In caso vi fosse serenamente sfuggito, nei giorni scorsi il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha spiegato al Mattino la strategia di politica economica del suo movimento. Si tratta della reiterazione del libro dei sogni, impreziosito da alcune gemme che permettono di capire che questi personaggi sono del tutto privi di legame col mondo reale e proprio per questo motivo hanno grande successo in questo paese. Proviamo un’esegesi ragionata delle risposte di Di Maio.

Pare che oggi si imponga un commento ed un’analisi delle parole di Yoram Gutgeld, zar della spending review, che ieri in un paio di tweet da Asilo Mariuccia ha duramente rampognato il finlandese Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Ue, che aveva detto, in modo un po’ bizzarro, che “la situazione in Italia non sta migliorando”, e che “la gente merita di conoscere la situazione per poi decidere liberamente ciò che vuole decidere”. Sono bastate queste parole per provocare lo sdegno patriottico di mezzo paese, soprattutto ora che l’inno di Mameli è diventato ufficialmente il nostro inno nazionale. Un’analisi più ravvicinata del contesto permette di dire che si tratta di molto rumore per poco e nulla.

Ieri, in Commissione bicamerale d’inchiesta sulle banche, hanno deposto due sostituti procuratori di Milano, Stefano Civardi e Giordano Baggio, che hanno indagato sulla banca nel 2011-12 e dall’estate 2014. L’aspetto più interessante della deposizione è l’identificazione delle cause immediate di crisi della banca senese, che ci offre l’occasione per qualche altra considerazione spicciola.

di Massimo Burghignoli

Egregio Titolare,

si sa che le banche hanno tradito il risparmio, proponendo a semplici cittadini investimenti rischiosi come se fossero sicuri. Le polizze “index linked”, ad esempio, contrabbandate come prodotti assicurativi, in modo da scansare – secondo loro – gli obblighi informativi correlati ai prodotti “finanziari”. E poi le obbligazioni “subordinate”, eccetera. La sorveglianza della Banca d’Italia e della Consob sono argomenti di questi giorni e portano a pensare che nulla nel nostro Paese sia destinato a funzionare.

Il disegno di legge di Bilancio per il 2018, giunto in Senato per l’avvio dell’iter parlamentare, si compone di 120 articoli. In esso sono presenti tutte le caramelle fiscali che servono per affrontare la vigilia di un’elezione, tra cui alcune tax expenditures nuove di zecca e la proroga di altre. Un articolo del Sole segnala che quest’anno debutteranno ben 21 nuove agevolazioni, che andranno ad ampliare la già robusta erosione delle basi imponibili e la già avanzata scarnificazione della funzione dell’Irpef, in modo che alla prossima recessione o rallentamento, potremo tornare a leggere di approfonditi studi per “disboscare” queste agevolazioni.

Poiché le elezioni si avvicinano, la frequenza di interviste e “chiacchierate” dei leader politici è in ascesa esponenziale, ben oltre i livelli di tossicità che sperimentiamo durante la legislatura. Oggi ritrovate Matteo Renzi che duetta col direttore del Foglio, Claudio Cerasa. C’è un punto meritevole di (reiterata) evidenza, perché da esso potrà generarsi la visione di politica economica renziana per la prossima legislatura, al netto del colore e delle rodomontate tipiche del personaggio.

L’ipotesi di interventi di finanza pubblica straordinaria per abbattere lo stock di debito non è certo esclusiva italiana, anche se negli scorsi anni da noi ci sono state numerose elaborazioni, tutte riconducibili alla nota categoria dell'”ingegneria finanziaria per disperati”. È di questi giorni l’elaborazione partorita da France Stratégie, think tank pubblico transalpino che riporta direttamente al primo ministro. L’ultima fatica del pensatoio gallico è un autentico vaste programme: come abbattere l’elevato debito pubblico senza attendere che la crescita faccia il suo corso.