Nei giorni scorsi, sul sito economiaepolitica.it (che poi sarebbe una sorta di lavoce.info de sinistra, con venature sovraniste) è stato pubblicato un interessante contributo che scompone il debito pubblico italiano negli elementi costitutivi, e ne indaga l’evoluzione temporale. Tutto molto pregevole ed informativo, se non fosse per le conclusioni, che sono piuttosto singolari, in termini di prescrizioni per ridurre lo stock di debito. Prescrizioni che, come sapete, sono ormai lo sport nazionale, in attesa della realtà.

Lo scorso 11 aprile, sul Sole, è comparso un editoriale di Tancredi Bianchi (classe 1925, professore emerito della Bocconi, storico decano dei docenti di economia delle aziende di credito) e Marina Brogi, ordinario di International Banking and Capital Markets alla Sapienza. In esso, si suggerisce al Tesoro italiano l’ennesima levata d’ingegno per ridurre il rapporto debito-Pil. Il risultato è sconsolante per l’ampiezza degli errori finanziari, logici e politici contenuti nella proposta.

Oggi sul Sole trovate un interessante articolo che ci illumina sulle probabili o verosimili linee guida che il M5S utilizzerà per la scrittura del Documento di economia e finanza, per gli amici DEF. Di assoluto rilievo il fatto che, se confermate, si tratterebbe di assoluta continuità con la precedente legislatura, inclusa un’illusoria operazione di finanza pubblica straordinaria, vero sarchiapone della Repubblica.

Venerdì scorso, Confindustria ha presentato alle proprie assise generali, un documento di politica economica che, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe rappresentare una interlocuzione con la politica, oltre che la letterina a Babbo Natale, il che è lo stesso. Il documento confindustriale è la sintesi di un percorso di “ascolto ed elaborazione maturato nel periodo novembre 2017-febbraio 2018”. Il contenuto non appare particolarmente originale.

L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), il watchdog indipendente della nostra finanza pubblica, nei giorni scorsi ha pubblicato un Focus su “Situazione e prospettive della finanza pubblica italiana“, da cui si coglie l’eufemistica strettezza del sentiero di riduzione del nostro debito pubblico, e mette in luce per quello che sono le demenziali promesse elettorali di queste disgustose settimane di circonvenzione dell’incapace elettorato.

Questa mattina, poco prima dell’alba, il Congresso statunitense ha votato un accordo di bilancio che in due anni aumenterà la spesa pubblica di 320 miliardi di dollari, e per un anno sospenderà il tetto di debito federale, ponendo fine alla seconda serrata del governo federale, scattata alla mezzanotte di Washington. Il problema è che questo è forse il momento peggiore, per mettersi a fare deficit spending in America.

Mentre attendiamo che la crescita economica compia il miracolo e riesca finalmente a piegare il rapporto debito-Pil, come ci viene promesso da alcuni anni e come la realtà si incarica ogni anno di smentire, segnaliamo quanto scoperto da Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review ed oggi alla guida dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica.

In caso vi fosse serenamente sfuggito, nei giorni scorsi il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha spiegato al Mattino la strategia di politica economica del suo movimento. Si tratta della reiterazione del libro dei sogni, impreziosito da alcune gemme che permettono di capire che questi personaggi sono del tutto privi di legame col mondo reale e proprio per questo motivo hanno grande successo in questo paese. Proviamo un’esegesi ragionata delle risposte di Di Maio.

Pare che oggi si imponga un commento ed un’analisi delle parole di Yoram Gutgeld, zar della spending review, che ieri in un paio di tweet da Asilo Mariuccia ha duramente rampognato il finlandese Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Ue, che aveva detto, in modo un po’ bizzarro, che “la situazione in Italia non sta migliorando”, e che “la gente merita di conoscere la situazione per poi decidere liberamente ciò che vuole decidere”. Sono bastate queste parole per provocare lo sdegno patriottico di mezzo paese, soprattutto ora che l’inno di Mameli è diventato ufficialmente il nostro inno nazionale. Un’analisi più ravvicinata del contesto permette di dire che si tratta di molto rumore per poco e nulla.