Dall’inizio della Grande Crisi, che per l’Italia è crisi esistenziale prima di tutto, si sono levate le voci di quanti vorrebbero reperire fondi fuori dal paese. La storia si ripete in queste settimane, al crescere dello psicodramma per la legge di bilancio 2019, e prima di essa la nota di aggiornamento al Def. Dalla maggioranza e dall’esecutivo arrivano singolari richieste alla Bce di mettere un tetto massimo allo spread o di tenere in considerazione la possibilità di proseguire gli acquisti di titoli di stato (sic).

Dal 1980, il Pakistan ha chiesto un salvataggio al Fondo Monetario Internazionale per ben dodici volte, l’ultima nel 2013 per poco più di 5 miliardi di dollari. Oggi si moltiplicano le voci di una nuova richiesta, stimata in 12 miliardi di dollari, dopo l’insediamento del nuovo premier, la ex stella del cricket Imran Khan. Il paese ha una drammatica penuria di valuta, esacerbata dal rialzo del prezzo del greggio; le riserve ammonterebbero a circa 9 miliardi di dollari, insufficienti a coprire le importazioni di un bimestre. Ma il Pakistan ha una peculiarità: è destinatario di una pioggia di finanziamenti cinesi, nell’ambito del progetto Belt and Road, che stanno strangolando il paese.

Sul Sole di oggi trovate un’intervista al sottosegretario al Mise, Michele Geraci, in cui viene meglio precisata (si fa per dire) la tesi che Luigi Di Maio da qualche tempo reitera: e cioè che, sui dazi, alla fine qualcosa si potrebbe anche fare e portare a casa un miglioramento delle nostre condizioni. E bisogna confessare che Geraci mantiene le promesse, nel senso che è perfettamente omogeneo con le meravigliose idee di questa maggioranza.

Oggi sul Corriere, a pagina 15, si può leggere un pezzo del corrispondente da Pechino, Guido Santevecchi, in cui si narra dell’apparente blocco degli acquisti di soia statunitense da parte della Cina, ancor prima che le ritorsioni protezionistiche contro gli Usa siano scattate. Leggendolo, mi è parso di vivere un déjà-vu, o meglio un déjà-lu, solo che il ricordo non era freschissimo. Un rapido controllo ha confermato la mia impressione.

Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Come riporta il Financial Times, oggi in in una località della Cina orientale si tiene un’importante conferenza mondiale sulla regolazione di internet, a cui partecipano alcuni pesi massimi del settore, sia occidentali (Tim Cook per Apple, Sundar Pichai per Google), che indigeni ma con proiezione globale (Jack Ma per Alibaba). Il governo cinese ribadirà la propria determinazione di controllare l’accesso alla rete, con buona pace dell’antica ideologia occidentale del “libero flusso” di informazioni, che la Cina ha sempre rigettato come forma di neo-imperialismo.

Torniamo sul tema delle “sinergie” distopiche tra controllo sociale in Cina e Big Data, di cui ho scritto qui. Sul numero di novembre di Wired c’è un estratto dal libro di Rachel BotsmanWho Can You Trust? How Technology Brought Us Together and Why It Might Drive Us Apart“, pubblicato a inizio ottobre, in cui si dà conto del tentativo cinese di costruire un sistema di rating sociale, per ogni cittadino.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Con un discorso durato quasi quattro ore, il presidente cinese Xi Jinping ha illustrato al congresso del Partito comunista cinese, che gli conferirà il secondo mandato quinquennale, il luminoso avvenire che attende il paese, dipinto come una forza tranquilla ma determinata a farsi rispettare ed a procedere verso un nuovo “Grande Balzo in avanti” tecnologico col quale rafforzare il proprio ruolo di potenza politica ed economica mondiale.

Ecco l’ultimo video virale (o auspicato tale dai produttori) proveniente dalla Cina, che con l’iniziativa Belt and Road sta tentando di proiettare la propria potenza internazionale secondo canoni “occidentali”, fatti di cooperazione, tecnologie “green” ed una “comunità di destino condiviso per l’umanità”, niente meno. Nel momento in cui Washington non ha ancora deciso che fare da grande (visto il presidente che si ritrova, diventare adulti appare al momento una chimera), Pechino tenta pure col soft power, un tempo arma culturale occidentale e soprattutto americana, per dare spin al suo progetto neo-globalista.