Martedì scorso, durante la trasmissione “Filo diretto”, su Decidere Radio, Daniele Capezzone è tornato sul tema della responsabilità patrimoniale dei pubblici amministratori:

“Noi vorremmo che chi sbaglia, paga. Chi sbaglia con dolo (cioè con malafede), oppure con colpa grave (cioè con negligenza, imprudenza, imperizia), dovrebbe rispondere. Qualcosa la Corte dei conti ha già individuato, in termini giurisprudenziali. Noi vorremmo che questo fosse, diciamo, istituzionalizzato anche dal punto di vista normativo.”

Non prima di aver invocato una moratoria sull’aborto dei congiuntivi, segnaliamo a Capezzone che la Corte dei conti non ha individuato alcunché, in termini giurisprudenziali, perché in materia esiste già una istituzionalizzata norma di legge.

Il sesto dei tredici punti programmatici di Decidere.net, il network di Daniele Capezzone, recita:

Responsabilità patrimoniale del pubblico amministratore: chi sbaglia e arreca un danno, paghi.

Essenziale, asciutto, lapidario. Così si fa, vivaddio. Per una politica ad alta velocità. Vrooom! Ma dove l’avevamo già letto, questo principio? Nel Deuteronomio? Nei fratelli Karamazov? Nel ricettario di suor Germana? Ah, no! Pare che il principio di responsabilità patrimoniale dei pubblici amministratori sia già previsto dall’ordinamento italiano. Lo avevamo letto sul sito della Corte dei Conti, nella sezione relativa alle funzioni giurisdizionali della stessa in materia di responsabilità amministrativa e contabile.

“Per principio, da sempre, sono felice per le assoluzioni e dispiaciuto per le condanne. Uguali sentimenti pre-politici e irrazionali affiorano sempre, e per qualunque imputato. Quindi anche ieri per Silvio Berlusconi e oggi per Marcello Dell’Utri. Passando dal sentimento alla ragione, però, le cose cambiano, e non poco.

Confesso di non riuscire ad appassionarmi a questo derby in cui entrambe le squadre mi sembrano poco meritevoli di supporto.

In nessun paese occidentale del mondo, infatti, avremmo a che fare con inquisitori così, che nulla hanno fatto e nulla fanno per celare un connotato apertamente politico della loro opera; e in nessun paese al mondo avremmo una opposizione desiderosa di liberarsi dei suoi avversari attraverso scorciatoie giudiziarie.

Il dottor Castaldi è alfine giunto ad apprendere, dallo spiffero giornalistico e dal bisbiglio romano, che il giovane presidente della Commissione Attività Produttive della Camera (ove è stato eletto poco più di un anno fa da una maggioranza di centrosinistra, alla quale tuttora appartiene, almeno a livello nominalistico) avrebbe chiuso il deal con il Cavaliere, e sarebbe prossimo ad approdare a Forza Italia, in prospettiva elettorale ed elettoralistica. Il dottor Castaldi, a onor del vero, precisa di non far più parte di Decidere, di cui è stato uno dei primi firmatari, dallo scorso 3 agosto, sicché potremmo considerarlo uno dei più svegli tra i supporter di Capezzone. Altri, per contro, insistono con i loro bannerini policromi, le loro ruptures e le loro tavole mosaiche di Blair e Sarkozy. Quelli sono i sostenitori della cultura del fare e del decidere, i veri trend sniffer. Hanno naso, insomma. O più propriamente il moccio al naso.

Che c’è di male, si chiederanno i miei giovani e meno giovani lettori, se un deputato decide di cambiare casacca così rapidamente, dopo poco più di un anno di legislatura? In fondo, è l’articolo 67 della nostra sana e robusta Costituzione che stabilisce che ogni parlamentare rappresenta la nazione ed esercita le proprie funzioni senza vincolo di mandato, giusto? E peraltro, qui non c’è ancora stato nessun salto della quaglia, si attende solo il termine di questa agonizzante legislatura Made in Far Left, per l’annuncio ufficiale. Ma qualche riflessione si impone comunque, che dite?

Il giovane presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, eletto diciotto mesi fa nel centrosinistra, ha deciso che il centrodestra ed il suo leader necessitano di una strategia “di nuovo conio” e, soprattutto, working: dirompente, liberale, rivoluzionaria. Solo così la Casa delle Libertà potrà sconfiggere la pericolosa armata veltroniana, cioè la magna pars dello schieramento nel quale il destino cinico e baro ha collocato il giovane presidente di commissione. Il Cavaliere prenda nota: chi meglio di Capezzone conosce la ricetta per battere i comunisti? La CdL non pensi di dare l’assalto a Palazzo Chigi schierandosi al centro dello schieramento politico. Troppo banale e old fashion: non va, direbbe Sandro Piccinini. Occorre invece che si crei una ben precisa agenda e poi agisca (per l’appunto, essendo un gerundivo), o meglio decida. Ce lo hanno insegnato (indovinate?) i nostri numi tutelari, Blair e Sarkozy.

L’autore di questo sito è da sempre lieto di poter collaborare con chi voglia promuovere in Italia una legislazione autenticamente liberale. Da tali premesse discende che occorre lavorare per mettere in rete tutte le realtà che si riconoscono in questo progetto. Pensiamo ad esempio ai Riformatori Liberali o al Centro Studi Liberali Sam Quilleri. E pensiamo anche a think tank quali l’Istituto Bruno Leoni, Epistemes e noiseFromAmerika. Occorre lavorare per una elaborazione politica e culturale che sia finalizzata alla produzione legislativa, e non a semplici azioni propagandistiche. L’Italia è un paese dove molti “liberali” vanno in crisi d’astinenza appena vengono privati del loro sussidio preferito. Per questo motivo l’elaborazione politica deve essere supportata da robuste fondamenta di teoria e politica economica: gli slogan difficilmente portano lontano, anche se spesso servono alle fortune personali di chi li crea.