I più masochisti tra i nostri lettori potranno gustare l’abituale pastone filosofico domenicale di Eugenio Scalfari. Vi troveranno scritto il manifesto del perfetto realista. Occorre fare attenzione a non aprire il vaso di Pandora della storia, i popoli sono affamati di libertà, e la libertà acquisita in modo eccessivamente rapido e caotico porta spesso allo sviluppo di perniciose forme di nazionalismo. Come diceva Michail Gorbaciov (sic), “la storia del mondo sarebbe stata molto diversa se l’America di Reagan lo avesse aiutato a riformare anzi a rifondare il comunismo anziché puntare su Eltsin e sul suo liberismo fasullo e mafioso”. Ottimo, Metternich sarebbe orgoglioso di Scalfari, campione del realismo westfaliano. Ecco allora la ricetta scalfariana: un’America naif e ottusamente imperiale, che diffonde nel pianeta “per etrogenesi dei fini” (perché gli yankees sono così stupidi da diventare rapidamente degli apprendisti stregoni) il culto pagano della democrazia della quale, come direbbe Putin, “non esiste una sola versione”.

Il professor Prodi sta progressivamente avvicinandosi a quella cultura dell’immagine che tanto ama esecrare nello schieramento avversario. Prima lo abbiamo visto all’opera nella cerimonia di disvelamento del simbolo dell’Unione, ieri lo abbiamo ammirato mentre, dopo aver intonato a squarciagola l’Inno di Mameli e ascoltato compunto e vagamente commosso l’Inno alla Gioia di Beethoven, si è esibito nella cerimonia della firma dell’atto costitutivo della Federazione dell’Ulivo.

Non potendo anch’egli firmare “contratti con gli italiani”, per evidente mancanza di notai mediatici in circolazione, si è però esibito in alcuni solenni e vagamente comici enunciati, del tipo “l’Italia ha bisogno di una nuova classe politica”, che evidentemente lui ritiene di incarnare, soprattutto riguardo l’aggettivo ad essa riferito. In attesa della promessa rinascita, notiamo che Prodi continua ossessivamente a ripetere che l’elaborazione del programma procede, e che questa volta non è come nel passato, enunciato esorcizzante a vagamente iettatorio.

E adesso chi glielo dice, a quel vecchio compagno che è intervenuto nel dibattito, in una sala di provincia, per dire che appare sospetto tutto questo sequestrare giornaliste di sinistra e pacifiste, chiediamoci a chi giova, non è che dietro c’è la Cia? Chi glielo dice che Raida al Wazan, 36 anni, non è di sinistra e pacifista, e si limita a condurre l’edizione regionale di Mosul del telegiornale Al Irakiya? Chi glielo dice, alle donne in nero, che il fatto che sia stata sequestrata mentre guidava l’auto con a bordo la figlioletta di dieci anni, dovrebbe farci sentire tutti a lutto? E chi dice a Bifo di immaginare quale disperazione possa aver armato la forza dei decapitatori, e chi avverte Giorgio Bocca che l’incompresa resistenza irachena ha aggiunto un nuovo fiore all’occhiello delle sue imprese? Chi fa notare ai commentatori delle elezioni truffaldine del 30 gennaio che il coraggioso Zapatero ha raccolto alle urne, nel referendum europeo, meno concorso del disincantato e pauroso elettorato iracheno? E chi chiosa i titoli – l’avevamo detto noi… – sulla sharia destinata a diventare unica fonte di un governo oscurantista, adesso che c’è un dibattito, uno scontro politico che non pretendiamo appassionante, ma che è autentico, nella candidatura alla premiership tra Ibrahim Al Jaafari a Yiad Allawi? Giorni fa, dopo il video che ritraeva Giuliana Sgrena, si è innescato un profetico dibattito sulle pagine internet di un sito-bandiera del giornalismo politicamente corretto, il Barbiere della Sera. Uno dei frequentatori si è chiesto se non fosse il caso, in risposta a quel passaggio in cui Giuliana invitava i giornalisti italiani a non venire in Iraq, di ritirare i reporter, se non era possibile ritirare le truppe, in un gran gesto da refusnik, da dissidenti, da coraggio civile. I fatti hanno preso alla lettera l’auspicio, e il Palestine è deserto. A chi giova? Alla Cia, che così eviterà fastidiose ricostruzioni della battaglia di Fallujah o analisi attente alla minaccia sciita, o interviste anticonformiste ai leader degli ulema? O giova a una resistenza, chiamiamola pure così, se l’Anpi non ha niente da ridire – che non ha mai invitato un giornalista a raccontare un solo straccio di programma, a mostrare un solo asilo o una sola scuola in un villaggio liberato, che non ha mai dimostrato di voler prefigurare nella lotta, e nei metodi di lotta, un solo assaggio del mondo nuovo, non fosse per quei tre incauti rivenditori di alcol messi alla gogna nella Fallujah libera dove si organizzavano i sequestri, dove le vittime venivano appese ai ponti, dove l’unica bandiera era quella del terrore per il terrore, condito da un po’ di nostalgia per i fasti di Saddam, e da un po’ di versetti del Corano recitati prima della decapitazione di turno? Ora e sempre, questa resistenza che non vuole giornalisti tra i piedi, scomodi o pronti a raccogliere le loro testimonianze, che vogliono bene al popolo iracheno aggredito da Bush, o che vogliono bene al popolo iracheno, e alle donne e ai bambini, anche quando vengono straziati dalle autobomba del terrore.

