Il paese, che già oggi si dibatte in una crisi strutturale che rischia di avvitarsi su sé stessa, non potrebbe tollerare un altro anno di estenuanti verifiche che non verificano, di vertici di maggioranza, di dichiarazioni entusiastiche sulla “ripresa di slancio” del programma di governo e di ottimismo da televendite, di pensose e solenni dichiarazioni sull’”interesse del paese”. Immaginate cosa succederebbe alla prossima legge Finanziaria, con un maggioranza in queste condizioni.
Inoltre, mai come in questo momento i conti pubblici appaiono incapaci a sopravvivere ad un classico ciclo di spesa elettorale, come quello che si può facilmente prefigurare oggi, leggendo dichiarazioni programmatiche che straparlano di “rilancio del Mezzogiorno”. E come dovrebbe avvenire, questo rilancio? Ci sono, in sostanza, due modi per ottenerlo. Il primo consiste nell’affiancare, ad un ferreo controllo del territorio da parte dello Stato (fino al limite della militarizzazione), la progressiva “decostruzione” e ricostruzione dell’economia meridionale, attraverso robuste dosi di liberismo. Per dare contenuto alle parole, più liberismo significa accettare l’esistenza di un gap di produttività al Sud rispetto alle aree più sviluppate del paese. Parafrasando Bertinotti, se non vogliamo chiamarle gabbie salariali, troveremo un altro nome.

Con cosa intendeva finanziare le grandi opere, risanare la finanza pubblica, presentarsi all’Europa con i conti in ordine, aumentare le pensioni, fermare il carovita, rilanciare la ricerca, sanare le industrie in crisi, fermare lo sfacelo del Mezzogiorno, fermare la fuga dei cervelli, la delocazione delle industrie, il moltiplicarsi dei crack finanziari?

L’Espresso, 22 aprile 2005

Ottima domanda. La giriamo all’Unione, che avrà gli stessi problemi se e quando giungerà al governo del paese, e che non ha ancora presentato un programma. Finalmente un tema bipartisan…

Dapprima, i fatti:

MILANO (Reuters) – A stretto giro di posta dalla sconfitta nelle elezioni regionali, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha ceduto il 17% di Mediaset.

La finanziaria di famiglia Fininvest resta comunque saldamente al controllo con il 34,3% del capitale.

Fininvest ha infatti annunciato questa mattina in una nota di aver avviato, con una procedura di accelerated book-building, il collocamento sul mercato azionario presso investitori istituzionali italiani ed esteri di 197 milioni di titoli ordinari Mediaset, pari al 16,68% del capitale sociale.

Fininvest ha concordato un lock-up di 180 giorni.

Secondo quanto riferiscono alcuni dealer, il prezzo del collocamento è tra 10,7 e 10,9 euro per azione, poco oltre i 2 miliardi di euro.

Il legame dell’operazione con il clima politico italiano è stato esplicitato dalla stessa Jp Morgan, che ha curato il placement, confermando almeno in parte l’immediata lettura degli operatori di borsa.

“La scelta della tempistica del collocamente segue fondamentalmente anche il contesto politico con l’esito delle recenti elezioni regionali” ha detto Francesco Cardinali di JP Morgan durante una conference call organizzata dalla banca d’affari cui erano presenti anche alcuni manager di Mediaset.

Alle regionali di inizio aprile la coalizione di centro destra ha subito una pesante sconfitta, vincendo solo in due regioni su 13. Il risultato ha portato a una discussione all’interno del governo in vista delle prossime politiche.

Sempre riguardo il tema della violenza negli stadi, e quello dei frusti luoghi comuni di quella parte della stampa italiana (casualmente, sempre quella moralmente ed antropologicamente superiore), che non riesce più a sdegnarsi di fronte alle manifestazioni di antisemitismo negli stadi, ma è sempre pronta con l’immancabile ditino ammonitore a “suggerire” la vecchia tesi no-global (visceralmente razzista) degli israeliani fautori di un regime di apartheid, ripubblichiamo un articolo di Deborah Fait, apparso su Informazionecorretta:

Perché un ministro dell’interno intelligente ed intellettualmente onesto, quale è Giuseppe Pisanu, arriva e minacciare le classiche ed un po’ fruste “misure esemplari” per contrastare l’abituale beceraggine che avvolge gli stadi italiani ogni domenica? Forse perché siamo sempre alle solite politiche declamatorie che riaffermano la propria impotenza, nella abituale latitanza del legislatore e nell’incultura nazional-popolare di quanti ruotano intorno al mondo del calcio. Andiamo con ordine. Nel 2003 il governo (questo governo) approvò un disegno di legge per contrastare la violenza negli stadi. Un disegno di legge molto (e giustamente) repressivo, perché crediamo che vi sono circostanze in cui occorre dapprima attuare la politica di riduzione del danno, e poi lavorare sugli aspetti “culturali”, anche perché abbiamo superato da tempo l’età felice in cui si crede che tutte le colpe siano del sistema.

