Le conclusioni del rapporto Onu sull’assassinio dell’ex premier libanese Hariri, avvenuto lo scorso 14 febbraio, appaiono indicare un’elevata probabilità di coinvolgimento dei servizi segreti siriani e libanesi, pur suggerendo la prosecuzione delle indagini, che dovrebbero essere auspicabilmente affidate alle autorità libanesi. Quest’ultime, secondo la relazione del tedesco Detlev Mehlis, sembrano in grado di condurre l’inchiesta in modo “efficace e professionale”, anche se il rapporto caldeggia l’istituzione di una piattaforma di assistenza e collaborazione tra comunità internazionale ed autorità di Beirut, per rafforzare la self-confidence del popolo libanese nei confronti della costruzione del proprio sistema di sicurezza. Abbiamo volutamente utilizzato una terminologia asettica e non ultimativa proprio per rispetto del processo di accertamento della verità. Si tratti o meno di garantismo, riteniamo che il modo migliore per giungere a conclusioni realmente probanti consista nel procedere con grande cautela e rigore.

Quale è il legame tra fascismo e socialismo? Secondo Ludwig Von Mises, essi rappresentano stadi di un continuum di controllo economico, che inizia con l’intervento sul libero mercato, si muove verso irregimentazione e rigidità crescenti, marcia verso il socialismo al crescere dei fallimenti dell’intervento pubblico, e termina in dittatura. Ciò che ha caratterizzato la variante fascista dell’interventismo è stato l’affidamento sull’idea di stabilità per giustificare l’estensione del potere dello stato. Le grandi imprese ed il sindacato si allearono con lo stato per ottenere stabilità contro quelle che Murray Rothbard chiamava fluttuazioni del ciclo economico, gli alti e bassi di particolari mercati, frutto di cambiamenti nelle preferenze dei consumatori. Imprese e sindacato ritenevano, ingenuamente, che il potere dello stato potesse sostituire la sovranità del consumatore con la sovranità dei produttori sulle proprie industrie, mantenendo al contempo l’elevata produttività creata dalla divisione del lavoro.

Dopo aver visto le immagini degli scontri tra polizia e contestatori no-global a Bologna, innescati dal tentativo del sindaco Cofferati di ripristinare condizioni minimali di legalità in città, riteniamo utile compiere alcune riflessioni. In primo luogo, ci chiediamo sino a che punto sia possibile ricondurre episodi come quello di ieri alla logica del confronto dialettico e democratico tra posizioni divergenti. E fino a quando quella parte dell’elettorato centrista che ritiene di dover votare per una coalizione dove le posizioni oltranziste ed estremiste hanno potere di ricatto ed interdizione continuerà a fingere di non vedere la realtà?

Un recente sondaggio inglese ha incoronato Noam Chomsky come il più importante intellettuale vivente al mondo. Per fornire il proprio contributo alla designazione, Tech Central Station pubblica un estratto del libro di Peter Schweizer Do As I Say (Not As I Do): Profiles in Liberal Hypocrisy. Uno dei temi più ricorrenti nell’opera di Chomsky è la lotta di classe. In più occasioni egli si è scagliato contro l’uso massiccio di forme di elusione fiscale, viste come strumento per spostare l’onere del fisco dai ricchi alla massa della popolazione, che Chomsky quantifica nell’ottanta per cento dei cittadini statunitensi. In particolare, Chomsky sente una forte puzza di zolfo nei trust, ove a suo giudizio verrebbe accatastata la ricchezza del perfido 1 per cento di contribuenti più ricchi. Tra le forme di tax loopholes il trust è certamente tra i più diffusi e Chomsky, il cui patrimonio è stimato in oltre 2 milioni di dollari, ha deciso di assumere uno studio legale specializzato in “income-tax planning” (ogni socialista radicale che si rispetti ne ha uno…) per istituire un irrevocable trust e proteggere i propri averi dalle grinfie dello Zio Sam.

E’ sempre molto godibile leggere le dotte analisi politologiche degli esponenti della sinistra. Oggi, il menù prevede il gruppo di autocoscienza sull’evoluzione unitaria del cartello di coalizione. Premesso che il Grande Statista Sannita ha già annunciato il proprio “appoggio esterno” (?) all’Unione, in attesa di correre in soccorso di altri vincitori, e che il Parolaio Rosso (o Giallo, secondo l’ultima definizione di Giampaolo Pansa) ha già proclamato che in nessun caso rinuncerà a schierare il brand di Rifondazione, in queste ore assistiamo alla rimasticatura di vecchi polpettoni irranciditi.

Gli Stati Uniti hanno offerto di ridurre del 60 per cento la “misura aggregata di supporto” ai propri agricoltori, purché Unione Europea e Giappone taglino i propri sussidi dell’83 per cento: l’offerta dell’Unione Europea è per un taglio del 70 per cento. Le apparentemente generose offerte hanno suscitato aspettative di un esito positivo dei negoziati in corso a Ginevra questa settimana. Tuttavia, grattando sotto la superficie, si scopre che miliardi di dollari in sussidi verranno rimossi dalla cosiddetta amber box, che è l’etichetta con cui la WTO classifica i sussidi pesantemente distorsivi della concorrenza, ma solo per rientrare dalla finestra della blue box, la specie di sussidi meno dannosi. In cambio di queste “generose” offerte, che non riusciranno ad incidere significativamente sulle condizioni di accesso ai mercati internazionali da parte dei coltivatori dei paesi asiatici (Cina, India e Vietnam) viene richiesta la possibilità, per le istituzioni finanziarie globali, di poter accedere alle classi medie di quei paesi ed al loro vastissimo potenziale di domanda.