Nel secondo trimestre di quest’anno, l’economia della Cina è cresciuta del 3,2% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, tornando quindi alla crescita dopo il collasso di meno 6,8% tendenziale registrato nei primi tre mesi di quest’anno, in piena emergenza Covid: prima contrazione del Pil dalla fine della Rivoluzione culturale, negli anni Settanta. La borsa ha accolto la notizia con un mini crollo del 5% dopo un rialzo forsennato ed alimentato dai media secondo uno schema che ha ricordato sinistramente il collasso di agosto 2015.

L’ultima arma di distrazione di massa del governo italiano pro tempore è l’ingaggio di due consulenti economici dall’estero: tal Gunter Pauli, che confesso di non conoscere ma che a naso mi pare un guru di economia circolare in autoconsumo (funghetti inclusi), e la ben più celebre Mariana Mazzucato, economista della University College London e tenace sostenitrice della tesi che vuole lo Stato come motore primo dell’innovazione.

In Cina, su impulso della banca centrale, i tassi sui finanziamenti continuano a scendere, nel tentativo di puntellare l’economia in attesa che l’incubo coronavirus giunga alla sua fisiologica esaustione. Ma il sostegno monetario alle aziende cinesi si attua anche attraverso una gigantesca rinegoziazione dei debiti, che se è fisiologica quando i tassi scendono, rischia comunque di produrre nuove montagne di sofferenze bancarie che il sistema, cioè lo stato, dovrà ripulire.

Col termine “mercati di frontiera” si indicano quelli che potremmo definire i “mercati emergenti dei mercati emergenti” o “pre-emergenti”, cioè quelli di paesi in via di sviluppo che tuttavia sono più piccoli, rischiosi ed illiquidi dei fratelli maggiori. Sono investimenti che tendono ad avere maggior potenziale di ritorno di lungo periodo e minore correlazione con gli altri mercati. Sono anche paesi che si (ri)scoprono incravattati dal debito pubblico.

Ieri mattina, come spesso accade, i giornali italiani sono stati presi in contropiede da un articolo della stampa estera. Questa volta è stato il Financial Times, che ha postato sull’edizione online la notizia del forte malumore di Washington e della preoccupazione di Bruxelles per l’Italia che starebbe per diventare il primo paese del G7 a sostenere formalmente la Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino. Al termine di una giornata che ha visto i nostri giornalisti impegnati a inseguire le notizie date da fuori, ecco quello che potremmo aver compreso.

Il rallentamento dell’economia non dipende solo dai dazi Usa: le banche danno più prestiti alle aziende pubbliche

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre il mondo si interroga ansiosamente sull’esito del braccio di ferro tra Donald Trump e la Cina, con la scadenza di marzo che potrebbe scatenare una nuova ondata di misure protezionistiche statunitensi, cresce il numero di osservatori che ritengono che il contrasto con Washington non sia la causa unica né determinante del rallentamento cinese.