Uno degli inequivocabili presagi dell’imminente dissoluzione di una coalizione di governo (a livello nazionale o locale) è la “migrazione” di personale politico (parlamentari, consiglieri di enti locali) verso lo schieramento che si ritiene abbia le maggiori possibilità di vincere le successive consultazioni elettorali. Nelle scorse settimane abbiamo assistito, in giro per l’Italia, ad un fenomeno del genere, soprattutto con trasmigrazione da Udc e Forza Italia verso Udeur e Margherita.
Oggi, Francesco Rutelli tenta di incoraggiare gli aspiranti transfughi con un’interessante intervista al Corriere. L’intendimento di Rutelli, che si rivolge soprattutto ai centristi della Casa delle Libertà, è soprattutto quello di irrobustire la gracile componente moderata dell’Unione, che rischia di essere travolta dall’ordalia estremista di quello schieramento. Rutelli è notoriamente allergico al concetto di lista unitaria, nominargliela equivale ogni volta a causargli diffuse orticarie, e possiamo ben capirlo. Spingendo lo sguardo un po’ più in là degli eventi contingenti, potremmo addirittura ipotizzare, per il dopo-Berlusconi, uno schieramento moderato-centrista, con Rutelli e Follini (o chi per loro), che si contrapporrebbe ad una sinistra egemonizzata dal massimalismo. Lo schieramento neo-centrista potrebbe agevolmente prevalere, in tale scenario, perché verrebbero meno (forse…) tutti i dossier giudiziari e giornalistici con i quali la sinistra da oltre dieci anni a questa parte sta cercando di avvelenare i pozzi del principio dell’alternanza. Ma questi sono scenari futuribili, e ad essere sinceri non riusciremmo a trovare dell’autentico liberalismo neppure in essi, così come al presente ne rinveniamo tracce residuali.

La sera della vittoria di Nichi Vendola alle regionali pugliesi, una legittimamente raggiante Lucia Annunziata ha affermato che, con la vittoria dell’esponente di Rifondazione comunista, si è compiuto un fatto storico, perché Vendola rappresenta il “primo omosessuale dichiarato che diventa governatore”. Affermazione vagamente americaneggiante, che ci riporta alla mente le distorsioni e i guasti prodotti in quel paese dalla Affirmative Action, cioè la possibilità per le minoranze (nel caso americano quelle etniche, razziali e di genere) di poter beneficiare di un’ampia gamma di programmi finalizzati a correggere gli effetti delle passate discriminazioni, in prevalenza attraverso un sistema di quote riservate all’occupazione.
L’affermazione della Annunziata a noi è parsa del tutto fuori luogo: quello che dovrebbe contare, in una elezione, è la capacità amministrativa e progettuale del candidato, non le sue inclinazioni sessuali e più in generale la sua vita privata. Vedremo a breve Vendola alla prova dell’amministrazione della quotidianità, e della dura legge della copertura finanziaria, quando tenterà di tradurre in pratica concetti quali il reddito di ultima istanza. Per il momento, vorremmo segnalare il processo di canonizzazione in vita di Vendola, compiuto dai media di progresso. Vendola il fervente cattolico, Vendola il poeta, Vendola che soffre fisicamente per i mali del mondo, Vendola ritratto nei manifesti elettorali con la sua mamma. Una sorta di Zelig ad alto tasso glicemico, la rappresentazione vivente delle virtù tipiche di un paese di eroi, santi e navigatori, siano essi gay o etero. Poiché il tratto distintivo di questo sito è l’insofferenza per i luoghi comuni, e soprattutto per la loro perniciosa variante, il luogocomunismo, vorremmo ripubblicare un commento di qualche mese fa, apparso sul Bestiario di Giampaolo Pansa, esempio di elettore ulivista intelligente, raziocinante, non settario né dogmatico, candidato naturale ad essere additato al pubblico ludibrio progressista per conclamata intelligenza col nemico:

Tony Blair ha chiesto alla Regina di sciogliere il parlamento britannico ed ha ottenuto la convocazione delle elezioni politiche generali per il 5 maggio. Una prima constatazione: in un paese di lunghissima tradizione democratica, quale è il Regno Unito, il primo ministro “manda a casa” il parlamento. In Italia, la sola idea di questa eventualità, inserita in una riforma costituzionale, fa gridare al golpe, ed invocare le “specificità” culturali italiane.
Ad oggi, secondo gli ultimi sondaggi, il Labour risulterebbe in vantaggio sui Conservatori per soli 3 punti percentuali (37 per cento contro 34 per cento, con i Liberaldemocratici buoni terzi al 21 per cento), margine in apparente, costante erosione, e statisticamente molto dubbio, potendo anche occultare una sostanziale parità.
Quali sono i motivi della scelta di Blair, e quali sono i rischi che egli corre?