Ogni cosa bella o presunta tale ha un termine, cioè arriva a scadenza. Per i più tecnici, il gioco è bello quando dura poco e comunque sin quando non arrivano i rendimenti decrescenti. Che poi è quello che plasticamente è accaduto oggi a Mario Draghi ed al suo annuncio di ulteriore allentamento non convenzionale della politica monetaria della Bce. Ancora una volta, come sempre più spesso accade nel loro attuale mood, i mercati hanno festeggiato salvo poi impiantarsi ed invertire brutalmente la marcia di fronte ad una frase di puro commonsense di Draghi.

La FAO, l’organizzazione dell’Onu che si occupa di agricoltura ed alimentazione, comunica che il suo indice mensile dei prezzi alimentari ha segnato in agosto il quinto calo consecutivo. Siamo quindi in presenza di pressioni deflazionistiche dal versante della componente food, che peraltro si associano anche a quelle della componente energy. Ma prima di invocare “la crisi” come determinante della tendenza negli alimentari occorre aguzzare la vista, e spingerla oltre il cortile di casa.

La banca centrale spagnola ha comunicato la stima preliminare del Pil per il secondo trimestre, ed il risultato è piuttosto positivo, con una crescita reale dello 0,6% nel trimestre che batte le previsioni, poste a più 0,5%. Mentre attendiamo le stime successive, per capire altre cose, segnaliamo che oggi è anche uscito il valore dell’indice dei prezzi al consumo spagnoli di luglio, e non è un bel vedere.

(Questo è un post tecnico, spiacenti. Ma fate un piccolo sforzo, ci sono in ballo ricadute sulle vostre vite. Del resto, se date retta alle fiabe di Renzi, Grillo e Berlusconi, avete il dovere morale di leggere quello che segue)

Ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, ha con alta probabilità attraversato il Rubicone della credibilità della istituzione che guida, affermando che il governing council della Bce è a proprio agio all’idea di agire il mese prossimo, a ratifica della “insoddisfazione per il percorso atteso dell’inflazione”. Bisogna solo attendere la pubblicazione delle previsioni macroeconomiche aggiornate per l’Eurozona e poi la Bce agirà, verosimilmente in presenza di ulteriore pressione disinflazionistica.

Parole e musica del capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard:

«C’è il rischio che l’area euro cada in deflazione, ma non nel nostro scenario di base. Per l’area euro nel suo insieme, prescindendo da differenze tra paesi, la deflazione è ovviamente un male per le solite ragioni, più una. Le solite ragioni sono che i tassi d’interesse reali sono più alti, le dinamiche reali di debito peggiorano, ed una paradossale: [la deflazione] può ben condurre ad un apprezzamento dell’euro, piuttosto che ad un suo deprezzamento. La ragione è che al crescere dei tassi reali in Europa, l’euro diventa più attraente per gli investitori, non meno»

A dirla tutta, che la deflazione generi pressioni rialziste sul cambio, ceteris paribus, è intuibile ed intuitivo.

I dati di febbraio sull’indice dei prezzi al consumo euro-armonizzati sembrano indicare l’emersione di una tendenza che, col senno di poi, appare persino banale. Ci sono paesi dell’Eurozona che sono in deflazione o stanno per entrarvi, ed altri che sembrano viaggiare verso la normalizzazione delle dinamiche di prezzo. Al primo gruppo appartengono i paesi in sofferenza macroeconomica. Purtroppo, tali paesi sono anche quelli col maggior rapporto di indebitamento, e questo è un problema molto serio.

Ieri la Bce ha presentato le proprie previsioni su crescita ed inflazione a tutto il 2016. Riguardo la dinamica dei prezzi, si conferma che il capolavoro strategico sulle OMT di luglio 2012 (l’ormai celeberrimo whatever it takes) dovrà essere “ripagato” ai tedeschi, fingendo che in Eurozona non esista una pressione disinflazionistica che rischia di mandare a gambe all’aria i grandi debitori, in prima fila l’Italia.