Per chi, come noi, si dichiara laico ma non laicista, l’elezione a papa di Joseph Ratzinger suscita interesse soprattutto per un motivo: l’orgogliosa rivendicazione della cristianità ed il tentativo di porre un punto fermo nei confronti del relativismo morale che, per l’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rischia di minare dalle fondamenta l’edificio del cattolicesimo. Abbiamo già evidenziato la critica molto aspra nei confronti di un’Europa che alcuni definirebbero scristianizzata, altri secolarizzata, altri ancora laica e liberale e che noi tenderemmo a definire affetta da anti-spiritualità. Non abbiamo certo l’arroganza intellettuale di voler cogliere fior da fiore e utilizzare “a’ la carte” frammenti del pensiero di Ratzinger, piegandoli a nostri utilitarismi: ci sarà tempo e modo di criticare, anche aspramente, da posizioni laiche e liberali, l’intero corpus dottrinario di Benedetto XVI. Ciò con cui ci sentiamo in sintonia è proprio la critica ad un’idea di Europa che promuove, quasi compulsivamente, il dialogo interreligioso con fedi che non siano il cattolicesimo e più in generale il cristianesimo, mentre a quest’ultimo riserva solo disprezzo intellettuale ed aggressività nichilista.

“Vorrei mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere a Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà d’opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani. C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.

Dopo anni di paziente ed infruttuosa attesa, il G7 rompe gli indugi e manda un duro avvertimento alla Cina: rivalutare lo yuan o subire le conseguenze dell’inazione, che saranno inevitabilmente rappresentate da misure protezionistiche come quelle che il Senato americano sta studiando: una tariffa del 28 per cento sull’import cinese. Il cambio dello yuan, da anni fisso a 8.3 contro dollaro, appare ormai insostenibile alla luce dei fondamentali macroeconomici dell’economia cinese, che cresce del 9.5 per cento reale annuo, e gestisce enormi surplus commerciali causati anche dal peg sul dollaro. Il ministro delle finanze canadese ha affermato che i cinesi dovrebbero rendersi conto che “sta arrivando un treno merci”, riferendosi alle crescenti pressioni per reintrodurre dazi e quote all’import cinese. Il governo di Pechino prosegue tetragono nella difesa dello status quo, non ritenendo maturi i tempi per una rivalutazione. Resta il problema, molto grave, della possibile messa in discussione degli accordi che hanno portato la Cina nella WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ingresso che all’epoca venne visto come un tentativo d’imbrigliare la potenza economica cinese e di ridurre i danni causati, tra l’altro, dalla diffusa contraffazione dei marchi attuata dai cinesi, una piaga troppo spesso sottovalutata dagli analisti dell’economia internazionale e dalle sacerdotesse no-global alla Naomi Klein, per le quali esistono solo multinazionali statunitensi che forniscono la prova dell’operare del Maligno nelle terrene vicende. Per molti aspetti, il tentativo di addomesticare il dragone cinese attraverso l’ingresso nella WTO sarebbe riuscito se il cambio dello yuan fosse stato lasciato libero di riflettere, anche solo in parte, i fondamentali macroeconomici.

Il paese, che già oggi si dibatte in una crisi strutturale che rischia di avvitarsi su sé stessa, non potrebbe tollerare un altro anno di estenuanti verifiche che non verificano, di vertici di maggioranza, di dichiarazioni entusiastiche sulla “ripresa di slancio” del programma di governo e di ottimismo da televendite, di pensose e solenni dichiarazioni sull’”interesse del paese”. Immaginate cosa succederebbe alla prossima legge Finanziaria, con un maggioranza in queste condizioni.
Inoltre, mai come in questo momento i conti pubblici appaiono incapaci a sopravvivere ad un classico ciclo di spesa elettorale, come quello che si può facilmente prefigurare oggi, leggendo dichiarazioni programmatiche che straparlano di “rilancio del Mezzogiorno”. E come dovrebbe avvenire, questo rilancio? Ci sono, in sostanza, due modi per ottenerlo. Il primo consiste nell’affiancare, ad un ferreo controllo del territorio da parte dello Stato (fino al limite della militarizzazione), la progressiva “decostruzione” e ricostruzione dell’economia meridionale, attraverso robuste dosi di liberismo. Per dare contenuto alle parole, più liberismo significa accettare l’esistenza di un gap di produttività al Sud rispetto alle aree più sviluppate del paese. Parafrasando Bertinotti, se non vogliamo chiamarle gabbie salariali, troveremo un altro nome.

Con cosa intendeva finanziare le grandi opere, risanare la finanza pubblica, presentarsi all’Europa con i conti in ordine, aumentare le pensioni, fermare il carovita, rilanciare la ricerca, sanare le industrie in crisi, fermare lo sfacelo del Mezzogiorno, fermare la fuga dei cervelli, la delocazione delle industrie, il moltiplicarsi dei crack finanziari?

