Dopo solo un anno, i legislatori danesi cancellano la Fat Tax sui grassi saturi, con la motivazione che il balzello sarebbe dannoso ad aziende e potere d’acquisto dei consumatori. Al contempo, il ministro delle Finanze ha annunciato la volontà di cancellare anche i piani per introdurre la Sugar Tax. La fat tax danese era congegnata in modo macchinoso e disfunzionale, come avevamo segnalato tempo addietro, basata com’era sul principio nutritivo, a tutti gli alimenti contenenti più del 2,3 per cento di grassi.

Il governo danese ha introdotto quest’anno nuove imposte su birra, vino, cioccolata, caramelle, gelati, bibite gassate, caffè, the, sigarette. In precedenza, a ottobre dello scorso anno, aveva introdotto una fat tax pari a 16 corone (poco più di 2 euro) per chilo di carne, burro ed olio per cucinare che abbia più del 2,3 per cento di grassi saturi. A inizio 2013 il governo punta (puntava) ad introdurre una sugar tax che dovrebbe portare l’equivalente di altri 170 milioni di euro al bilancio pubblico. Le conseguenze sono rigorosamente unintended.

Altro giorno, altra tornata di tagli ai tassi d’interesse: la Cina lima il tasso sui prestiti di 31 punti-base, portandolo al 6 per cento, e quello sui depositi di 25 punti-base, al 3 per cento, replicando la mossa dell’8 giugno, per la quale si era atteso ben tre anni. Qualcuno potrebbe pensare che la People’s Bank of China stia panicando di fronte a dati dell’economia reale in deterioramento accelerato.