Il conclave unionista della Reggia di Caserta sarà ricordato, negli annali della politica italiana, come l’evento che ha sancito la definitiva archiviazione di quella commedia degli equivoci nota col termine “riformismo”. Cioè di quel maldestro tentativo di ridurre il gap che separa il nostro paese dal resto del mondo occidentale in termini di modernizzazione dell’apparato dello stato, liberalizzazioni economiche, creazione di un welfare universalistico e non particolaristico, equità intergenerazionale. La fine del riformismo all’amatriciana, certificata dal ghigno trionfante del segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano (“Li abbiamo fermati. Partita chiusa”), segna anche il definitivo disvelamento della vigliaccheria politica di Piero Fassino e Francesco Rutelli, gli uomini del fusionismo ulivista e degli accordi con forze antioccidentali e neopauperiste, portatrici di una visione dei rapporti sociali improntata all’odio di classe ed alla prevaricazione ed annichilimento dell’individuo come soggetto politico attivo.