Mentre i segugi di Vittorio Feltri sono sulle piste del “portaombrelli fumante” di Gianfranco Fini, la Banca d’Italia comunica ufficialmente le ragioni che hanno portato al commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino, l’istituto di credito mutualistico presieduto per un ventennio dal coordinatore del Pdl, Denis Verdini. Dalle motivazioni (ne avevamo già parlato, ma ora c’è l’ufficialità) sembrerebbe emergere la foto di gruppo di un’allegra combriccola, dove controllori (ad esempio il collegio dei sindaci) e controllati si ritrovavano uniti nell’interpretazione piuttosto rilassata delle norme di legge e della Vigilanza di Bankitalia. Il tutto nel nome di una governance molto semplice: tutto il potere a Verdini.

Dunque, vediamo: la Banca d’Italia, probabilmente la tecnostruttura più sana rimasta in questo disgraziato paese, chiede il commissariamento del Credito Cooperativo Fiorentino (CCF), «per gravi irregolarità nell’amministrazione e gravi violazioni normative», dopo l’ispezione della Vigilanza. Di ieri le dimissioni del presidente del CCF, Denis Verdini, che è pure uno dei coordinatori del Pdl. In serata si era dimesso in blocco l’intero cda della banca, ufficialmente per solidarietà con Verdini, più verosimilmente per aver avuto sentore della richiesta di Bankitalia, ed evitare la rimozione d’ufficio.

Ricordate quando e quanto abbiamo crocifisso il povero Piero Fassino per quella celeberrima quanto stupida frase, rivolta al telefono a Giovanni Consorte, “ma allora abbiamo una banca?” Ricordate quanto abbiamo stigmatizzato, deriso, sbertucciato le reazioni del “popolo della sinistra”, dai vertici ai gerarchetti intermedi fino ai poveri militanti, perennemente avvolti nella loro copertina di Linus della “questione morale”? Lo rifaremmo, parola per parola e forse di più. Ma allora, qualcuno potrebbe spiegarci per quale motivo non dovremmo chiedere, criticare, stigmatizzare quello che sta accadendo ai vertici del Pdl, oggi?