Oggi sul Sole trovate un’inchiesta di Morya Longo su un tema che da anni arruffa le penne del dibattito politico sulla finanza pubblica italiana: quanto ci sono costati i “famigerati” derivati accesi nel corso degli anni dal Tesoro, con l’obiettivo dichiarato e comune anche agli altri paesi di ridurre dinamicamente il costo del debito pubblico? Longo ha usato la comparazione omogenea sulla base dati Eurostat, ed il risultato è effettivamente desolante.

Oggi, nel corso di una audizione in Commissione Finanze alla Camera, la responsabile della Direzione Debito Pubblico del Tesoro, Maria Cannata, ha fatto il punto sul cosiddetto mark-to-market dei derivati in portafoglio a via XX Settembre, cioè la valorizzazione di utili e perdite in caso le posizioni fossero chiuse oggi. Il dato finale è nel complesso rassicurante, e tra poco vedremo il perché. Anche se siamo certi che i complottardi in servizio permanente effettivo troveranno il modo di gridare allo scandalo.

“I titoli derivati rappresentano in valore nove volte e mezzo il Pil del mondo, sono dimensioni da crack mondiale. E’ evidente che il sistema finanziario mondiale non può reggere, mi dispiace dirlo ma l’avevamo detto, dal crack Lehman Brothers in poi chiediamo che i titoli non monitorati e con contratti non standardizzati vengano messi fuori legge”. Lo ha detto a Radio Radicale il responsabile delle mitologiche “commissioni economiche” del Pd, Francesco Boccia. Che in seguito sviluppa l’argomentazione secondo criteri che gli permetteranno di essere candidato al Nobel della Logica e a quello della demagogia.

Ci è stato segnalato uno degli innumerevoli esempi di disinformazione complottarda, alimentati da ciclopica ignoranza, che formano ormai da tempo il fertile humus delle leggende nere italiane. Questa volta al centro di tutto ci sono degli swap attuati dal Tesoro italiano con una delle maggiori controparti internazionali di questa tipologia di operazioni, Morgan Stanley. La quale accade che segnali, nelle note a piè di pagina dei conti del quarto trimestre 2011, la riduzione della propria esposizione netta in derivati al nostro Tesoro (via “ristrutturazione”) da 4,9 a 1,5 miliardi di dollari. Apriti cielo.

Come segnala Libero Mercato, che sta conducendo dalla propria nascita una meritoria campagna d’informazione e denuncia su usi ed abusi dei derivati nell’ambito della finanza pubblica locale, lo scorso 27 dicembre la Corte dei conti ha emesso una sentenza, riferita nello specifico all’adozione di un contratto di mutuo ma che rappresenta un potenziale precedente per eventuali cause legate alla stipula di contratti finanziari come gli swap. In tale sentenza la Corte stabilisce che la stipulazione di un contratto finanziario per coprire spese che non sono classificabili come investimento costituisce causa di responsabilità in violazione dell’articolo 30, comma 15 della legge 289/2002, cioè la Finanziaria del 2003. Un articolo che determina una responsabilità amministrativa di tipo sanzionatorio a carico dei pubblici amministratori.