di Mario Seminerio

I prezzi del petrolio sono cresciuti drammaticamente negli ultimi sei anni. Il West Texas Intermediate (WTI), benchmark del mercato, ha superato i 126 dollari, a fronte di soli 19,9 dollari alla fine del 2001. Un aumento di oltre il 500 per cento. Il motivo fondamentale alla base del rally dei prezzi è dato dalla crescita della domanda, a cui l’offerta non è riuscita a stare al passo. Nel quinquennio 2003-2007 la domanda globale di petrolio è aumentata di 8,1 milioni di barili al giorno, mentre nel quinquennio 1998-2002 l’incremento è stato di soli 4,1 milioni di barili al giorno. La Cina è stata la principale fonte di tale domanda aggiuntiva: i consumi cinesi sono cresciuti di 2,5 milioni di barili al giorno (più 50 per cento) tra il 2002 ed il 2007, quando l’industrializzazione del paese è entrata in una fase di accresciuta dipendenza energetica (per lo sviluppo di industrie energivore quali costruzioni ed acciaio) ed il numero di veicoli per le strade è fortemente aumentato.

Da dove iniziare a recensire l’ultima fatica letteraria del nostro ministro dell’Economia? Difficile immaginarlo, tali a tanti sono i piani di analisi e diagnosi in essa confusamente affastellati. Ricorriamo allora ad un miserrimo espediente, che la dice lunga sulla nostra inadeguatezza a comprendere i paradigmi del libro: seguiamo la numerazione delle pagine, il nesso verrà.

Su noiseFromAmerika Alberto Lusiani spiega efficacemente i rischi insiti nel provvedimento di detassazione degli straordinari che il governo si accinge ad approvare. La motivazione del provvedimento (che appare ispirarsi all’analoga iniziativa di Sarkozy) risiede nella condivisibile esigenza di contrastare l’elevata pressione fiscale e contributiva che grava al margine sul lavoro, cioè su ogni ora aggiuntiva lavorata. Il rischio, soprattutto in un paese “creativo” come l’Italia, è quello di abusi potenzialmente catastrofici, per fisco e Inps, provocati dallo spostamento di ore lavorate dall’ambito ordinario (tassato) a quello straordinario (detassato).

L’ultima fatica di Robert Kagan, The Return of History and the End of Dreams, è valso al suo autore l’aggettivo/epiteto di realista. Il Ventunesimo secolo, per Kagan, sarà molto simile al Diciannovesimo, con il ritorno del confronto tra Grandi Potenze, che Kagan suddivide in Democrazie (liberali ed Occidentali) ed Autocrazie (asiatiche). Per questo motivo l’analista neoconservatore, che oggi si compiace per l’ascesa al potere dei “filoamericani” europei Merkel e Sarkozy, ritiene ormai dissolto quel clima da “fine della storia” che tanto aveva illuso gli idealisti negli anni Novanta. Clima che non è mai esistito, se non come wishful thinking di alcuni neocon, sempre desiderosi di mostrare i muscoli a stelle e strisce al pianeta, anche a costo di segare il ramo d’albero su cui gli Stati Uniti sono seduti.

Le liberalizzazioni sono ”fondamentali” purché siano “sane” e non portino “solo tensioni senza risolvere i problemi”. Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola a margine del passaggio di consegne con Emma Bonino, ex titolare del ministero del Commercio internazionale ora passato sotto il ministero di Via Veneto.
“Le liberalizzazioni sono fondamentali se raggiungono l’obiettivo di dare un servizio migliore a costo inferiore ai cittadini. – Ha sottolineato Scajola – E’ necessario un approfondimento e i tempi giusti, altrimenti si finisce col fare lenzuolate che portano solo tensioni senza risolvere i problemi”.