di Mario Seminerio

Nell’ambito del progetto di ristrutturazione della pubblica amministrazione francese, il presidente Sarkozy sta studiando in queste settimane il “modello svedese” e le sue peculiarità. Tra le quali spicca il ridotto numero di dipendenti della burocrazia statale: 4.600 persone in 13 ministeri. Quello dell’Agricoltura, ad esempio, ne conta 100, quello delle Finanze 500. Per un paese di 9 milioni di abitanti. Ciò è causato dal fatto che i ministeri, nel paese scandinavo, si limitano a fissare le grandi linee-guida. L’attuazione delle quali è affidata a 270 agenzie (le più importanti sono l’Agenzia delle Imposte e quella dell’Impiego), che occupano da alcune decine ad alcune migliaia di persone. Ogni anno l’agenzia riceve una “lettera di missione” ed una dotazione finanziaria che non può quasi mai superare. Ogni trimestre le loro direzioni rendono conto della propria attività al rispettivo ministro di riferimento, ed i loro conti sono regolarmente sottoposti a revisione e certificazione. Per il resto, i margini di manovra sono amplissimi. Il direttore generale di ogni agenzia è nominato con mandato di sei anni dal governo, mentre il personale è reclutato in autonomia dalle agenzie, con contratti di lavoro stipulati in regime privatistico e remunerazioni contrattate su base individuale. I dipendenti delle agenzie non beneficiano di alcuna garanzia sull’impiego, con l’eccezione dei giudici, che hanno uno status particolare.

Leggiamo dello sconcerto del ministro dell’Economia di fronte alla richiesta di sfiducia individuale presentata dall’opposizione e relativa alla gestione del “caso Speciale”. Sostiene Tommaso Padoa Schioppa:

“Che senso ha una mozione di sfiducia individuale verso un ministro il quale non ha fatto altro che esercitare il proprio diritto, quello di sostituire il capo di un corpo militare con il quale si è rotto il rapporto di fiducia?”

Appunto. Che senso ha, aldilà delle comprensibili tattiche di “spallata” da parte dell’opposizione, presentare una mozione di sfiducia individuale perché un organo di giustizia amministrativa ha dato torto per ben due volte al ministro dell’Economia, in relazione ad altrettanti “atti politici” del medesimo? Bizzarro paese, quello in cui la giustizia amministrativa fa premio sull’indirizzo politico. Però. C’è un però.

Abolire la tassa di concessione governativa sui telefonini. A chiederlo al ministro dello Sviluppo economico, Pierluigi Bersani è il Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), Enzo Savarese.
”La tassa di concessione governativa – ha spiegato Savarese in occasione della Quinta tavola rotonda con l’Autorità organizzata da Business International – non favorisce un’adeguata diffusione degli abbonamenti, che in Italia sono un numero irrisorio rispetto alle carte pre-pagate. Un maggior numero di abbonamenti, possibile se la tassa non ci fosse, darebbe invece maggiore equilibrio al mercato, con più certezze per gli operatori”.

di Giovanni Papperini

Nei giorni scorsi il Governo, per venire incontro alle rivendicazioni degli autotrasportatori ha deciso di introdurre, con un maxiemendamento alla Finanziaria, dei paletti alla liberalizzazione del settore e delle misure volte ad un maggior controllo delle attività degli autotrasportatori in Italia, siano essi italiani o stranieri. E questo per ridurre il lamentato “dumping sociale” , in particolare da parte di camionisti provenienti dall’estero. Può un maxiemendamento in finanziaria essere sufficiente per risolvere un problema di natura strutturale quale la mancanza di una politica e di una gestione coerente dell’immigrazione, rendendo più complesso avviare un’impresa in Italia e questo perché non ci sono stati sufficienti controlli preventivi sulla regolarità del lavoro svolto dagli stranieri nel settore?