Si discute e si discuterà del post di ieri di Carlo Cottarelli, che pare essere soprattutto la decisione del commissario per la revisione della spesa pubblica di smettere di ingoiare rospi e di farsi bollire a fuoco lento. Non abbiamo particolari motivi per difendere Cottarelli, nel senso che prendiamo atto che da subito l’ex dirigente del FMI si è trovato, nel governo Renzi, come una sorta di “ingombro”, proprio perché ereditato dal precedente esecutivo. Interventi di riduzione e riqualificazione della spesa pubblica sono la quintessenza del politico, e come tali devono essere pienamente assunti dal premier pro-tempore. Utilizzare uno “specialista” come Cottarelli (o, in passato, come Enrico Bondi) pare essere al contempo un tentativo di dare crisma “tecnico” alle decisioni mentre si appresta la via di uscita, lasciando (in caso) al proprio destino il malcapitato tecnocrate senz’anima. In questo senso, Cottarelli è perfetto per recitare il ruolo della “anomalia”. Ma c’è anche una anomalia nella anomalia, ed è la denuncia fatta ieri da Cottarelli in merito alla apparente prassi politica di farsi scudo della cornucopia della spending review per aprire di fatto la strada a nuove spese, senza preventiva valutazione del loro merito.