Che accade quando un paese a partito unico ed una ossimorica economia capitalistica centralmente pianificata decide di instradare le masse verso il mercato azionario? Che il rischio di produrre caduti sul campo di battaglia del rapido arricchimento aumenta esponenzialmente. E che le successive mosse delle autorità per contenere le ricadute di tali guasti ne producano di altri, ancora più gravi.

Sul New York Times, un pezzo che spiega in modo molto comprensibile quello che sta diventando un enorme problema per l’economia (e la società) cinese: lo sboom immobiliare, dopo l’ubriacatura di credito facile. Dalla Cina, le scosse si propagano al mondo, soprattutto ma non esclusivamente agli altri paesi emergenti, ed incrociandosi con la tendenza al rialzo dei rendimenti obbligazionari negli Stati Uniti rischiano di produrre un periodo di forte instabilità sociale e politica in ampie parti del mondo.

Mentre attendiamo con ansia il mese di settembre per capire che faranno i tedeschi di Draghi, anche se il vigore dialettico sta rapidamente salendo a livelli di insulti di stampo italiano, può essere utile ricordare che nel mondo, oltre all’Eurozona, ci sono altre due grandi aree di potenziale crisi. Queste aree sono Stati Uniti e Cina.

Malgrado una congiuntura che peggiora a vista d’occhio, malgrado conti pubblici sempre più deteriorati a causa della crisi, malgrado annunci di manovre correttive fatti di aumenti d’imposta tali da provocare una fuga nottetempo dei contribuenti più agiati e delle imprese, le quali a loro volta strepitano per ottenere lo spostamento sulla fiscalità generale di 30-50 miliardi di euro del cuneo fiscale sul costo del lavoro come ultima spiaggia per evitare delocalizzazioni selvagge e licenziamenti di massa, i titoli di stato francesi sono sugli scudi: le aste vanno benissimo, i rendimenti si muovono di conserva con quelli tedeschi, lo spread sul decennale si è stabilizzato contro Bund intorno a cento punti-base. Cosa ci sfugge?