Chi scrive ha conosciuto un giovane che dieci anni fa, poco più che adolescente, tentò il suicidio. Questo giovane era tormentato dall’incapacità di vivere la propria omosessualità. Dimesso dall’ospedale, egli decise di sottoporsi a psicoterapia. Oggi, quel giovane ha accettato la propria omosessualità, e compare in pubblico con il proprio compagno, senza alcun problema.

Questo è un caso di cui abbiamo avuto conoscenza diretta, crediamo ne esistano altri. Casi di sofferenza, anche acuta. Negare ciò equivale a negare la realtà. Possiamo chiederci cosa determini questa sofferenza ed incapacità di accettare la propria condizione. Per alcuni, essa è il frutto di irrisolti conflitti interiori, ha cioè una dimensione “privata”, nel senso che è da ricondurre al vissuto soggettivo ed alla storia individuale, inclusa quella familiare. Per altri, questo conflitto interiore sarebbe frutto dei condizionamenti che la società impone sui singoli, il sistema valoriale che è posto a protezione della riproduzione della specie. Non esiste, crediamo, separazione netta tra queste forme di condizionamento culturale, poste in un continuum dal micro al macro.