Dall’interessante sito di Johan Norberg, scrittore liberale e libertario svedese, un contributo al debunking del principale mito dell’economia svedese: il ridotto tasso di disoccupazione.
Ad oggi i senza lavoro svedesi, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, sarebbero il 5.4 per cento della popolazione attiva. Un tasso “anglosassone”, ottenuto tuttavia (secondo la vulgata comune) senza smantellare la generosa sovrastruttura welfaristica svedese. Ma le cose stanno proprio così?

Il Partito Comunista cinese ha lanciato una campagna tra leader politici e personalità accademiche per tentare di modernizzare il marxismo cinese, e riconciliare le stridenti contraddizioni esistenti tra l’ideologia governativa e le ampie e profonde riforme economiche, che vanno in direzione dell’affermazione del libero mercato. Milioni di dollari saranno spesi per aggiornare i testi universitari e delle scuole secondarie nel tentativo, piuttosto surreale, di conciliare marxismo e libera impresa privata. La “rilettura” dei sacri testi marxisti rappresenta parte del tentativo di rivitalizzare il partito, nel quale funzionari di vario grado sono attivamente coinvolti in attività economiche svolte in regime privatistico.

Torniamo sul caso Sofri. E lo facciamo da un’ottica “laica”, consentiteci per una volta di non utilizzare l’abusato (ma a noi sempre caro) aggettivo “liberale”. Abbiamo seguito con interesse le ricostruzioni, storiche e personali, della vicenda. Quella a cui stiamo assistendo, per molti aspetti, è la reiterazione della “maledizione italiana”, l’incapacità di chiudere i conti con il proprio passato. Sembra un’assurdità, a distanza di sessant’anni, parlare di “riconciliazione nazionale”. In altri paesi, usciti in macerie da una guerra mondiale ed una guerra civile, avremmo probabilmente misurato quell’arco temporale in mesi, o in pochi anni. Qui, no.

Nei prossimi 13 mesi in America Latina si terranno ben 11 elezioni presidenziali. Malgrado innegabili progressi compiuti negli ultimi anni, la crescita economica della regione resta nel complesso insoddisfacente, sul piano qualitativo e quantitativo. La prevalenza e persistenza di modelli di gestione dell’economia di tipo predatorio spinge ad analizzare l’area come un caso di studio del fallimento della politica economica, soprattutto nel confronto con il dinamismo che caratterizza Asia ed Europa dell’Est. Il rapporto annuale della World Bank, Doing Business in 2006, può essere d’aiuto nell’identificare le cause del fallimento.

In Massachusetts è attualmente in corso un ampio dibattito pubblico circa la necessità di estendere la copertura sanitaria assicurativa ai non abbienti. Ma per la prima volta, per effetto di un’iniziativa legislativa attualmente in esame potrebbe essere imposto, ai soggetti dotati di capacità di spesa, l’obbligo di acquistare un’assicurazione sanitaria per eventi catastrofici . I cittadini soggetti all’obbligo sarebbero quelli privi di copertura fornita dal datore di lavoro, giovani, senza carichi di famiglia ed in buona salute. In tal modo (come abbiamo già discusso) verrebbero introdotti dei correttivi per aumentare efficacia ed efficienza della spesa sanitaria. Ma ciò finirebbe, apparentemente, col contrastare con il principio libertario secondo il quale ognuno dovrebbe essere artefice del proprio destino.

Quella che segue è una storia di ordinaria follia nel cuore dell’Europa delle corporazioni.
C’è un gruppo di giovani musicisti, che potremmo definire freelance, di varie nazionalità, che girano per l’Europa con il solo scopo di fare ciò che più amano: suonare. Questi giovani musicisti sono diretti da un maestro tedesco, Volker Hartung. La Nuova Filarmonica di Colonia ambisce a dar vita al sogno europeo: libero movimento di persone, merci e servizi: musica e cultura incluse. Anche per questo motivo, l’orchestra itinerante fa pagare meno i biglietti per le proprie esibizioni, e paga un pò meno i propri orchestrali. Lo scorso febbraio, a Strasburgo, cuore d’Europa, al termine della rappresentazione del Bolero di Ravel, Hartung torna sul podio, acclamato dagli spettatori, per accingersi a concedere il bis. Ma, prima di riuscire a salire quei gradini, viene bloccato da 80 (diconsi ottanta) poliziotti francesi, che lo trascinano via in manette.

Ha certamente ragione, il presidente della Camera, quando afferma:

“Al di là che sia sacrosanta o inutile, la manifestazione è il disagio di una parte del movimento dei lavoratori e va sempre rispettato”.

Ha un pò meno ragione quando afferma:

“Credo che una classe dirigente seria, come noi siamo si dovrà far carico delle ragioni di chi protesta. Questa è la democrazia, che è fatta da chi va in piazza e da chi governa. Chi governa deve assumere le proprie decisioni, chi va in piazza è bene sia ascoltato”.

Questa affermazione, sulla falsariga delle dichiarazioni di altri esponenti democristian-centristi (Rotondi, Cesa), sembra far trasparire la nostalgia per i bei tempi andati della “concertazione”, quella magica congiuntura astrale che ha regalato al paese un rapporto tra debito e prodotto interno lordo pari al 108 per cento (e non al 120 per cento come scrive, nel numero in edicola da oggi, lo strombazzatissimo Economist nel suo non meno strombazzato dossier sull’Italia). In una democrazia compiuta, i voti auspicabilmente si contano e non si pesano, men che meno nelle piazze.