Quella che segue è una sintesi minima dell'”analisi” dei fatti dell’11 settembre 2001, compiuta sui media arabi ed islamici da cosiddetti “esperti” locali. Per un quadro più completo di questo florilegio di psicopatologie, è possibile consultare il meritorio sito Memri.

Si tratta di teorie che hanno rapidamente attecchito anche in Occidente, dove peraltro alcune di esse sono state create, e che sono entrate a far parte del bagaglio culturale della sinistra antagonista e cospirazionista, soprattutto di quella italiana, che si accinge ad arrivare al governo del paese. Ma oltre a questa versione hard della teoria cospirazionista, che per sua natura non riesce a travalicare gli angusti confini dei circoli “intellettuali” che l’hanno prodotta, ne esiste una soft, più pervasiva.

In un editoriale pubblicato oggi sul Washington Post, Anne Applebaum analizza la posizione assunta da Amnesty International nei confronti degli Stati Uniti. Pietra dello scandalo resta il carcere per “combattenti nemici” di Guantanamo. Amnesty, in particolare, usa per il campo di detenzione il termine “gulag“. E’ importante sottolineare la valenza evocativa esercitata da alcuni termini, sul piano della psicologia cognitiva, che da relativamente poco tempo è entrata a pieno titolo tra le discipline di studio della scienza politica.

Applebaum, alcuni anni addietro, spese parecchi giorni a leggere newsletters, pamphlet ed altre informative sulle condizioni di vita nelle prigioni sovietiche. Alcuni di questi racconti erano estremamente dettagliati, a testimoniare l’incredibile abilità dei prigionieri nel contrabbandare all’esterno le proprie storie. Ma Amnesty fece qualcosa di più e di diverso: riuscì a evidenziare come l’intero sistema politico sovietico (i media, controllati dallo stato, il sistema giudiziario, la polizia segreta) fosse univocamente finalizzato a sopprimere ogni e qualsiasi manifestazione di dissenso.

Nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico: al posto dell’indifferenza reciproca, fra America ed Europa si è instaurato un forte antagonismo che minaccia d’indebolire entrambi i partner della comunità atlantica. La maggioranza degli europei ha messo in dubbio la legittimità del potere americano e della supremazia mondiale degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’America si trova quindi a soffrire di una crisi di legittimità internazionale.

Spesso si dice che gli Stati Uniti sono imprigionati in una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell’homo homini lupus, un mondo anarchico in cui leggi e regole internazionali sono inaffidabili e la vera sicurezza, la difesa e l’affermazione dei valori liberali dipendono ancora dall’uso della forza, mentre l’Europa, anche grazie alla costruzione unitaria, è entrata in un paradiso post-storico di pace e relativo benessere: la realizzazione della “pace perpetua” di Kant. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono le divergenze profonde di oggi tra le due sponde dell’Atlantico, che stanno facendo venir meno, o perlomeno ridefinire, il concetto tradizionale di “Occidente”. Ma è davvero così? Gli Americani sono un popolo di bruti e aggressori, sempre pronti a prendere il fucile ed applicare la pena di morte, in patria e fuori, mentre gli europei rappresentano il trionfo della logica, del negoziato, dei legami commerciali ed economici per cementare le nazioni? A questa domanda tenta di rispondere Robert Kagan, col suo saggio “Paradiso e Potere”. I risultati a cui giunge sono ampiamente condivisibili.