L’ultima bollicina prodotta dalla fermentazione dello stagno italiano porta la firma congiunta del candidato sindaco di Roma del M5S, Virginia Raggi, e di una pletora di esponenti del Pd, dai generali alla truppa compulsiva di lanciatori di agenzia, passando per alcuni confusi ufficiali. Nel mezzo, la utility romana per eccellenza, oltre che simbolo dei centauri che si producono quando il pubblico si mette in partnership col privato. Alcune considerazioni sullo stato della commedia dell’arte.

Alla Camera è giunto in discussione uno stagionato ddl di iniziativa popolare presentato dai movimenti per l’acqua pubblica nel lontano 2007, e “rivitalizzato” in questa legislatura da un intergruppo parlamentare in cui figurano deputati di Pd, Sel e M5S, che ha prodotto una proposta di legge, a prima firmataria la deputata del M5S Federica Daga, che qualifica l’acqua come “diritto umano”, centrata sulla erogazione giornaliera di 50 litri pro capite finanziata a mezzo di fiscalità generale e prevede che proprietà e gestione delle risorse idriche siano pubbliche. E sin qui, tutto bene, all’incirca. I problemi sorgono quando si arriva alle coperture finanziarie del grande progetto. Avevate dubbi che la criticità sarebbe stata questa? Noi no, per nulla.

Giorni addietro, il sito Altreconomia ha rilanciato un dossier del Comitato acqua pubblica di Torino, in cui si evidenzierebbe la difficile situazione finanziaria della multiutility Iren, quotata in borsa e controllata da una holding finanziaria espressione dei comuni di Genova e Torino. Iren, secondo il dossier, sarebbe utilizzata “come un bancomat” da cui estrarre liquidità a beneficio degli azionisti, e questa prassi avrebbe finito con l’intaccarne le riserve patrimoniali. Da queste premesse, vediamo come è possibile arrivare alla stralunata conclusione sull’esigenza di “ripubblicizzare” l’acqua. Perché grande è la confusione sotto il cielo italiano, ma la situazione è lungi dall’essere eccellente.

Interessante notiziola sull’Acquedotto Pugliese, il monumento al chavismo de noantri targato Vendola. La Corte dei conti, sezione di controllo degli enti, non ne gradisce le modalità di cosiddetta gestione, con un bel bonus erogato all’amministratore unico che ha favorito la transazione con la quale l’ente, al modico prezzo di 13 milioni di euro, si è liberato di un contratto in derivati che lo stava incravattando. Altro dato molto significativo è la distribuzione di un provento una tantum di 12,25 milioni di euro all’azionista totalitario (non ancora in senso politico) Regione Puglia, prelevato dalle riserva straordinaria accumulata ante-2010.

Apprendiamo che la Conviri (Commissione Nazionale di Vigilanza sulle Risorse Idriche) ha inviato una comunicazione alla Cncu, la consulta delle associazioni dei consumatori, istituita presso il Ministero per lo Sviluppo economico, in cui si certifica ciò che abbiamo cercato con ogni mezzo di spiegarvi mesi addietro, e cioè che il referendum sull'”acqua pubblica” era una farsa e soprattutto qualcosa di molto simile ad una gigantesca operazione di circonvenzione non di incapaci bensì di ignoranti. Ma va?

Contrordine, compagni sognatori. Nichi Vendola, l'”Obama bianco”, nel senso che ha grande eloquio onirico ed altrettanta rapidità ad adeguarsi alla realtà, ha deciso che le tariffe dell’Acquedotto Pugliese non scenderanno. Neppure di quel leggendario 7 per cento riferito al costo del capitale il cui meccanismo continua a non essere capito, anche da quanti dovrebbero avere tutti gli strumenti per afferrarlo (incluso l’autore del pezzo qui linkato).

La realtà sta già presentando il conto, a quanto pare: Bologna ha deciso un aumento delle tariffe acqua del 3,5 per cento, per compensare il ridotto (al 5 per cento) recupero del costo degli investimenti idrici, dopo l’esito referendario. In attesa di una nuova legge, alla quale il Pd sta alacremente lavorando, i paladini dell’acqua “bene comune” constatano amaramente lo scarto drammatico (in Italia, soprattutto tragicomico) che di solito esiste tra le fiabe referendarie e la realtà, e si preparano a protestare contro il tradimento della volontà del “popolo sovrano”.

Mentre il neosindaco di Bologna, Virginio Merola, ha dichiarato di volersi godere l’esito referendario prima di prendere in mano la nuova situazione (un po’ come fanno i tifosi all’indomani della vittoria nella Champions’ o nel mondiale), la realtà dice che Hera è pronta a chiudere il rubinetto dei nuovi investimenti nel settore idrico, dopo aver onorato impegni per 26,5 milioni di euro previsti per il 2011. Nel frattempo, i grillini sognano ad occhi aperti di scorpori del business dell’acqua (non si può dire business, ma cercate di afferrare il senso), e loro attribuzione ad enti pubblici guidati da cittadini coscienziosi e motivati, previa elezione online dopo esibizione del curriculum. L’unico problema è che questi scorpori non toccano neppure tangenzialmente il discorso del reperimento dei mezzi di finanziamento.

E’ fatta: dopo 16 anni, habemus quorum. E lo abbiamo sui quesiti più surreali che potessimo immaginare nella sceneggiatura di un paese sempre pronto ad entrare nel Confessionale, guardando in faccia il reality. Non avremo centrali nucleari che non avremmo comunque avuto; una legge già scardinata dalla Consulta, ed in scadenza tra pochi mesi, verrà sostituita da qualche altro colpo di genio del premier e dei suoi piccoli giureconsulti. E soprattutto, avremo acqua ancora più pubblica, in mano a enti pubblici dove i partiti potranno confortevolmente allocare, meglio se con quote rosa, i propri trombati ed i cari dei medesimi, finanziando i circa 100 miliardi di investimenti che mancano nel settore con tasse, o meglio non finanziando alcunché. Oppure, meglio ancora ed assai più probabile, facendo entrare i privati dalla porta di servizio con legge ad hoc, per rispondere al disagio delle multiutility del Pd.