di Mario Seminerio

Negli Stati Uniti si sta dibattendo sull’opportunità ed efficacia di uno stimolo fiscale per sostenere un’economia considerata ormai prossima alla recessione. I problemi posti da un’espansione fiscale sono noti: ritardi di implementazione e dimensionamento dell’intervento sono tra i principali. Ma esiste anche un più generale problema di spiazzamento: da dove viene il denaro utilizzato per lo stimolo fiscale? Se il governo taglia le tasse e finanzia il deficit chiedendo alla banca centrale di stampare moneta, ci troviamo di fronte ad una politica monetaria mascherata da politica fiscale. Ma, anche senza arrivare ad estremi di monetizzazione del deficit spending, gli economisti discutono (senza conclusioni condivise) anche di un fenomeno più sottile: la banca centrale “accompagna” l’espansione fiscale con una politica monetaria più accomodante? In altri termini, che efficacia avrebbe un aumento di spesa o un taglio d’imposte se la quantità di moneta venisse mantenuta costante?

Sarà che le acque stagnanti e reflue della politica italiana non favoriscono analisi ed approfondimenti, sarà che il nuovo slogan della manomorta partitica sull’economia si chiama “tutela dell’interesse nazionale“, sta di fatto che oggi ci è toccato di leggere uno stiracchiato proclama di Alleanza Nazionale a favore dell'”italianità” di Alitalia, che recita stancamente:

“Ci auguriamo che la posizione univoca del centrodestra in merito alla vicenda Alitalia faccia riflettere il Governo su una scelta che più passano i giorni e più penalizza l’interesse nazionale”. Lo affermano il portavoce di An, Andrea Ronchi, e il capogruppo dei deputati di An, Ignazio La Russa, a proposito della vicenda Alitalia. “Il centrodestra – aggiungono – valuterà nelle prossime ore ulteriori iniziative tese a dimostrare l’importanza che il vettore resti italiano”

di Mario Seminerio

Tira una brutta aria, per il liberismo ed i liberisti: un gelido vento di recessione sta gonfiando le vele di quanti, soprattutto in Occidente, invocano interventi a vario titolo protezionistici, per “difendere” (illusoriamente, sia ben chiaro) il potere d’acquisto dei lavoratori ed i loro impieghi. Ha cominciato il presidente francese Sarkozy, lo scorso anno, quando le cose andavano ancora discretamente per l’economia europea, parlando di “protezione” dei cittadini-lavoratori dalla mondialisation, la strega cattiva che agita i sonni di stati costruiti su sistemi di welfare particolaristici, costosi ed inefficienti. Lungi dall’essere battistrada di un ripensamento critico dello stato sociale, la sortita di Sarkozy è da subito apparsa un tentativo maldestro di cambiare regole del gioco ben più grandi di un singolo stato o addirittura di un’area economica. Ma il tema del ripensamento critico della gestione degli effetti della globalizzazione è da tempo ben presente anche nel dibattito politico statunitense, in quest’anno di elezioni.