Negli Stati Uniti, l’aumento di un quarto di punto del tasso sui Fed Funds (ora al 3.25 per cento), e la fraseologia utilizzata dalla Federal Reserve nel proprio statement sembrano suggerire che la banca centrale statunitense sia divenuta più ottimista circa l’espansione in atto. Come recita il comunicato finale, malgrado pressioni inflazionistiche potenziali che restano elevate, l’espansione “resta salda”, e le condizioni del mercato del lavoro continuano a migliorare gradualmente, pur in presenza di crescenti prezzi dell’energia. E’ inoltre reiterato che la restrizione monetaria potrà proseguire a “passo misurato”, e che la politica monetaria si mantiene “accommodative“, in presenza di aspettative inflazionistiche di lungo periodo che restano contenute. Il mercato ha mostrato di confermare la fiducia nella capacità della Fed di mantenere sotto controllo le spinte inflazionistiche, come dimostra la reazione successiva alla pubblicazione del comunicato, che del resto s’inscrive in un movimento di più lungo periodo caratterizzato da contemporaneo appiattimento della curva e discesa dei rendimenti nominali sulla parte lunga della stessa.

Le elezioni politiche si avvicinano inesorabilmente. C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico. Congressi di partito in cui si spara a zero sul premier della propria coalizione, con reiterate richieste di primarie (che riteniamo siano la giusta rivendicazione di pari opportunità di carriera per le donne medico…), si infliggono bacchettate ai propri “alleati”, ricordando che i democristiani, quando volevano sbranare o accoltellare qualcuno, sempre rigorosamente alle spalle, lo definivano preventivamente “amico” e, per dimostrare il proprio francescano amore per gli animali, si dotavano di un gallo con la spiccata propensione a cantare tre volte. Rivendicazione orgogliosa dell’eredità democristiana: uno Sturzo di qui, un De Gasperi di là, un Aldo Moro che veglia su di noi. Alcune robuste posizioni di lotta e di governo, come la valutazione di un bilancio politico “magro” per l’attuale maggioranza uscente ed uscita (di senno), un’ammissione di scarsa produttività dei lavori parlamentari, forse anche per effetto della pervicace inclinazione a far mancare reiteratamente il numero legale durante le votazioni.

Quale è la cosa su cui, in Italia, destra e sinistra proprio non riescono a litigare? Una cosa capace di catalizzare quella concordia, “per il supremo bene del Paese”, che tanto piace ai buoni sentimenti ed al ruolo istituzionale di ogni presidente della repubblica che si rispetti? Quella cosa che accomuna notabili e capibastone, soprattutto nelle regioni meridionali, dove l’ideologia, contrariamente al proprio etimo, non si alimenta delle idee ma di qualcosa di molto più tangibile? Tra le tante, possibili definizioni, a noi piace molto quella di “convivialità istituzionale“. Ricorda le tavole imbandite, le ritualità del desco, quel momento in cui si guarda il mondo con occhio benevolo e ci si lascia alle spalle le piccole e grandi angustie della quotidianità. Se poi il conto del ristorante lo pagano altri, il convivio è ancora più godibile e goduto.

In una bella intervista concessa ad Aldo Cazzullo del Corriere, Mogol ripercorre il clima culturale degli anni Settanta, quello degli opposti estremismi e conformismi, quello in cui bastava una semplice gestualità per essere etichettato di destra o di sinistra. L’avvilente riflesso pavloviano del muro contro muro, il nemico da abbattere (all’epoca anche e soprattutto in senso letterale, con spranghe e P38), le sedicenti avanguardie culturali di un paese provinciale, perbenista ed ipocrita. La rigorosa assenza di una borghesia “laicamente sana”. Tracce culturalmente irrilevanti di una moral majority bigottamente conservatrice, che all’epoca si autodefiniva “maggioranza silenziosa”. E già allora, la robusta egemonia culturale della sinistra, lo schieramento più attrezzato in questo senso, a confronto della muffita simbologia tardo-fascista della destra italiana dell’epoca. Mogol parla di individualismo, e della solitudine di chi rifiuta d’intrupparsi. A lui e a Battisti andò comunque bene, ma è triste constatare come quei tempi sembrino ancora così attuali, nell’Italia pietrificata e berciante degli slogan e delle ideologie malate che tutto corrompono:

