di Daniele G. Sfregola

Il wilsonismo, da Wilson in poi, è l’anima dell’America in politica estera (con la solita eccezione di Richard Nixon). Lo stesso Nixon amava definirsi wilsoniano, anche se nei fatti non lo era affatto. Questo la dice lunga sul radicamento di questo principio nella politica estera americana: qualsiasi approccio americano è partito dagli assunti wilsoniani. Anche le cose meno wilsoniane che gli Usa hanno posto in essere sono state giustificate con argomentazioni wilsoniane al mondo e alla loro opinione pubblica (anche sotto Nixon, ovviamente, per motivi di consenso interno ed esterno).

Ma quanti voti spostano, oggi, i radicali? E soprattutto, in che direzione rispetto alla coalizione in cui si trovano: attrattiva o repulsiva? Quanti elettori indecisi voteranno per il Pd veltroniano per effetto dell’accordo con le truppe pannellate? E quanti voteranno altrove proprio a causa della presenza in lista dei radicali? Sarà una deformazione professionale, ma noi tendiamo sempre a valutare azioni e comportamenti in termini di analisi costi-benefici. E in questo caso non riusciamo a capire. Gli ultimi sondaggi accreditano i radicali di circa l’1 per cento delle intenzioni di voto (sondaggio effettuato il 20 febbraio – cioè prima dell’accordo con il Pd- da Crespi Ricerche per conto di Clandestinoweb.com). Partiamo dai benefici: quali vantaggi può trarre il Pd dalla presenza in lista dei radicali?

A seguito della pubblicazione dell’articolo “Collezione primavera-estatesul sito de Il Legno Storto, abbiamo ricevuto la diffida di tal Raffaello Morelli, presidente di una non meglio identificata “Federazione dei Liberali”, che ci intima a non utilizzare la denominazione “Partito della Libertà” con riferimento allo schieramento di centrodestra che ha in Silvio Berlusconi il proprio candidato premier. Il testo della diffida (inviata a suo tempo anche a Michela Vittoria Brambilla e a Sandro Bondi) potete leggerla nei commenti all’articolo su Il Legno Storto. La nostra replica a Morelli potete invece leggerla direttamente qui:

Su The American Interest, il neocon Richard Perle viene assalito dalla sincerità, e ci comunica che obiettivo della guerra in Iraq non era la diffusione della democrazia:

Contrary to the view of many critics of the war, we did not go into Iraq mainly to impose democracy by force in some grand, ambitious (and naive) scheme to transform Iraq and then the region as a whole into a collection of happy democracies. It is notable that the critics who charge that this was our core objective never cite evidence to support their claim.

Non solo. Se non fosse stato per l’11 settembre, e se Saddam avesse fornito incontrovertibili prove della distruzione della armi di distruzione di massa in suo possesso, l’Iraq non sarebbe mai stato invaso:

Clearly, had it not been for the attacks of 9/11, we would never have invaded Iraq. If Saddam had provided solid, confirmable evidence of the destruction of the stockpiles of weapons of mass destruction he was believed to possess, we would not have invaded—even though the crucial issue was the capability to produce chemical, biological or even nuclear material and weapons—not just the possession of them.