L’articolo 105 della Costituzione recita:

“Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.”

Come definire, allora, la deliberazione del plenum del Csm del 23 febbraio, che ha espresso una posizione di forte contrasto nei confronti di un progetto di legge ancora in discussione da parte del parlamento, la cosiddetta legge Cirielli sulla riforma degli istituti di prescrizione e recidiva?

Non sarà (domanda retorica) che il Csm agisce ed opera come un organo di rappresentanza politica, al di fuori delle proprie attribuzioni costituzionali?

“Brillante” esempio di giornalismo investigativo, Punto e a capo, il programma di Raidue dei “separati in casa” Giovanni Masotti (sempre più phonato) e Daniela Vergara, ora addirittura ridotti a condurre due distinte trasmissioni con lo stesso titolo e logo pur di non interagire, fa saltare i nervi all’Unità e a larga parte della sinistra, quella che ha sempre visto in Michele Santoro il campione del giornalismo investigativo e dell’impegno civile. A noi Masotti, in tutta franchezza, non è mai piaciuto, troppo inamidato e vagamente illividito nella conduzione, tenderemmo ad equipararlo ad un esponente della “maggioranza silenziosa” di reazionaria memoria. Ma quello che ci ha colpito, nell’aggettivazione utilizzata dall’Unità, è l’impressionante somiglianza con le tecniche di conduzione televisiva di Santoro.

Visto il clima piuttosto idilliaco scaturito dalla trasferta europea di Bush, in occasione della quale pare che la sinistra italiana abbia perduto i propri idoli degli ultimi due anni, Chirac e Schroeder, che hanno entrambi deciso di prendere atto che George W. sarà, volenti o nolenti, interlocutore dell’Europa per i prossimi quattro anni, ecco che la vulcanica mente del professor Prodi ha partorito un nuovo evento di drammatizzazione mediatica, una nuova “emergenza democratica”: l’informazione Rai. “C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico”…Prodi chiama a raccolta (o a conclave, secondo i suoi abituali metodi curiali di elaborazione propagandistica) tutti gli esponenti del centrosinistra nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Ascolta pensoso, scuote la testa, e alfin sentenzia: “La parzialità, e talvolta persino la faziosità, della nostra informazione televisiva, e purtroppo anche di quella affidata al servizio pubblico, sono sotto gli occhi di tutto il Paese. È un problema per l’Italia, è un problema per la nostra democrazia, è un problema per l’effettività stessa dei diritti fondamentali garantiti dalla nostra Costituzione”.

Ieri si sono svolte in Toscana le prime elezioni primarie ufficialmente organizzate da una regione. Risultato non particolarmente brillante, se è vero che, di fatto, vi hanno partecipato solo gli elettori dei democratici di sinistra. Ma questa notizia offre alcuni spunti di riflessione. In primo luogo, le consultazioni sarebbero costate la modica cifra di 400.000 euro, a carico del bilancio regionale. Sfortunatamente, e malgrado la stessa regione Toscana lo abbia, (come dire?) intuito, i partiti sono solo delle associazioni di privati cittadini, e davvero non si comprende il motivo di utilizzare fondi pubblici (nella deprecata America direbbero “soldi dei contribuenti”) per quello che resta di fatto un passaggio organizzativo eminentemente pre-elettorale, e quindi estraneo alla sfera della tutela pubblica dei diritti politici. Poi, colpisce che alle consultazioni abbiano partecipato solo i Ds, e che nessuna altra lista, non solo del centro-destra, ma anche del centro-sinistra, abbia ritenuto di dover mettere a rischio la privacy degli elettori e le strategie interne ai singoli partiti, forse perché le misure precauzionali a tutela della riservatezza (quali la distruzione delle schede dopo lo spoglio), risultavano del tutto insufficienti.