In un articolo pubblicato su La Stampa, il professor Tito Boeri elogia la proposta di Walter Veltroni di corrispondere un “compenso minimo” ai precari. Boeri non comprende perché Veltroni abbia parlato di “compenso” e non di “salario” (e non è l’unica parte criptica del “programma” economico veltroniano), ma si lancia egualmente nella perorazione dell’istituto del salario minimo che non provocherebbe necessariamente, a suo giudizio, aumenti di sommerso. Il salario minimo, per Boeri, dovrebbe essere calibrato su anzianità dei lavoratori (una proxy della loro produttività), ed ulteriormente differenziato per macroregioni (riconoscendo finalmente che la produttività non è la stessa in giro per l’Italia) e sulla paga oraria, per coprire anche i part-timers.

Del programma economico del Pd delineato ieri da Walter Veltroni a Porta a porta, un punto ci pare degno di analisi. Veltroni ha detto:

“Proporremo un compenso minimo legale che, per esempio per un contratto atipico, non potrà essere meno di 1.000-1.100 euro e daremo incentivi fiscali alle imprese per contratti a lungo termine. Alla domanda di Vespa se il resto dei soldi li metterà lo Stato per aiutare le imprese, il segretario del Pd risponde: “No, utilizzeremo la leva degli incentivi fiscali per i contratti a lungo termine”.

Pare di capire che Veltroni voglia introdurre un “incentivo” alle imprese che assumono a tempo indeterminato (tenderemmo ad interpretare così l’espressione “contratti a lungo termine”), e contemporaneamente introdurre un salario minimo legale per il tempo determinato. Se abbiamo correttamente tradotto dal veltronese, si tratterebbe null’altro che di un’idea balzana. In primo luogo, i contratti “atipici” nascono e servono per fornire la flessibilità necessaria ad un sistema “two tiered“, diviso tra insiders ultragarantiti ed outsiders mazziati.

di Mario Seminerio

Ségolène Royal, candidata socialista all’Eliseo sconfitta da Nicolas Sarkozy, da qualche settimana sta prendendosi una perfida rivincita. La fascinosa Ségolène ha infatti coniato per Sarkozy il nomignolo “Monsieur Taxes”. Non male, come nemesi: una esponente della sinistra che riesce ad accusare un liberale (per quanto alla francese, quindi sui generis per definizione) di essere in realtà un gabelliere. Eppure, questo soprannome non è frutto delle abituali e stucchevoli schermaglie politiche a cui noi italiani siamo ormai assuefatti. La Commissione Finanze dell’Assemblea Nazionale segnala un forte aumento nella velocità di creazione di nuove imposte. Dal 2002 ad oggi ben quindici nuove imposte sono entrate nella vita dei francesi, una dozzina delle quali solo negli ultimi tre anni. E addirittura, dall’inizio della tredicesima Legislatura, a luglio dello scorso anno, sono stati ben sei i nuovi prelievi istituiti, tutti con la inconfondibile firma dell’ipercinetico inquilino dell’Eliseo.

La scelta di Walter Veltroni di far correre il Pd da solo ha impresso un discreto dinamismo al pietrificato sistema partitico italiano, a riprova del fatto che i sistemi elettorali sono condizione necessaria ma non sufficiente per innescare il cambiamento. Veltroni necessitava di prendere le distanze dall’implosione del governo Prodi (salvaguardandone al contempo alcune leggende metropolitane, come quella sulla redistribuzione), e la scelta di recidere il legame con la sinistra massimalista per recuperare consensi al centro appariva pressoché ineludibile. Non sappiamo se Veltroni abbia già scontato la sconfitta elettorale di aprile, motivo per il quale suo unico obiettivo strategico diverrebbe il superamento (col maggior scarto possibile) dell’asticella di quel 30 per cento di consenso elettorale che rappresenta la somma di Ds e Margherita. Quello che è certo è che il vincitore si troverà a dover gestire un quadro economico fortemente deteriorato dal clima pre-recessivo che si respira nell’emisfero occidentale.