L’ultima riedizione della crisi infinita di Alitalia sta inducendo un florilegio di dichiarazioni, interpretazioni, teorizzazioni che confermano che il Bar Sport Italia è sempre stracolmo di avventori. Dai romantici di sinistra, che ritengono di intravvedere nel no al referendum da parte dei lavoratori Alitalia l’ennesima alba della Nuova Era Progressista, ad editorialisti che riescono ad assimilare questo no a quello al referendum costituzionale del 4 dicembre, per motivi che ci sfuggono. Fino al sindacalismo di base, che mira a nazionalizzazione e, per i più spericolati, anche autogestione (inclusi chitarra e rutto libero, presumiamo). Poi c’è la politica, col suo codazzo di guitti smemorati e strateghi che plasmano il loro quotidiano lancio d’agenzia e di post sui blog in funzione dei borborigmi che sfiatano dai sondaggi.

Torniamo su Cassa Depositi e Prestiti, la bacchetta magica e la coperta di Linus della politica in questi anni di crisi. Tutti la tirano per la giacchetta, immaginando di utilizzarla quasi come una stampante per creare moneta, salvare aziende in crisi, difendere col suo mantello magico la famigerata italianità, tutto senza pulire il water né attaccarsi al lavoro del vostro dentista. Nelle ore per l’ennesima volta decisive dell’agonia senza fine di Alitalia, modello di quell’accanimento terapeutico aziendale che neppure il leggendario “privato” riesce a sradicare, è di oggi l’ipotesi che l’istituto guidato da Claudio Costamagna e Fabio Gallia possa entrare in partita e parare le terga alle banche finanziatrici-azioniste, Intesa e Unicredit. Al contempo, il fantomatico piano governativo di “privatizzazioni” vede CDP ancora al centro dei giochi.

Fine della telenovela MPS: interverrà lo Stato, cioè i contribuenti, cioè noi (o quasi tutti noi). Gli obbligazionisti hanno fatto la loro parte, con quasi 2,5 miliardi di euro di adesione spintanea alla conversione azionaria, tra istituzionali e retail. Peccato per la desolante assenza di “anchor investor“: né Qatar, né Re Magi assortiti. Ma non temete: vi diranno che la colpa è del No al referendum costituzionale, perché tutto va ricondotto alla Narrazione. Che comunque non è esclusiva renziana, sia chiaro.

Oggi sul Sole un articolo di Gianni Dragoni riporta alla nostra attenzione uno dei buchi neri italiani, un formidabile distruttore di valore nell’arco di decenni, sotto una folle gestione pubblica che ha accentuato le criticità di un settore strutturalmente difficile (soprattutto se si sbaglia posizionamento competitivo) quale il trasporto aereo. Parliamo di Alitalia, che, anche nella sua nuova vita privata, sotto le cure di Etihad, continua a soffrire non poco. E con essa soffrono gli azionisti, inclusi alcuni campioni delle soluzioni di sistema, quelle che stanno mettendo una pietra al collo del paese.

Poiché in questo periodo storico il tema del ridisegno dei meccanismi di welfare e della loro “universalizzazione” in tempo di crisi fiscale in Italia è divenuto vieppiù acuto, ecco una storia assai poco edificante ma paradigmatica del perché questo paese si è sin qui mostrato geneticamente incapace di darsi una missione per il proprio futuro di comunità e di perseguirla evitando porcate che sono il segno distintivo di uno stato fallito.

E’ opportuno chiedere venia. Per aver dubitato, dopo averlo elogiato, che Francesco Caio fosse in fondo solo un fedele esecutore dei voleri del suo azionista, e quindi del governo. Pare che le cose non stiano esattamente in questi termini e la cosa non può che fare piacere, in un paese in cui abbiamo visto e vediamo carriere (ad ogni livello, anche nel leggendario privato) costruite sull’acquiescenza, sul tenere famiglia e sul sollecito conferimento del cervello all’ammasso.

Il momento è dirimente. Qui si parrà la nobilitate dei nostri top manager, quelli che con mano ferma hanno guidato il paese verso il disastro, e quelli che si sono fatti venire degli scrupoli da ventitreesima ora ed oltre, applicando criteri minimali di razionalità. Tutto evolve, serve contestualizzare. Anche quando sono passate poche settimane dall’evento che era considerato il padre di tutte le sinergie. Un vero peccato che la realtà continui ad essere così gufa e rosicona.

Mentre siamo in più o meno trepida attesa di capire che sarà dell’accordo tra Alitalia ed Etihad, dopo mesi di data room, pre-condizioni, proclami ministeriali, messe in stand-by, via libera governativi a non è chiaro cosa, sinergie lisergiche con Poste Italiane, sulla stampa comincia forse ad affiorare la celebre “quadra”, pur se in almeno due versioni differenti. Proviamo quindi ad ingannare il tempo per capire cosa potrebbe attenderci, soprattutto come contribuenti.