Sul Foglio compare una lettera al direttore firmata dall’ex ministro del Bilancio della Prima Repubblica, al secolo Paolo Cirino Pomicino. Anzi, ‘O Ministro, come era noto all’epoca. In essa, Pomicino critica la debolezza della Nota di aggiornamento al DEF (per gli amici, NaDEF), che trova priva di coraggio. E poiché l’ex ministro, per sua ammissione, non appartiene alla categoria dei “critici permanenti” ma “si impone” di far seguire la pars destruens dalla pars construens, ecco la sua ricettina appena sfornata.

Commento rapido alla Nota di aggiornamento al DEF licenziata dal Consiglio dei ministri del governo Conte 2 il 30 settembre. Tra flessibilità e “lotta all’evasione fiscale”, il nulla rivestito dal deficit. Ma c’è una clausola di salvaguardia domestica: la “rimodulazione” delle aliquote Iva, per poter fare gettito vero e indorare la pillola ai gonzi con la lotteria in stile portoghese. Nel frattempo, tutto quello che nel corso degli anni ha irrigidito il bilancio pubblico (80 euro, Quota 100, Reddito di cittadinanza) resta dov’è, limitando i margini di manovra e costringendo una classe politica fallita a pompare le aspettative dei sudditi in modo parossistico. Eppure funziona, almeno per ora. Buon ascolto.

Su lavoce.info il professor Massimo Bordignon illustra in modo divulgativo la proposta di riforma delle norme fiscali dell’Eurozona elaborata dallo European Fiscal Board (EFB), organismo consultivo della Commissione Ue istituito nel 2016 e di cui Bordignon è componente. Obiettivo è quello di maggiore semplicità e intelligibilità delle regole fiscali. Proviamo ad analizzare e commentare i punti qualificanti per verificare se rispondono all’obiettivo.

Poche cose in Italia tendono a ricorrere come l’idea di spostare in capo alla Cassa Depositi e Prestiti le quote residue di partecipazione del Tesoro nelle controllate pubbliche. Sono ormai anni che se ne parla, un po’ come si parla degli asili nido, puntualmente tornati all’onore delle cronache nel discorso programmatico del bis-premier Giuseppe Conte. Ma quest’anno l’urgenza è decisamente maggiore.

Era fatale: un minuto dopo il giuramento dell’esecutivo demostellato, e ben prima del voto di fiducia alle camere, è partita la girandola di dichiarazioni pre-programmatiche su cosa spendere, e come (non) finanziarlo. Per la maggior parte dei casi si tratta di velleità molto manieristiche, con ostensione della “costituzione più bella del mondo”, che da decenni viene letta da moltissimi come un’unica, ossessiva incitazione a fare spesa pubblica e deficit. Ma oggi pare emergere anche un’altra trovata, decisamente più metafisica, pur se non inedita: il tesoretto dello spread calante.

Comunque andranno le cose per il governo Conte 2 (Il ridorno), potremo contare su alcuni topoi. In primo luogo, continueremo a sentire politici ed editorialisti sostenere che “all’Italia serve una manovra espansiva”. In effetti, all’Italia da sempre serve una manovra espansiva. Serve quando già siamo in (solitamente assai moderata) espansione, perché “ehi, battiamo il ferro ora che è caldo, per riassorbire quanti più disoccupati è possibile!”. Ci serve anche quando siamo in recessione, e ci mancherebbe che così non fosse. Ci serve pure quando siamo in stagnazione, cioè la maggior parte del tempo. Insomma, ci serve una manovra espansiva. L’anno prossimo smetto, promesso.