Ben consapevoli che i programmi sono fatti per essere disattesi, tentiamo di analizzare il manifesto economico dei due maggiori partiti, iniziando da quello del Partito democratico. Dal versante della spesa, rileviamo l’abituale mantra a “riduzione e riqualificazione”, senza intaccare, ma anzi facendo crescere nel tempo la quota di spesa sociale sul Pil (ça va sans dire). Negli intendimenti del Pd la riduzione della spesa (assieme all’aumento di entrate derivante dalla chimerica lotta all’evasione) sarà strumentale alla riduzione della pressione fiscale su imprese e famiglie. Le indicazioni su come conseguire questa riduzione (mezzo punto nel primo anno, un punto nel secondo e nel terzo) restano largamente indeterminate o al più si richiamano a generiche attività di “alta amministrazione”, come l’introduzione di benchmark contro i quali confrontare le performances dei singoli uffici. Molto suggestivo, ma è lecito nutrire dubbi su dove possa posizionarsi questa asticella di prestazioni nell’ipotesi in cui si cerchi la concertazione con i sindacati. Presente anche l’abituale giaculatoria sui dirigenti “responsabilizzati”, e corrispondente remunerazione “robustamente condizionata” al raggiungimento di predeterminati risultati. Questo significa che i dirigenti (che continueranno ad essere scelti per concorso pubblico, s’intende) saranno anche liberi di scegliere i propri collaboratori, eventualmente liberandosi di quelli ritenuti inidonei al ruolo? Chi può dirlo.

di Mario Seminerio – © LiberoMercato

La scorsa settimana Barack Obama ha delineato le scelte di politica economica che intende compiere in caso di elezione a presidente degli Stati Uniti. Si tratta di 43 proposte suscettibili di ampio impatto sulla vita dei cittadini (non solo negli Stati Uniti) e sulle scelte degli investitori. Proviamo ad analizzarle nelle linee guida.