Invece di riposare durante il fine di settimana, i medici polacchi sempre più spesso si recano all’estero, in particolare in Gran Bretagna e in Irlanda, non per svagarsi ma per offrire assistenza sanitaria al posto dei colleghi locali, che non sono disposti a lavorare nel weekend. Lo ha scritto oggi il quotidiano Gazeta Wyborcza affermando che il nuovo fenomeno riguarda ormai alcune centinaia di medici in Polonia, i quali cercano così di migliorare la loro pessima situazione economica.

Quando otto paesi dell’ex impero sovietico entrarono nell’Unione Europea, nel maggio 2004, la retorica prevalente parlava di fine delle divisioni storiche. Oggi, gli attriti tra Est ed Ovest Europa si stanno moltiplicando. Una nuova cortina di ferro sta calando sul continente: la precedente era politica, la nuova è economica. I paesi dell’Europa occidentale mostrano crescenti reazioni protezionistiche nei confronti degli ultimi arrivati, i quali ricambiano mostrandosi sempre più insofferenti verso norme che, nominalmente, dovrebbero essere frutto di valori condivisi. Sta divenendo sempre più evidente che l’approccio centralista ed integrazionista dell’Unione Europea avrà crescenti problemi a tenere uniti due blocchi economici che tendono a muoversi in direzioni opposte.

Secondo il ministro polacco per gli Affari Europei, Jaroslaw Pietras, l’assenza di chiarezza sulla legislazione lavoristica dell’Unione Europea sta aiutando i vecchi stati membri a sfruttare i nuovi:

“We are dealing with a situation of hypocrisy. To an extent, the existence of a black market in workers is tolerated because companies in this way supplement deficits in the elasticity of the labour market.”

L’attuale legislazione comunitaria consente ai lavoratori dei nuovi stati membri solo una limitata libertà di movimento, ma secondo il ministro polacco l’adozione di una direttiva meno protezionista sui servizi servirebbe a rimuovere le barriere amministrative che oggi costringono gli immigrati nell’area grigia del lavoro nero.

Quella che segue è una storia di ordinaria follia nel cuore dell’Europa delle corporazioni.
C’è un gruppo di giovani musicisti, che potremmo definire freelance, di varie nazionalità, che girano per l’Europa con il solo scopo di fare ciò che più amano: suonare. Questi giovani musicisti sono diretti da un maestro tedesco, Volker Hartung. La Nuova Filarmonica di Colonia ambisce a dar vita al sogno europeo: libero movimento di persone, merci e servizi: musica e cultura incluse. Anche per questo motivo, l’orchestra itinerante fa pagare meno i biglietti per le proprie esibizioni, e paga un pò meno i propri orchestrali. Lo scorso febbraio, a Strasburgo, cuore d’Europa, al termine della rappresentazione del Bolero di Ravel, Hartung torna sul podio, acclamato dagli spettatori, per accingersi a concedere il bis. Ma, prima di riuscire a salire quei gradini, viene bloccato da 80 (diconsi ottanta) poliziotti francesi, che lo trascinano via in manette.

José Manuel Durao Barroso, presidente sedicente liberista della Commissione Europea, ha deciso di dichiarare guerra alla iper-regolamentazione: questa settimana il commissario europeo all’Industria e Impresa, Guenther Verheugen, presenterà una lista di 69 proposte legislative in corso di elaborazione, individuate in una lista di oltre 200 bozze di direttiva, che verranno eliminate prima di raggiungere lo stadio di approvazione finale.

Il Consiglio europeo, nella sessione che ha, tra l’altro, approvato la proposta di riforma del Patto di Stabilità e Crescita, ha deciso di accantonare (pardon, di “riscrivere”) il progetto di direttiva sulla prestazione di servizi, che porta il nome del commissario olandese al Mercato Interno nella Commissione Prodi (segnatevi questo nome, lo sentirete ancora…). Il progetto di direttiva Bolkestein aveva come obiettivo il completamento del mercato interno, attraverso la rimozione dei vincoli alla competitività nella prestazione di servizi. Il punto più controverso di tale progetto di direttiva è quello relativo al paese d’origine, in base al quale la prestazione del servizio sarebbe stata regolata non dalle norme del Paese nel quale si realizza, ma da quelle del Paese di provenienza dell’impresa erogatrice. Malgrado si ritenga che salari e condizioni di lavoro debbano essere quelli del paese in cui tali servizi vengono forniti, da più parti si sono levate grida d’allarme sul rischio di “dumping sociale” cioè, ad esempio, che un’impresa polacca fornisca in Germania prestazioni di servizi dopo aver ottenuto l’autorizzazione unicamente nel proprio paese d’origine. Il timore è quindi quello di un livellamento verso il basso degli standard di protezione e tutela sociale. Come spesso accade, l’immanente declino in cui stanno sprofondando paesi come la Francia, che pure restano pateticamente convinti di poter ancora guidare non solo l’evoluzione dell’Unione Europea, ma anche i destini del mondo, ha prodotto una reazione “conservatrice”, in ciò aiutata dalla trascurabile contingenza del referendum transalpino sulla ratifica del Trattato Costituzionale europeo.

La polemica innescata dalle ultime, lievemente avventate e vagamente elettoralistiche, dichiarazioni del premier, su tempi e modi del disimpegno delle nostre truppe dall’Iraq, rappresenta un’ottima occasione per ripassare la Costituzione della Repubblica italiana. Secondo il quirinalista del Tg3, Luciano Fraschetti, il presidente Ciampi, da Londra, avrebbe espresso malumore ed irritazione per l’esternazione di Berlusconi, perché non preventivamente informato. Ma Fraschetti fa e dice di più: arriva a spingersi ad affermare che il presidente della repubblica sarebbe “il massimo rappresentante della politica estera italiana”. Really? Rileggiamo allora la nostra Carta fondamentale, articoli da 87 a 90: