Ogni anno, nel breve spazio di poco meno di una settimana, in Italia si celebra la Liturgia della Divisione. Il 25 aprile ed il Primo Maggio ci regalano una formidabile colata di luoghi comuni (e comunisti) su un paese distratto e indifferente, malgrado i quotidiani tentativi di elettroshock mediatico che cercano con ogni mezzo di accreditare l’idea di un’Italia ormai trasformatasi in una dittatura, priva peraltro del caratteristico benefit dei treni in orario. Del 25 aprile abbiamo già letto e sentito di tutto. Quest’anno il tema è stato la difesa dell’attuale Costituzione, per promuovere il quale si sono scomodati in tanti, non ultimo il neo-girotondino, e presidente “emerito” della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. E proprio questa simbolizzazione strumentale, ossessiva, moralistica e bigotta rappresenta il vero surrrogato della persistente assenza di un programma della coalizione di Progresso.

Leggiamo dal sito di Rainews24, organo di disinformazione digitale del servizio pubblico e, per l’ennesimo accidente della storia, di rigorosa osservanza marxista:

Sotto gli occhi dei dirigenti del Paese e degli “eroi” della guerra del Vietnam, come il leggendario generale Vo Nguyen Giap, militari, lavoratori e studenti hanno marciato agitando bandiere rosse. Lungo la strada giganteggiavano ritratti dell’allora leader nordvietnamita Ho Chi Minh.

La vittoria del 30 aprile 1975 è “scritta per sempre nella storia del nostro paese come una delle pagine più gloriose”, ha dichiarato nella capitale vietnamita, Hanoi, il primo ministro, Phan Van Khai, durante la cerimonia per il Giorno della Liberazione.

Il governo spera che le commemorazioni aiuteranno a far risorgere il patriottismo e l’orgoglio nazionale tra i giovani. Il premier ha aggiunto, infatti, che il Vietnam ha ancora molte sfide da affrontare e dovrebbe lasciarsi il passato alle spalle per guardare al futuro. Senza dimenticare di “rinforzare le relazioni con i Paesi che presero parte alla guerra in Vietnam”.

L’unica personalità straniera partecipante alle celebrazioni è il ministro della Difesa cubano, Raul Castro, il fratello più giovane di Fidel Castro, nonché suo probabile erede. Cuba, Unione Sovietica e Cina furono gli alleati chiave del Vietnam del Nord durante il conflitto.

Più di 7.500 prigionieri, compresi i detenuti politici, sono stati rilasciati quest’anno per l’amnistia decisa in onore dell’anniversario.

Quindi, business as usual. L’iconografia classica del comunismo è salva:

Con l’iniziativa di costituire un soggetto unico del centrodestra (non chiamiamolo partito unico, il professor Sartori e la memoria storica ne sarebbero urtati…), Silvio Berlusconi sta tentando di aggirare le disfunzioni del sistema elettorale italiano e, al contempo, di impedire che l’apparente frana di consensi per Forza Italia provochi la liquefazione di un partito che non è mai riuscito a mettere radici sul territorio e ad emanciparsi dalla figura del proprio creatore. Andiamo con ordine. L’attuale legge elettorale italiana, che il professor Sartori definì mattarellum, dal nome del suo primo firmatario, l’esponente dei Popolari Sergio Mattarella, vide la luce dopo una tormentata gestazione nell’agosto 1993, sulle macerie del sistema partitico distrutto da Tangentopoli. Un sistema imperniato su due pilastri: il parlamentarismo e la legge elettorale proporzionale. Come noto, uno dei principali trade-off dei sistemi politici è quello tra governabilità e rappresentatività.

Il neo-ministro della Salute, Francesco Storace, fedele alla propria storia e cultura, ha una concezione “virile” anche della salute e della prevenzione:

«Preferisco impegnarmi più sulla malattia che sugli stili di vita. Viceversa c’è il rischio reale che si arrivi a quella società terapeutica che Barbara Spinelli ha ben descritto su La Stampa, parlando di tirannide sanitaria e di medici e ministro come gli unici abilitati a dire in cosa consistano il viver-bene, la convivenza sociale, e perfino l’ultima roccaforte dell’individuo: l’intimità».

Anche quest’anno si compie la liturgia dell’anniversario della Liberazione del paese dal nazifascismo. Parliamo di liturgia perché, da sempre, questo giorno è stato sequestrato dall’egemonia culturale della sinistra, e scagliato contro il “nemico” di turno. Nemico che anni addietro era rappresentato dalla Dc e dal suo sistema di potere, oggi è incarnato da Berlusconi e dalla sua coalizione. Né mancano temi “evergreen” come l’odio antiamericano ed antisionista, e la difesa intransigente degli abituali temi del terzomondismo autoritario, siano essi Cuba, Chavez, i palestinesi o le tematiche no-global.
Non stupisce, quindi, che anche oggi la sinistra abbia colto l’occasione per celebrare il proprio 25 aprile di divisione e di guerra civile dialettica. Quest’anno il tema dominante è rappresentato dalla difesa della Costituzione del 1948, contro il progetto di riforma federalista approvato in prima lettura dal precedente governo Berlusconi. Romano Prodi, da navigato arruffapopolo, ha subito colto l’occasione per galvanizzare le proprie truppe, acquisendo l’aria grave e pensosa dei tempi migliori, quella della superiorità morale ed antropologica che rappresenta il migliore collante per una coalizione tuttora priva di un programma e di temi condivisi che non siano l’ossessione antiberlusconiana.
Sulla premessa che noi consideriamo atto moralmente dovuto la pietà per i morti, di qualsiasi ideologia, ma consideriamo parimenti inaccettabile la parificazione, morale e anche materiale, tra i due schieramenti, vorremmo ricordare questo 25 aprile parlando del contributo fornito dalla Brigata Ebraica alla liberazione del nostro paese, e lo facciamo al contempo per denunciare l’intolleranza e l’uso strumentale che una parte non minoritaria della sinistra fa del 25 aprile, divenuto ormai il contenitore universale della mistificazione ideologica, ma anche per tenere viva una pagina di storia che troppo spesso viene sepolta da quella furia revisionista che la sinistra tende abitualmente ad attribuire ai propri avversari.

