Oggi sul Corriere, a pagina 15, si può leggere un pezzo del corrispondente da Pechino, Guido Santevecchi, in cui si narra dell’apparente blocco degli acquisti di soia statunitense da parte della Cina, ancor prima che le ritorsioni protezionistiche contro gli Usa siano scattate. Leggendolo, mi è parso di vivere un déjà-vu, o meglio un déjà-lu, solo che il ricordo non era freschissimo. Un rapido controllo ha confermato la mia impressione.

Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Come riporta il Financial Times, oggi in in una località della Cina orientale si tiene un’importante conferenza mondiale sulla regolazione di internet, a cui partecipano alcuni pesi massimi del settore, sia occidentali (Tim Cook per Apple, Sundar Pichai per Google), che indigeni ma con proiezione globale (Jack Ma per Alibaba). Il governo cinese ribadirà la propria determinazione di controllare l’accesso alla rete, con buona pace dell’antica ideologia occidentale del “libero flusso” di informazioni, che la Cina ha sempre rigettato come forma di neo-imperialismo.

Torniamo sul tema delle “sinergie” distopiche tra controllo sociale in Cina e Big Data, di cui ho scritto qui. Sul numero di novembre di Wired c’è un estratto dal libro di Rachel BotsmanWho Can You Trust? How Technology Brought Us Together and Why It Might Drive Us Apart“, pubblicato a inizio ottobre, in cui si dà conto del tentativo cinese di costruire un sistema di rating sociale, per ogni cittadino.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Con un discorso durato quasi quattro ore, il presidente cinese Xi Jinping ha illustrato al congresso del Partito comunista cinese, che gli conferirà il secondo mandato quinquennale, il luminoso avvenire che attende il paese, dipinto come una forza tranquilla ma determinata a farsi rispettare ed a procedere verso un nuovo “Grande Balzo in avanti” tecnologico col quale rafforzare il proprio ruolo di potenza politica ed economica mondiale.

Ecco l’ultimo video virale (o auspicato tale dai produttori) proveniente dalla Cina, che con l’iniziativa Belt and Road sta tentando di proiettare la propria potenza internazionale secondo canoni “occidentali”, fatti di cooperazione, tecnologie “green” ed una “comunità di destino condiviso per l’umanità”, niente meno. Nel momento in cui Washington non ha ancora deciso che fare da grande (visto il presidente che si ritrova, diventare adulti appare al momento una chimera), Pechino tenta pure col soft power, un tempo arma culturale occidentale e soprattutto americana, per dare spin al suo progetto neo-globalista.

L’anno è iniziato in modo decisamente turbolento, per i mercati finanziari globali, con la Cina che ha messo in scena la riedizione dello psicodramma azionario della scorsa estate ma con qualche elemento di inquietudine in più, legato al deterioramento della sua congiuntura. Proviamo a spiegare perché questa instabilità non passerà tanto presto.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il 2016 è l’anno in cui la Cina potrebbe vedersi riconosciuto lo status di economia di mercato secondo le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Dietro questa formula si celano ripercussioni di vasta portata per il commercio internazionale dell’Eurozona, ed in particolare per l’Italia.

È di oggi la notizia che Ilva continua a bruciare cassa come un altoforno ed a produrre perdite sempre più elevate, a causa delle condizioni di forte sovracapacità produttiva globale del settore acciaio, oltre che della crisi “giudiziaria” dell’impresa siderurgica. Nel frattempo, il governo italiano abbandona la cautela diplomatica e prende posizione netta contro la possibilità che dal prossimo anno la Cina possa essere classificata dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) come una “economia di mercato”. Per motivi ampiamente comprensibili.