di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

approfitto della sua ospitalità per trattare ancora una volta di trasparenza: questa volta riferita non alla pubblica amministrazione, ma alle decisioni della Consulta.

In Italia non viene data divulgazione ufficiale alle opinioni dei singoli giudici qualora discordi rispetto alla decisione della maggioranza della Corte o ad alcune delle motivazioni poste a suo fondamento: ciò a differenza di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi, ove il giudice dissenziente può esprimere e spiegare la propria contrarietà alla determinazione assunta dal collegio (dissenting opinion) ovvero, anche quando condivida la conclusione raggiunta, può comunque esporre le ragioni per cui reputa che essa avrebbe dovuto poggiare su argomenti diversi (concurring opinion).

Ieri abbiamo conosciuto le motivazioni in base alle quali la Consulta ha decretato illegittimo il blocco per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali dei contratti pubblici. Tre milioni di dipendenti pubblici, dopo sei lunghi anni, potranno tornare a vedere aumenti retributivi in busta paga. In linea di massima è giusto così, perché i governi che si sono succeduti in questi anni hanno usato le retribuzioni del settore pubblico come un bancomat. Uno dei tanti, a dire il vero: basti pensare alle imposte immobiliari (non solo sulla prima casa), ed al taglieggio propagandistico attuato soprattutto dal governo Renzi sui frutti del risparmio. Ma non tutto suona benissimo, a lume di realtà prima che di logica, nella vicenda che ha portato a questa sentenza della Consulta.

In relazione a questo post, il cui senso appariva complessivamente chiaro (almeno alla presunzione di chi scrive), riceviamo una mail di considerazioni e bacchettate che, a nostra volta, fatichiamo a comprendere. E’ il dramma dell’umanità, l’incomprensione. Vediamo tuttavia se riusciamo a venirne a capo ed in caso a ribadire i concetti con altre parole.

Dell’intervista concessa oggi a Repubblica dal presidente della Corte costituzionale, Alessandro Criscuolo, vi offriamo ampi stralci e tentiamo (meglio, azzardiamo) un’esegesi. Pare che Criscuolo rivendichi l’assoluta autonomia della Consulta rispetto ad elementi “esterni”, inclusi quelli informativi, vissuti come momento di contaminazione e coartazione della libertà della Corte. Ora, è vero che i numeri sottoposti a tortura confessano qualsiasi cosa, soprattutto da quando a Palazzo Chigi c’è Renzi, ma forse qui stiamo lievemente eccedendo.

Oggi sul Corriere l’intervista di Aldo Cazzullo al presidente della Corte costituzionale, Alessandro Criscuolo, conferma che il misterioso processo di clonazione delle nostre figure pubbliche ed istituzionali prosegue a tappe forzate. Resta da capire se questa duplicazione è destinata a restare in equilibrio, con la pacifica coesistenza di gemelli che si lanciano giocosamente dichiarazioni e proclami, oppure se ad un certo momento interverrà una resa dei conti, ed un’armata prevarrà sull’altra.

Pare che il premier abbia deciso di non impiccare i conti pubblici ad una sentenza della Consulta. Non è la prima volta che accade, nel corso della storia repubblicana, non sarà l’ultima. Pare peraltro che, per le erogazioni, verrà utilizzato il “tesoretto di deficit” che Renzi voleva immolare sull’altare delle ormai imminenti elezioni amministrative. Sublime nemesi, per gli esteti della politique politicienne. Ma sono altre, ben altre, le cose che ci inducono a pensare che questo paese non ce la farà.