Il ddl sulle infrastrutture ha stabilito di abolire l’Ici sugli immobili della Chiesa anche quando questi siano adibiti ad uso commerciale. L’esenzione è applicabile per attività di assistenza e beneficenza, di educazione e cultura “pur svolte in forma commerciale se connesse a finalità di religione o di culto”.
In aula al Senato, dopo una richiesta di verifica, la commissione Bilancio ha dato parere negativo sulla copertura di un emendamento del senatore Lucio Malan (Fi) che proponeva di estendere le esenzioni anche alle altre componenti religiose riconosciute dallo Stato italiano.

Cosa c’è di più confortante e gratificante che entrare in una libreria e verificare con i propri occhi quella caratteristica fondamentale e fondante del mondo occidentale e della sua cultura, il pluralismo delle idee? Testi di destra e di sinistra, testi libertari e testi liberticidi, testi di fede e testi di agnosticismo e di ateismo assiomaticamente dimostrato, quasi fosse un teorema. Il confronto di idee in nessun caso censurate è l’essenza dell’idea libertaria. Nessun Indice, nessuna censura ideologica, anche verso quelle culture la cui essenza prevede un controllo sociale (e quindi delle idee) molto stretto. Ecco perché siamo interessati alla diffusione del compendio di catechismo della chiesa cattolica, promosso da Benedetto XVI. Una diffusione che si annuncia capillare, così come già si annunciano imbarazzanti, per una cultura laica autenticamente tale, le grida di dolore che alcuni “illustri” maitres-à-penser di casa nostra stanno già levando alte.

Per chi, come noi, si dichiara laico ma non laicista, l’elezione a papa di Joseph Ratzinger suscita interesse soprattutto per un motivo: l’orgogliosa rivendicazione della cristianità ed il tentativo di porre un punto fermo nei confronti del relativismo morale che, per l’ex Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rischia di minare dalle fondamenta l’edificio del cattolicesimo. Abbiamo già evidenziato la critica molto aspra nei confronti di un’Europa che alcuni definirebbero scristianizzata, altri secolarizzata, altri ancora laica e liberale e che noi tenderemmo a definire affetta da anti-spiritualità. Non abbiamo certo l’arroganza intellettuale di voler cogliere fior da fiore e utilizzare “a’ la carte” frammenti del pensiero di Ratzinger, piegandoli a nostri utilitarismi: ci sarà tempo e modo di criticare, anche aspramente, da posizioni laiche e liberali, l’intero corpus dottrinario di Benedetto XVI. Ciò con cui ci sentiamo in sintonia è proprio la critica ad un’idea di Europa che promuove, quasi compulsivamente, il dialogo interreligioso con fedi che non siano il cattolicesimo e più in generale il cristianesimo, mentre a quest’ultimo riserva solo disprezzo intellettuale ed aggressività nichilista.

“Vorrei mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l’altro è sacro, e particolarmente il rispetto per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere a Dio. Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano e le convinzioni dell’Islam. Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà d’opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l’onore e la dignità dell’altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani. C’è qui un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole di aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.

Il pontificato di Karol Wojtyla sarà ricordato in molti modi: come quello della globalizzazione mediatica, del dialogo interreligioso e della solenne offerta di scuse per gli errori di Santa Romana Chiesa, del contributo alla caduta del Muro di Berlino ma anche della critica serrata e stringente alle anomie e alienazioni del capitalismo trionfante. O anche come il pontificato della “restaurazione”, intesa come riforma o controriforma ed allontanamento dalle spinte più “progressiste” del Concilio Vaticano II. Un pontificato di modernità tecnologica e post-conciliare, ma al tempo stesso un pontificato di critica assoluta di quell’Illuminismo che sembrava destinato, nella sua declinazione contemporanea, a mettere in soffitta la dimensione della fede. Ma sarà ricordato anche come il pontificato che ha trasmesso un messaggio profondo e pervasivo con il quale tutti dobbiamo confrontarci: il messaggio di un neo-umanesimo cristiano, quel porre al centro di tutto l’uomo, vero valore supremo dell’azione nella Storia del dio cristiano. Contro ogni alienazione, contro ogni culto materialista, sia esso il materialismo storico di matrice marxista che quello non meno distruttivo della nostra società occidentale, che pure ha meriti storici di affermazione della dignità umana, ma che sempre più spesso rischia di tradirli.