La scorsa settimana la Cina ha ufficializzato il proprio ingresso nel mondo della simbologia capitalista, e lo ha fatto con un atto molto concreto: l’offerta da parte di China National Offshore Oil Corporation (controllata dallo stato cinese) di acquistare per contanti, al prezzo di 18.5 miliardi di dollari la società petrolifera statunitense Unocal. I dirigenti cinesi hanno sottolineato che la mossa non ha carattere ostile, anche se in effetti giunge circa due mesi dopo che il consiglio di amministrazione di Unocal ha accettato l’offerta di acquisizione proveniente da Chevron, pari a 16.4 miliardi di dollari. Parlare di Cina dalle parti di Capitol Hill, di questi tempi, equivale a mostrare un drappo rosso fuoco ad un toro sovreccitato, soprattutto alla luce del contenzioso sul tessile che gran parte della classe politica americana sta tentando di condurre all’esito di sanzioni contro l’import cinese. L’obiezione politica americana contro l’acquisizione di Unocal ha delle basi razionali: la Cina, con la propria smodata sete di petrolio, sta progressivamente incettando riserve petrolifere in giro per il mondo, mentre gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno visto crescere la propria dipendenza energetica dall’estero.

In attesa della definizione delle modalità con cui si svolgeranno le primarie per designare il candidato premier dell’Unione, osserviamo che l’entusiasmo unionista per questa forma di democrazia diretta è talmente travolgente da aver oscurato alcune elementari considerazioni di forma, oltre che di sostanza. Nei giorni scorsi abbiamo sentito Prodi declamare che non avrebbe mai accettato di “regnare senza governare”. Oltre che di un ego ipertrofico, che sta rapidamente surclassando quello di Berlusconi nel ruolo di Uomo della Provvidenza, Prodi soffre della sindrome del candidato dimezzato, destinato a guidare una coalizione ma privo di una leadership in un partito proprio. Memore dell’esito catastrofico della precedente esperienza governativa, quando fu defenestrato dall’impuntatura di Bertinotti sulle 35 ore, oggi Prodi sta tentando in tutti i modi di imporre la disciplina ad una coalizione-patchwork, sostenuto (almeno finora) dal grande sforzo dei Ds, che in queste primarie metteranno una robusta moral suasion verso i propri militanti e la loro poderosa macchina organizzativa, il tutto pur di non schierare un proprio candidato, per motivi talmente oscuri da risultare chiarissimi. E così, ecco l’ultima idea del Professore: un patto di legislatura con i partiti del centrosinistra.

La recente decisione della Corte Suprema statunitense di invalidare la legge californiana sull’utilizzo a fini terapeutici della marijuana è stato criticato da destra e da sinistra con l’accusa di attentare ai principi del federalismo. I due giudizi dissenzienti, Clarence Thomas e Sandra Day O’Connor, hanno spiegato il problema nella loro relazione di minoranza. Concedere al Congresso l’autorità di regolamentare la coltivazione di modiche quantità di marijuana nel giardino di casa (marijuana che non sarà mai commerciata né mai attraverserà i confini statali), rappresenterebbe un vulnus agli sforzi che i Costituenti americani posero in essere per limitare i poteri federali. Come ha scritto il giudice Thomas, che si rifà alla scuola di pensiero originalista e libertaria, “se il Congresso può regolamentare ciò, allora può regolamentare pressoché ogni cosa, ed il Governo federale cessa di essere una forma di governo di limitati ed enumerati poteri“.