Non conosciamo Umberto Scapagnini, sindaco uscente e rientrante di Catania, né conosciamo le problematiche specifiche della città etnea, o le piattaforme elettorali dei concorrenti alle elezioni. Di questa elezione, però, ci hanno colpiti alcune circostanze. In primo luogo, la presenza di 31 liste elettorali che, in una città di nemmeno 350.000 abitanti indica, come dire?, una vivace partecipazione democratica. La stessa scheda elettorale, lunga 97.5 centimetri, pare abbia provocato un considerevole numero di voti nulli. Potremmo immaginare una proliferazione di liste (soprattutto civiche) indotta da single-issues (un parco, un parcheggio, dei sussidi comunali, gli asili, etc.), ma per quanto ci sforziamo non riusciamo ad interpretare l’esercizio del voto a Catania come una improvvisa metamorfosi in senso elvetico delle dinamiche politiche di quella città. Per essere crudi, a noi questo florilegio di liste ricorda i primi, incerti passi dei paesi dell’est europeo dopo la caduta del Muro, quando alle prime elezioni libere si presentarono partiti degli automobilisti, dei bevitori di birra e degli amici del gatto persiano. Sfortunatamente, Catania è in Italia, paese di democrazia matura o sedicente tale, liberato (dagli odiati yankees) sessant’anni fa, e passato attraverso varie fasi di sviluppo economico e (in misura assai minore) civile e sociale.

Mentre in quel di Bologna (gran bella città, con un sindaco piuttosto in gamba…), tra fumo (soprattutto quello), clangore e sferragliamenti vari, ferve l’attività della Fabbrica del Programma, un altro illustre bolognese, presidente di Confindustria e Fiat tratteggia, in un’intervista a Repubblica, il programma degli imprenditori per il governo che verrà. E lo fa partendo da alcune premesse ampiamente condivisibili. Dapprima criticando un governo sedicente liberale e liberista, che ha fatto sparire nottetempo dal leggendario “pacchetto competitività” (che meglio sarebbe definire pacco), una riforma delle libere professioni peraltro già ampiamente annacquata:

Finalmente, dopo mesi di pervicace e surreale ottimismo, il premier prende atto che qualcosa non funziona nel profondo dell’economia italiana. Attendiamo gli sviluppi operativi, con l’abituale disincanto. Nel frattempo, pare che il consiglio dei ministri di ieri abbia rappresentato qualcosa di molto simile ad un gruppo di autocoscienza, con la malintesa “socialità” (leggasi ciclo elettorale di spesa) dei Baccini e degli Alemanno finalmente silenziata. E’ un buon viatico. Non ha tutti i torti il governatore della Banca d’Italia quando afferma che, per individuare un trend, occorrono non meno di tre trimestri, anche se queste regolette numeriche di solito servono a opinionisti e polemisti da osteria (figure che spesso tendono a coincidere) per riprodurre gli abituali schemi biscardiani sui quali il paese da sempre galleggia.

(ANSA) – BOLOGNA, 12 MAG – Progetto Comunista, la sinistra di Rifondazione Comunista, chiede l’autonomia del Prc dall’Unione nel 2006, un’ ”emancipazione” che si concretizzerebbe in una presentazione alle politiche con proprio simbolo e proprio candidato premier, e in patti di desistenza con l’Unione per la conquista dei collegi piu’ difficili. Lo hanno spiegato Marco Ferrando, della direzione nazionale di Prc e portavoce di Progetto Comunista, e Michele Terra, del comitato politico nazionale, in una conferenza stampa a Bologna.
A Bologna infatti Progetto Comunista chiedera’ l’uscita a di Prc della Giunta Cofferati. ”Cofferati però non è solo ‘caso Cofferati”’secondo Ferrando, che giudica una eventuale uscita ”un varco salutare per una ricollocazione del partito a livello nazionale”. La Giunta Cofferati, e altre di centro sinistra di recente formazione sono prodotto di una ”domanda di sinistra”, ma finiscono per produrre ”politiche di destra”. Tre gli esempi prodotti: la giunta ligure (”l’assessore al bilancio è quello della precedente giunta di centro destra, accusato di aver affossato la sanità); quella calabrese (”assessore agli affari istituzionali è lo stesso della passata di centro destra che ha introdotto lo sbarramento al 4% per i partiti minori”); e la pugliese (”l’assessore alla sanità ha gia’ detto che per l’abbattimento dei ticket non ci sono i fondi”). ”La svolta ‘governista’ di Bertinotti doveva far crescere il partito e spostare a sinistra l’Unione – ha aggiunto Ferrando – invece abbiamo perso 400mila voti alle regionali”. Prc, per Ferrando, sembra al suo elettore ”schiacciata” da una alternativa, quella di Prodi e Fassino, ”sempre piu’ liberale e potenzialmente antipopolare”. Così ”se politiche dell’Unione sono multilateralismo per l’estero e risanamento economico per l’interno, noi non ce ne faremo corresponsabili” [???, ndr.] . La mancanza di compattezza nel fronte del centro sinistra per Ferrando non causerà perdite di voti, anzi: ”Credo che la ragione della vittoria del centro sinistra alle amministrative non sia stata la sua unione, ma la perdita di credibilita’ di Berlusconi. Candidarci autonomamente significa riconquistare quell’elettorato radicale a rischio di polverizzazione o astensionismo”. (ANSA).

