Hu Jintao Tra i dati macroeconomici cinesi pubblicati questa settimana, segnaliamo l’indice dei prezzi al consumo, cresciuto in maggio dell’1.8 per cento su base annua. Un dato che conferma il minimo degli ultimi 19 mesi, e rafforza le aspettative che la banca centrale cercherà di sostenere la crescita della spesa dei consumatori astenendosi dall’alzare i tassi, che restano fermi al 5.58 per cento sulla scadenza benchmark a un anno, dopo l’ultimo rialzo, effettuato lo scorso ottobre. Il vice premier cinese Wu Yi ha affermato che il governo è fiducioso di poter pilotare l’economia verso un soft landing, dopo il rallentamento della crescita degli investimenti nel settore dell’acciaio, cemento e metalli non ferrosi, ottenuto attraverso misure amministrative di razionamento del credito.

Dopo anni di paziente ed infruttuosa attesa, il G7 rompe gli indugi e manda un duro avvertimento alla Cina: rivalutare lo yuan o subire le conseguenze dell’inazione, che saranno inevitabilmente rappresentate da misure protezionistiche come quelle che il Senato americano sta studiando: una tariffa del 28 per cento sull’import cinese. Il cambio dello yuan, da anni fisso a 8.3 contro dollaro, appare ormai insostenibile alla luce dei fondamentali macroeconomici dell’economia cinese, che cresce del 9.5 per cento reale annuo, e gestisce enormi surplus commerciali causati anche dal peg sul dollaro. Il ministro delle finanze canadese ha affermato che i cinesi dovrebbero rendersi conto che “sta arrivando un treno merci”, riferendosi alle crescenti pressioni per reintrodurre dazi e quote all’import cinese. Il governo di Pechino prosegue tetragono nella difesa dello status quo, non ritenendo maturi i tempi per una rivalutazione. Resta il problema, molto grave, della possibile messa in discussione degli accordi che hanno portato la Cina nella WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ingresso che all’epoca venne visto come un tentativo d’imbrigliare la potenza economica cinese e di ridurre i danni causati, tra l’altro, dalla diffusa contraffazione dei marchi attuata dai cinesi, una piaga troppo spesso sottovalutata dagli analisti dell’economia internazionale e dalle sacerdotesse no-global alla Naomi Klein, per le quali esistono solo multinazionali statunitensi che forniscono la prova dell’operare del Maligno nelle terrene vicende. Per molti aspetti, il tentativo di addomesticare il dragone cinese attraverso l’ingresso nella WTO sarebbe riuscito se il cambio dello yuan fosse stato lasciato libero di riflettere, anche solo in parte, i fondamentali macroeconomici.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90: