercitare la propria “giustizia suprema” (cioè politica), al di fuori e aldilà delle norme di legge. Abbiamo già avuto modo di segnalare la bulimia del Csm nell’attribuirsi funzioni, ben oltre quanto stabilito dalla Costituzione.

Ipotizziamo pure che l’articolo de l’Unità di ieri, nel quale un ebreo romano deportato accusava il padre del governatore del Lazio, Storace, di averlo bloccato per strada, portato in una Casa del Fascio e percosso, non fosse un tentativo premeditato di gettare palate di fango, a pochi giorni da elezioni regionali sempre più nevrotizzate, su un avversario; ipotizziamo pure che la linea editoriale di un quotidiano urlato, costantemente sopra le righe, sguaiato, ideologicamente malato, quale è l’Unità, non sia mai stata viziata da notizie inventate di sana pianta; ipotizziamo anche che questo giornale non abbia ormai come unico obiettivo editoriale e missione politica quello di additare al pubblico ludibrio, o più propriamente all’odio, i politici ed i giornalisti “nemici”, berciando quotidianamente di complotti, colpi di stato striscianti o manifesti, morte della Costituzione (nientemeno), in un climax di slogan sempre più simili a quelli che si sentivano per strada e si leggevano sui muri nel disgraziato 1977 italiano.

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.