L’economia tedesca cresce nel primo trimestre 2005 al passo più rapido dal primo trimestre 2001. Il prodotto interno lordo, corretto per la stagionalità ed il numero di giorni lavorati (2 in meno nel trimestre) aumenta dell’1 per cento sul quarto trimestre 2004, quando aveva registrato una riduzione dello 0.1 per cento, e contro attese per un incremento dello 0.5 per cento. Senza considerare gli effetti di calendario, non si registra variazione. La crescita è stata guidata da un recupero dell’export e da una flessione dell’import, mentre la domanda domestica ha segnato una contrazione rispetto all’ultimo trimestre 2004. Il presidente della Bundesbank, Axel Weber, ritiene che la crescita sia destinata ad indebolirsi nel secondo e terzo trimestre. Una più lenta crescita salariale (lo scorso anno i salari orari dei lavoratori manifatturieri sono cresciuti dell’1.9 per cento, uno dei minori tassi d’incremento tra i 30 paesi dell’Ocse) ed un tasso d’inflazione sotto la media dell’Unione Europea hanno contribuito a sostenere la competitività delle aziende tedesche. All’inizio della settimana i sei principali istituti pubblici di analisi economica hanno ridotto la propria previsione di crescita per l’economia tedesca nel 2005 dall’1.5 allo 0.7 per cento.

Da qualche tempo si susseguono segnali di una crescente disaffezione tra Sergio Cofferati e larga parte della coalizione che lo eletto sindaco di Bologna. Prima, la sconfessione del premio di produttività ai dipendenti comunali, che lo ha messo in rotta di collisione proprio con la Cgil, poi la fatwa lanciata contro il Cinese dalla sinistra radicale ed antagonista, che gli rimprovera un approccio alla città in purissimo stile law and order. Non sappiamo dove stia la verità, ma saremmo tentati, per una volta, di non cercarla nel mezzo. Vogliamo segnalare il j’accuse di Franco “Bifo” Berardi, pubblicato da Liberazione:

«Se io le dico che Cofferati si candida a essere sindaco di Bologna lei cosa mi risponde?» mi chiese un giornalista quando sollevai la cornetta del telefono, all’incirca due anni fa. E io, con sincero trasporto: «Rispondo che corro a votare Cofferati perché certamente sarà meglio di Guazzaloca». Mi sbagliavo. E’ doloroso dirlo, ma un anno dopo le elezioni comunali che dovevano segnare la riscossa in una città che per molte ragioni è considerata un laboratorio del buon governo e dell’innovazione culturale, sono costretto ad ammetterlo: è difficile immaginare un clima peggiore di quello che si è creato in questa città. Un anno fa, forse un po’ ingenuamente, ci aspettavamo che la nuova giunta avrebbe dato un segno di rinnovamento e di apertura. Ci aspettavamo una maggiore tolleranza verso gli stranieri, e lo stesso Cofferati, durante la campagna elettorale aveva dichiarato che il Comune avrebbe preso una posizione contro la presenza del Cpt sul territorio comunale bolognese.

Quel che abbiamo visto accadere va in direzione opposta: si sono moltiplicati gli sgomberi degli stranieri senza casa. Donne e bambini rom vengono scaraventati fuori dagli edifici abitati, costruiti abusivamente su terreni che in certi casi sono stati regolarmente comprati, come è accaduto in via Roveretolo.