L’Espresso, 22 aprile 2005

Ottima domanda. La giriamo all’Unione, che avrà gli stessi problemi se e quando giungerà al governo del paese, e che non ha ancora presentato un programma. Finalmente un tema bipartisan…

Dapprima, i fatti:

MILANO (Reuters) – A stretto giro di posta dalla sconfitta nelle elezioni regionali, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ceduto il 17% di Mediaset.

La finanziaria di famiglia Fininvest resta comunque saldamente al controllo con il 34,3% del capitale.

Fininvest ha infatti annunciato questa mattina in una nota di aver avviato, con una procedura di accelerated book-building, il collocamento sul mercato azionario presso investitori istituzionali italiani ed esteri di 197 milioni di titoli ordinari Mediaset, pari al 16,68% del capitale sociale.

Fininvest ha concordato un lock-up di 180 giorni.

Secondo quanto riferiscono alcuni dealer, il prezzo del collocamento è tra 10,7 e 10,9 euro per azione, poco oltre i 2 miliardi di euro.

Il legame dell’operazione con il clima politico italiano è stato esplicitato dalla stessa Jp Morgan, che ha curato il placement, confermando almeno in parte l’immediata lettura degli operatori di borsa.

“La scelta della tempistica del collocamente segue fondamentalmente anche il contesto politico con l’esito delle recenti elezioni regionali” ha detto Francesco Cardinali di JP Morgan durante una conference call organizzata dalla banca d’affari cui erano presenti anche alcuni manager di Mediaset.

Alle regionali di inizio aprile la coalizione di centro destra ha subito una pesante sconfitta, vincendo solo in due regioni su 13. Il risultato ha portato a una discussione all’interno del governo in vista delle prossime politiche.

Sempre riguardo il tema della violenza negli stadi, e quello dei frusti luoghi comuni di quella parte della stampa italiana (casualmente, sempre quella moralmente ed antropologicamente superiore), che non riesce più a sdegnarsi di fronte alle manifestazioni di antisemitismo negli stadi, ma è sempre pronta con l’immancabile ditino ammonitore a “suggerire” la vecchia tesi no-global (visceralmente razzista) degli israeliani fautori di un regime di apartheid, ripubblichiamo un articolo di Deborah Fait, apparso su Informazionecorretta:

Perché un ministro dell’interno intelligente ed intellettualmente onesto, quale è Giuseppe Pisanu, arriva e minacciare le classiche ed un po’ fruste “misure esemplari” per contrastare l’abituale beceraggine che avvolge gli stadi italiani ogni domenica? Forse perché siamo sempre alle solite politiche declamatorie che riaffermano la propria impotenza, nella abituale latitanza del legislatore e nell’incultura nazional-popolare di quanti ruotano intorno al mondo del calcio. Andiamo con ordine. Nel 2003 il governo (questo governo) approvò un disegno di legge per contrastare la violenza negli stadi. Un disegno di legge molto (e giustamente) repressivo, perché crediamo che vi sono circostanze in cui occorre dapprima attuare la politica di riduzione del danno, e poi lavorare sugli aspetti “culturali”, anche perché abbiamo superato da tempo l’età felice in cui si crede che tutte le colpe siano del sistema.

Uno degli inequivocabili presagi dell’imminente dissoluzione di una coalizione di governo (a livello nazionale o locale) è la “migrazione” di personale politico (parlamentari, consiglieri di enti locali) verso lo schieramento che si ritiene abbia le maggiori possibilità di vincere le successive consultazioni elettorali. Nelle scorse settimane abbiamo assistito, in giro per l’Italia, ad un fenomeno del genere, soprattutto con trasmigrazione da Udc e Forza Italia verso Udeur e Margherita.
Oggi, Francesco Rutelli tenta di incoraggiare gli aspiranti transfughi con un’interessante intervista al Corriere. L’intendimento di Rutelli, che si rivolge soprattutto ai centristi della Casa delle Libertà, è soprattutto quello di irrobustire la gracile componente moderata dell’Unione, che rischia di essere travolta dall’ordalia estremista di quello schieramento. Rutelli è notoriamente allergico al concetto di lista unitaria, nominargliela equivale ogni volta a causargli diffuse orticarie, e possiamo ben capirlo. Spingendo lo sguardo un po’ più in là degli eventi contingenti, potremmo addirittura ipotizzare, per il dopo-Berlusconi, uno schieramento moderato-centrista, con Rutelli e Follini (o chi per loro), che si contrapporrebbe ad una sinistra egemonizzata dal massimalismo. Lo schieramento neo-centrista potrebbe agevolmente prevalere, in tale scenario, perché verrebbero meno (forse…) tutti i dossier giudiziari e giornalistici con i quali la sinistra da oltre dieci anni a questa parte sta cercando di avvelenare i pozzi del principio dell’alternanza. Ma questi sono scenari futuribili, e ad essere sinceri non riusciremmo a trovare dell’autentico liberalismo neppure in essi, così come al presente ne rinveniamo tracce residuali.