Su Il Giornale ennesima gustosa intervista-ritratto di Giancarlo Perna, questa volta a Daniele Capezzone. In essa il giovane portavoce-editore-direttore rilegge la storia recente del suo percorso politico. Sappiamo che Capezzone ama esibire le sue dimissioni da presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, nella scorsa legislatura, come una sorta di medaglia al valore: in un paese in cui le dimissioni si annunciano, lui le ha date. Opinabile resta tuttavia la lettura capezzoniana del timing di quelle dimissioni: era l’8 novembre 2007, il governo Prodi era già scosso nel profondo dalle vibrazioni che lo avrebbero portato all’implosione di febbraio, elongato come un chewing gum usato: da un lato la sinistra massimalista che urlava “redistribucion o muerte!”, dall’altro la avanzata gestazione del Partito democratico veltroniano. Per Capezzone, al contrario, tutto andava bene al momento delle sue dimissioni, addirittura “Prodi era bene in sella”. Certo, come in un rodeo, ma in sella. Poi, improvvisa, giunge la rivelazione: “Alle elezioni non mi sono neanche candidato”. Frase il cui realismo ricorda i cinegiornali Luce: “Oggi, le valorose truppe del Maresciallo Badoglio hanno rinunciato a difendere Addis Abeba”.

Contrordine, compagni. Nelle more della sua nomina a portavoce di Silvio Berlusconi, l’intrepido Daniele Capezzone scopre che la Commissione Attali era una bufala. Una delle molte di cui è costellato il primo anno di presidenza di Nicolas Sarkozy, a dire il vero, ma di quello riparleremo. Scrivendo su Ideazione.com, Capezzone ci informa che

“(…) nonostante la vasta eco e la grande azione promozionale ricevuta – con un pizzico di provincialismo – anche dalla stampa italiana, si tratta solo di misure di leggera liberalizzazione, mai in grado di intaccare i punti nevralgici dello statalismo francese.”

Conveniamo entusiasticamente con Capezzone: della Commissione Attali avevamo già scritto qui, qui, quo e qua. Conveniamo meno sul resto dell’analisi.

Martedì scorso, durante la trasmissione “Filo diretto”, su Decidere Radio, Daniele Capezzone è tornato sul tema della responsabilità patrimoniale dei pubblici amministratori:

“Noi vorremmo che chi sbaglia, paga. Chi sbaglia con dolo (cioè con malafede), oppure con colpa grave (cioè con negligenza, imprudenza, imperizia), dovrebbe rispondere. Qualcosa la Corte dei conti ha già individuato, in termini giurisprudenziali. Noi vorremmo che questo fosse, diciamo, istituzionalizzato anche dal punto di vista normativo.”

Non prima di aver invocato una moratoria sull’aborto dei congiuntivi, segnaliamo a Capezzone che la Corte dei conti non ha individuato alcunché, in termini giurisprudenziali, perché in materia esiste già una istituzionalizzata norma di legge.

Il sesto dei tredici punti programmatici di Decidere.net, il network di Daniele Capezzone, recita:

Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: chi sbaglia e arreca un danno, paghi.

Essenziale, asciutto, lapidario. Così si fa, vivaddio. Per una politica ad alta velocità. Vrooom! Ma dove l’avevamo già letto, questo principio? Nel Deuteronomio? Nei fratelli Karamazov? Nel ricettario di suor Germana? Ah, no! Pare che il principio di responsabilità patrimoniale dei pubblici amministratori sia già previsto dall’ordinamento italiano. Lo avevamo letto sul sito della Corte dei Conti, nella sezione relativa alle funzioni giurisdizionali della stessa in materia di responsabilità amministrativa e contabile.

“Per principio, da sempre, sono felice per le assoluzioni e dispiaciuto per le condanne. Uguali sentimenti pre-politici e irrazionali affiorano sempre, e per qualunque imputato. Quindi anche ieri per Silvio Berlusconi e oggi per Marcello Dell’Utri. Passando dal sentimento alla ragione, però, le cose cambiano, e non poco.

Confesso di non riuscire ad appassionarmi a questo derby in cui entrambe le squadre mi sembrano poco meritevoli di supporto.

In nessun paese occidentale del mondo, infatti, avremmo a che fare con inquisitori così, che nulla hanno fatto e nulla fanno per celare un connotato apertamente politico della loro opera; e in nessun paese al mondo avremmo una opposizione desiderosa di liberarsi dei suoi avversari attraverso scorciatoie giudiziarie.