E così, nasce il governo Berlusconi bis. Quello che dovrebbe affrontare, in meno di un anno, il problema del “recupero del potere d’acquisto delle famiglie”, dopo aver sostenuto che non vi è stato nessun depauperamento del medesimo; quello che dovrebbe puntare allo “sviluppo del Mezzogiorno”, dopo aver affermato che il Mezzogiorno ha conosciuto, negli ultimi quattro anni, uno sviluppo senza precedenti; quello che in definitiva dovrebbe restaurare l’approccio social-corporativo alla gestione della cosa pubblica, come ben illustrato da JimMomo. Quello che tenterà di ripartire “con rinnovato slancio”, per confutare dalle fondamenta il programma approssimativamente liberale con il quale questa stessa maggioranza aveva vinto le elezioni del maggio 2001. Siamo quindi di fronte ad una maggioranza schizofrenica, con un premier che è costretto (?) a cedere alle pressioni degli alleati più statalisti per tentare di sopravvivere fino alla scadenza naturale della legislatura, ma al contempo cerca di resistere con ogni mezzo e preservare i contenuti politici di quattro anni fa, reintroducendo nel governo, pressoché nottetempo, quel Tremonti che era stato all’origine della “verifica” interna alla coalizione, durata oltre un anno e terminata con la sua defenestrazione, la scorsa estate. Un esercizio di strabismo, o forse uno sberleffo agli “strateghi” Fini e Follini, che finirà con l’accentuare il bipolarismo tutto interno a quello che ormai è solo l’ologramma di una maggioranza.

La Banca Popolare di Lodi è stata nei giorni scorsi autorizzata dalla Banca d’Italia a salire fino al 33 per cento del capitale azionario di Banca Antonveneta, di cui attualmente possiede il 27 per cento, dopo un rastrellamento estremamemente oneroso. La Popolare di Lodi punta al 29,9% e probabilmente potrà contare sul supporto di Unipol (2%), del finanziere Emilio Gnutti (2%) e dell’immobiliarista Stefano Ricucci (4,9%), che però ha presentato una lista di consiglieri autonoma. Abn ha presentato la scorsa settimana un esposto alla Consob per denunciare un’azione di concerto tra la Lodi e i suoi alleati.

Nel frattempo, la Banca d’Italia non ha ancora autorizzato gli olandesi di Abn Amro a salire al 33 per cento, né ha comunicato ai medesimi la propria posizione relativa all’Opa sul 100 per cento di Antonveneta, al prezzo cash di 25 euro per azione.

Ieri, l’agenzia internazionale Moody’s, che valuta il merito di credito, ha confermato il rating per la Popolare di Lodi, sottolineando tuttavia che l’aumento della quota in Antonveneta espone Bpl a «rilevanti rischi di mercato potenziali» nonchè a un indebolimento del «capitale economico e di vigilanza».
Certo è, conclude Moody’s, che l’aumento della partecipazione in Antonveneta ha portato a un «deterioramento del profilo di rischio di Banca Popolare di Lodi». Questo deterioramento, comunque, non comporta almeno per il momento una revisione del rating.

Da l’Unità online:

L’Unione si è presentata a Carlo Azeglio Ciampi con un documento molto duro contro la maggioranza e la richiesta di elezioni anticipate: «È impensabile che i problemi del paese vengano risolti da un governo uguale o simile a quello precedente o da un qualsiasi governo non fondato sulla volontà popolare». Queste le parole scandite dal leader dell’Unione Romano Prodi al termine del colloquio con il Capo dello Stato. Prodi, che ha guidato la delegazione della Federazione dell’Ulivo di cui facevano parte tra gli altri tutti i segretari dei quattro partiti ulivisti ed alcuni dei capigruppo parlamentari, ha sottolineato che «se il centrodestra non è in grado di dare vita ad un esecutivo capace di superare la crisi del paese, tutta l’Unione chiede, per il bene dell’Italia, che subito la parola torni agli elettori». L’ex Commissario europeo ha anche aggiunto che è «impossibile che i problemi del paese siano risolti da un governo uguale o simile al precedente o comunque non fondato sulla volontà popolare». Per quello che riguarda l’ipotetico programma del nuovo governo l’Unione ha chiesto che non continui «lo stravolgimento della Costituzione e dell’ordinamento giudiziario»; non introduca modifiche della legge elettorale e cambi radicalmente il contenuto della politica economica.